Una strategia per la rivoluzione verde

Cinque punti per il capitolo sulla transizione ecologica del Recovery Plan 

 Articolo di Francesco Grillo per Il Messaggero 

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Non c’è nulla di più universalmente accettato della retorica di dover diventare più “verdi”. E nulla è tanto più disatteso quando si tratta di cambiare abitudini sbagliate. Alla sostenibilità (parola di cui urge un chiarimento) riserviamo, del resto, lo stesso trattamento che, per anni, abbiamo usato con il rischio di pandemie: troppo lontano per potercene preoccupare sul serio, fino a quando non ne siamo stati travolti. Eppure è proprio su questa partita che, ovviamente, il Paese più bello del mondo si gioca le sue carte migliori.

Quali sono, allora, gli elementi che possono articolare il capitolo dedicato alla “transizione ecologica” e che è il più importante del “Recovery Plan”? In maniera da superare le condizioni imposte dai regolamenti comunitari ed essere all’altezza della responsabilità nei confronti di chi dovrà abitare il futuro? Metriche che non si riducano a quelle del cambiamento climatico per disegnare obiettivi nei quali si riconoscano tutti; incentivi intelligenti per allineare gli interessi di imprese e famiglie e quelli del Paese nei settori decisivi (automobili; case; rifiuti; manifattura e agricoltura; rinnovabili); strumenti finanziari concepiti per fare in modo che tutti progetti ripagano l’investimento; sperimentazioni per produrre conoscenza condivisa;  un’azione di coinvolgimento perché la rivoluzione chiede a tutti comportamenti diversi.   

Sulla transizione energetica che tutti i grandi Paesi e, persino, le grandi multinazionali del petrolio e delle automobili, accettano come ineluttabile, pesa, in realtà, un equivoco: l’idea, cioè, che essa richieda un tributo in termini di Prodotto Interno Lordo, consumi, occupazione. In realtà, Vision ha provato a sistemare nel grafico che segue i Paesi del mondo su una mappa misurandone, da una parte, l’incremento delle emissioni di CO2 negli ultimi cinque anni e, dall’altra, la crescita economica nello stesso periodo, si scopre che la correlazione è molto vicina allo zero: non necessariamente quelli che crescono di più, sono quelli che maggiormente inquinano.

GRAFICO 1: RAPPORTO TRA VARIAZIONI NELLE EMISSIONI DI CO2 E PIL PRO CAPITE (PAESI AD ALTO RASSO DI SVILUPPO SECONDO UN)

grafico 1

 FONTE: VISION SU DATI WORLD BANK E IEA

Certo la pandemia dimostra che, ancora, una grave depressione è la garanzia più certa per una riduzione della quantità di diossido di carbonio rilasciato nell’atmosfera e, però, ciò succede solo perché – nonostante trent’anni di appelli – sono ancora i combustibili fossili a far “girare il mondo”.

Sul verde passano, in realtà, quasi tutti i più importanti treni del progresso tecnologico degli ultimi anni: lo dimostra la Cina che sull’elettrico sta costruendo formidabili vantaggi competitivi ed è un fatto che conosce molto bene, Francesco Starace, che è l’amministratore delegato della seconda più grande impresa di produzione e distribuzione di energia del mondo, quell’Enel che è l’ultima (vera) eccellenza italiana di dimensioni globali.

Il verde può e, anzi, deve ripagare l’investimento e le scelte che esige. Ed è questo, dunque, il punto dal quale la strategia di transizione ecologica deve partire. Laddove, invece, il documento del Governo (il PNRR da 209 miliardi) sembra adottare pigramente quella logica del finanziamento a fondo perduto che ci farebbe perdere subito. Cinque, dunque, sono i criteri per una strategia convincente.

Primo. Ridurre gli obiettivi della transizione al solo contrasto del cambiamento climatico può essere controproducente e gli obiettivi vanno tarati sulla situazione italiana. Il riscaldamento globale è, certamente, una delle grandi minacce che ci aspetta. e, tuttavia, ridurre una malattia assai più ramificata ad una sua sola degenerazione, ha l’effetto collaterale di proporre uno scambio tra presente e futuro che chi fatica ad “arrivare a fine mese” può rifiutare. E, invece, l’Italia deve, con più forza di altri Paesi, imporsi una riduzione anche delle polveri sottili (di cui muoiono, già, mezzo milione di europei all’anno secondo i calcoli dell’European Environment Agency) e che vedono, proprio, Milano come la zona più rossa dell’Unione. A Roma è, ovviamente, la pulizia delle strade che può fare una grande differenza per la capacità di quella città di utilizzare una quota parte meno ridicola del proprio enorme potenziale. Ed il grafico che segue dimostra come sarebbe altrettanto immediatamente comprensibile a tutti, in un Paese che non è più il centro dell’industria automobilistica europea, ridurre il tempo e lo spazio occupato da una tecnologia ormai obsoleta.

GRAFICO 2 - NUMERO DI AUTOMOBILI PER MILLE ABITANTI (2018, UNIONE EUROPEA, UNIONE DOGANALE E MERCATO COMUNE)

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Fonte: Vision su dati EUROSTAT

Secondo. La strategia deve puntare a incentivi che responsabilizzino produttori e consumatori alla ricerca della massima efficienza e ciò chiede di riconsiderare la logica dei bonus. Quaranta dei 73 miliardi destinati al capitolo della rivoluzione verde del PNRR sono dedicati a modernizzare edifici pubblici e provati e sono, davvero, tanti soldi: equivalgono alla metà del fatturato dell’intera industria edile (includendovi le costruzioni nuove) e a circa 1500 euro a disposizione per ciascuna delle 50 milioni di unità abitative (uno sproposito) possedute da 60 milioni di italiani. È una cifra coerente alle priorità della Commissione che gli assegna la prima priorità (“renovate”) dei “progetti bandiera” nel proprio documento sulla crescita sostenibile per il 2021.

L’entità della cifra impone, però, di ripensare il meccanismo del super bonus: esso non è adeguato per innescare quel processo di innovazione di cui edifici ed edilizia hanno bisogno. Meglio sarebbe utilizzare l’occasione per fornire a banche in crisi di idee una leva per diversificare i propri servizi: farne l’intermediario obbligatorio di un beneficio che lo Stato paga direttamente alle imprese per conto dei residenti (senza creare complicati passaggi presso l’Agenzia delle Entrate) e che le remuneri con una parte dei risparmi che l’intervento produce nelle abitazioni. Uno schema simile – già utilizzato in diversi Paesi frugali – va utilizzato per interventi di riqualificazione di interi quartieri e però va smontato lo stesso tabù del veto che i proprietari degli immobili possono opporre ad una responsabilità che è collettiva (anche rispetto a banali lavori di isolamento termico in case fittate o vuote).

Terzo. Gli strumenti finanziari da utilizzare devono, in terzo luogo, allontanarsi quanto più possibile dall’idea del regalo e devono essere disegnati in maniera che ripaghino lo Stato dello sforzo. Fondi chiusi per investire nel capitale di imprese che vogliano provare ad essere leader nei settori che la Commissione definisce di “power up” (ad esempio l’idrogeno o le batterie) vanno aperti alla partecipazione di investitori privati che vi contribuiscano con i propri capitali. Ciò può produrre il miracolo di moltiplicare le risorse disponibili, spendere più velocemente quelle disponibili, trovare competenze che l’amministrazione non possiede, fornire allo Stato liquidità per rientrare dal debito.    

Quarto. La trasformazione comporta, poi, la necessità di colmare buchi di conoscenza su come riorganizzare intere città e deve passare attraverso l’utilizzo sistematico di sperimentazioni.  Non ha senso pensare di spalmare decine di miliardi replicando interventi simili dovunque. Occorre che alcuni Comuni si propongano da laboratori per innovazioni di frontiere per poi condividerne i risultati. Città di media dimensione ed elevata efficienza nello smaltimento dei rifiuti potrebbero puntare a diventare le prime dotate di catene di generazione e smaltimento di rifiuti domestici totalmente digitalizzate dal supermercato al valorizzatore attraversando il frigorifero; altre con una densità di popolazione non troppo elevata e disegni urbanistici non particolarmente complessi potrebbero provare ad anticipare gli obiettivi di eliminazione delle automobili private alimentate a benzina o diesel prima che lo facciano gli inglesi (nel 2030) “ricaricando e rifornendo” (“recharge and refuel” come dice un’altra delle bandiere della Commissione) solo veicoli elettrici: ANCI potrebbe trasformarsi nel centro progettuale che gestisce e trasferisce la conoscenza prodotta.

Quinto. Infine, una transizione di questo genere non può più permettersi di vivere attaccata a documenti le cui bozze sono classificate come riservate. Trasformare un Paese significa concepire un progetto che riesca a far leva sulla migliore intelligenza di una comunità e diventi parte della quotidianità di tutti. È vero che il riflesso condizionato di chiunque si trovi a dover gestire 200 miliardi di EURO in un Paese come l’Italia, è quello di proteggerne l’efficienza chiudendosi nelle stanze della Presidenza del Consiglio. Tuttavia, se provassimo a fissare un criterio chiarissimo – quello della responsabilità di chi si assume l’onere di gestire queste risorse – potremmo trovare l’energia senza la quale la ricostruzione non può neppure cominciare.

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