Cosa manca al Recovery Plan?/ Un piano di lavoro

Le riforme mancate nella nuova programmazione dell'Europa

 Articolo di Francesco Grillo per Il Messaggero

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Quanto lavoro c’è ancora da fare sul Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (molti lo chiamano “Recovery Plan”) al quale affidiamo quasi tutte le residue speranze di evitare un tracollo economico di cui non abbiamo ancora contezza, usando 209 miliardi per trasformare il Paese? Cosa ci manca se ci confrontiamo con le richieste della Commissione Europea, con le bozze pubblicate dagli altri Stati europei e rispetto alle esigenze di un Paese che ha l’assoluta necessità di non sbagliare più nulla (come indica il grafico in basso sull'andamento del GDP dal 2000 al 2019 in quattro Paesi Europei)? Da queste colonne, alla questione si è dedicato ieri con saggezza Romano Prodi ed è utile continuarne il ragionamento perché una proposta operativa può anche risolvere il rebus di come si governa il programma per massimizzarne la resa (e sottrarlo ai soliti appetiti). 

Grafico - Andamento del GDP (LCU) dal 2000 al 2019 per Italia, Francia, Germania e Spagna

GDP indicizzato LCU 1

Fonte: Vision su dati World Bank

Alla bozza del Piano (Pnrr) mancano, ancora, quattro passaggi decisivi e a ciascuno di essi corrispondono scelte politiche (e lavoro tecnico) che sono ancora largamente incompiute. Mancano, innanzitutto, i traguardi intermedi (“milestones”) dai quali la Commissione Europea fa dipendere l’erogazione dei finanziamenti e che sono garanzia per i cittadini che le risorse non siano sprecate. Non si vedono, poi, le riforme (tranne un pezzo di quella sulla Giustizia) e, soprattutto, una riflessione sul motivo per il quale esse siano, quasi sempre, fallite negli ultimi vent’anni

Non ci sono, in terzo luogo, le scelte che una strategia sulla digitalizzazione e sulla transizione ecologica esigono e, probabilmente, non è piena quella libertà da micro interessi che ci hanno, finora, inchiodato ad un mediocre status quo. Infine, la valutazione economica degli effetti del Piano è prodotta da un modello macroeconomico troppo astratto: non si capisce, del resto, come il documento arrivi nella sua ultima sezione a stimare che l’impatto del Pnrr sia quasi esclusivamente limitato al Sud (secondo la bozza, già nel 2023, il Pil del Mezzogiorno aumenterebbe di quasi sei punti, mentre di poco più di uno nel Centro Nord) e se nel calcolarne l’effetto sul debito pubblico, si tenga conto del peso che, nel tempo, avrà l’obbligo di ripagare le risorse del “Recovery Plan” attraverso contributi maggiori al bilancio comunitario e la restituzione dei prestiti.


C’è, dunque, ancora tanto da fare entro il 30 aprile (ultima data per presentare alla Commissione la versione definitiva del progetto) e, tuttavia, ci può salvare un piano di lavoro chiaro.
Per cominciare è indispensabile definire – senza giri retorici – cosa ci aspettiamo che sia l’Italia tra sette anni, quando avremo esaurito l’ultima tranche dei finanziamenti (ai quali si affiancano altri 100 miliardi del bilancio comunitario ordinario da spendere in maniera altrettanto veloce). Non basta dire che vogliamo crescere di più e, neppure, fare il “copia e incolla” degli obiettivi che le Organizzazioni Internazionali si pongono (quelli di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, ad esempio, o a tagli delle emissioni al 2030). 


Questo è uno dei grandi equivoci che la programmazione europea rischia di indurre tra amministrazioni senza grandi idee e con una ossessione per l’adempimento. C’è bisogno, invece, di concepire un’idea di futuro che, per definizione, non può essere la stessa per Paesi che hanno vantaggi e svantaggi assai diversi e che indichi scelte e obiettivi comprensibili da tutti. Scegliendo, peraltro, nell’elenco di aspirazioni che possono essere infinite, quelle che realisticamente si possono realizzare in pochi anni e che appaiono condivisibili anche da chi potrebbe governare dopo le prossime elezioni.


Partendo, quindi, dal punto di arrivo al 2027, vanno concepite politiche industriali e di consumo “verdi” che siano calibrate con precisione su caratteristiche di regioni e territori urbani tra loro diversi (Milano è in cima alla classifica per “polveri sottili”, mentre Roma ha un’urgenza sullo smaltimento dei rifiuti). Vanno individuati i vincoli da rimuovere per raggiungere gli obiettivi (ad esempio quelli di urgente ristrutturazione di una sanità che deve entrare a casa dei cittadini), in maniera da capire quali problemi possono essere risolti dalle tecnologie e concependo un programma che sia fatto non solo di connessioni ma anche di formazione che sgretoli le barriere che tengono lontani dai servizi digitali chi ne ha più bisogno (innanzitutto, gli anziani). E vanno progettate le “riforme” (bisognerebbe chiamarle trasformazioni per sottrarle al monopolio degli amministrativisti) senza le quali continuerà ad esserci un buco sul fondo del programma di spesa pubblica. 

Sulle riforme, così come sulle strategie di modernizzazione è poi fondamentale un altro passaggio: chiarire a quali abitudini stiamo rinunciando, a quali soggetti stiamo chiedendo un cambio di passo o un passo indietro. Un cambiamento vero dell’amministrazione pubblica parte sbilenco se non ci rassegniamo all’idea di dover ridefinire drasticamente gli stipendi e, soprattutto, la parte variabile della remunerazione dei dirigenti pubblici. Quella del fisco non è una vera riforma se si limita alle aliquote senza entrare nel ridisegno dei metodi stessi attraverso i quali si definisce un imponibile e dei processi attraverso i quali se ne realizza un accertamento. La riforma della giustizia elude i problemi se non affronta l’argomento esplosivo della misurazione e della responsabilità della qualità del servizio che tribunali, avvocati e magistrati diversi erogano. 

Riforme e investimenti (e specifici progetti proposti da amministrazioni diverse) vanno, dunque, fortemente legati ad una “teoria” dello sviluppo dell’Italia che sia chiara. Da tale teoria conseguono naturalmente traguardi intermedi di questo progetto e una valutazione complessiva del suo impatto che diventa il patto tra Governo e Commissione, da una parte, e tra Stato e cittadini, dall’altra. Così come ne deriva anche la risoluzione del complicato rebus della governance. 

Essa ha bisogno di almeno tre componenti. Di buoni amministratori che sono fondamentali per far succedere le cose, che sono disponibili a legare i propri incentivi al risultato e a fare da avanguardia di un’amministrazione pubblica fortemente rinnovata. Di competenze che nell’amministrazione pubblica non ci sono e in grado di portarle conoscenza diretta di ciò che succede nel mondo nel quale dovremo tornare a pandemia finita. Di una leadership politica sufficientemente sicura di se stessa da abbandonare i riti di una comunicazione difensiva e di mobilitare tutta la migliore intelligenza ed energia di cui il Paese è ancora capace. 

Una vicenda come quella della trasformazione dell’Italia dopo la pandemia è destinata a ricordarci che la ricchezza delle nazioni dipende tutta dal riuscire a fare della democrazia una condizione indispensabile per raggiungere livelli di efficienza assai più elevati.

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