L'Europa è quello che si mangia

La riforma (radicale) della politica agricola comune come questione decisiva delle prossime elezioni europee.

 

Articolo di Francesco Grillo per Il Messaggero.

“Non c’è nessuno in questa stanza, le cui radici non tornano alla terra.” Fu con queste parole che il primo Presidente della Commissione Europea, il tedesco HALLSTEIN, presentò il primo bilancio di quella che si chiamava Comunità Economica e che dedicava all’agricoltura il 75% delle proprie risorse. Dopo settant’anni è alla terra che torna l’Europa perché non c’è nessun altro settore produttivo che avrà più diretta influenza sull’elezione del prossimo Parlamento europeo dato che, ci troviamo di fronte ad una delle battaglie più critiche nella storia di tutte le generazioni. Al cibo sembrano legati sia il passato che il futuro dell’Unione ed è questo il motivo per il quale conviene a tutti i partiti politici capire meglio il triplice paradosso nel quale sono intrappolati contadini e grandi industrie di trasformazione alimentare.  

Sono meno del 5% i lavoratori europei impegnati in agricoltura, i quali vivono di una triplice contraddizione che li rende politicamente assai rilevanti. In primo luogo, l’agricoltura riesce ad essere, contemporaneamente il settore che – dopo quello dell’energia - più contribuisce al cambiamento climatico; ma, anche, quello che ne subisce le conseguenze più devastanti. È da sottolineare che all’aumento progressivo della consapevolezza dell’importanza della cultura alimentare, si è assistito parallelamente ad un impatto crescente che questo settore ha avuto sul cambiamento climatico. Questo dato va però differenziato per produzione: la carne produce più emissioni dell’intera industria chimica e petrolchimica; al contrario, sono a forte rischio olio e riso. In secondo luogo, è ancora l’agricoltura, l’industria alla quale, di gran lunga, l’Unione Europea dedica maggiori risorse (60 milioni dall’anno) e, però, anche quello dal quale sono arrivate le proteste più dure. Infine, non c’è dubbio che il cibo sia per l’Europa il valore distintivo che tutti ci riconoscono (qualche anno fa, l’Economist calcolò il valore della cucina italiana valeva più di tutte le altre messe insieme); e, tuttavia, ciò fatica a tradursi in valore aggiunto e, ad esempio, in Italia continuiamo ad esportare meno di quello che importiamo. 

Le proteste dei trattori arrivate fino a Bruxelles, si stanno rilevando uno dei pochi fattori in grado di spostare davvero voti e cambiare le priorità europee. E Giorgia Meloni, il Presidente del Governo che partì aggiungendo il mandato della “sovranità alimentare” al Ministero guidato da Francesco Lollobrigida, intuì immediatamente di dover aumentare gli sforzi per proteggere gli agricoltori da mutazioni che non controllano. E, tuttavia, possiamo immaginare una riforma della politica agricola europea (PAC) che sia abbastanza radicale per spostarci dalla “difesa” di un settore che necessita supporto, ad una strategia che lo trasformi in un’industria capace di attivare grandi processi di innovazione? Tre le idee da sviluppare ulteriormente. 

Innanzitutto, va abbandonata la logica che ha accompagnato la PAC per settant’anni del sussidio permanente. Sussidio che – può sembrare strano - è legato alla quantità (gli ettari) di terra coltivata. È una mentalità che da per scontato l’inesorabilità del declino. E che, per definizione, non premia chi, invece - attraverso l’utilizzo intelligente di tecnologie o una migliore organizzazione – aumenta la produzione per ettaro o il valore che da quella produzione riesce ad estrarre. Certo che, nel tempo l’erogazione dei sussidi è stata condizionata ad una serie di controlli, non spesso condivisi (che hanno avuto l’effetto di aumentare in maniera deleteria la quantità di burocrazia che finisce con il danneggiare chi ha meno tempo); e, tuttavia, non c’è dubbio che l’idea della  “garanzia del reddito” (come esplicitamente prevede il più grande dei due “fondi” della PAC, ) scoraggia (proprio come succede per il “reddito di cittadinanza” italiano) chi voglia provare a non dipendere dal supporto dello Stato. Un’ipotesi potrebbe essere quella di aiutare chi ha acquisito meno successo e vorrebbe fare di più.  

 

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Figure 1 EU annual budget distribution by categories (2021-2027, billions of Euro) 

In secondo luogo, va abbandonata l’idea – romantica ma dannosa – della tutela della piccola impresa familiare. Esistono meccanismi che prevedono una ridistribuzione che tenga, appunto, in vita i piccoli. E, invece, va ammesso che l’agricoltura è un’industria. Che ha bisogno (come tutte le altre) di economie di scala e di chi – all’interno dell’azienda – si specializzi nel trovare nuove tecnologie o nuovi mercati. Un’alternativa alle grandi imprese che dominano i mercati internazionali (quelle americane o brasiliane) sono state le cooperative che riuscivano, persino, ad organizzare sofisticati canali distributivi. 

In terzo luogo, va potenziato la seconda gamba della PAC, il fondo per lo sviluppo di aree rurali ed è questo fondo che deve ospitare strategie territoriali finalizzare a rendere, contemporaneamente, interi territori più competitivi e meno impattanti sull’ambiente. Attualmente, la logica del “patto verde” che l’Europa si è auto imposta, impone agli agricoltori una serie di divieti e richieste di terreno da non coltivare: tali misure hanno il torto di essere uguali per tutti, in un continente che si estende dalle terre di Babbo Natale fino a quelle torride che lambiscono il Marocco. Molto più rispettoso per l’intelligenza di imprese che vanno trattate come tali, può invece essere la fissazione di pochi, chiari obiettivi che siano compatibili con la sostenibilità economica e ambientale del settore. Pochi “target” da definire con le imprese e le istituzioni di una certa area (le province italiane erano, forse, la taglia giusta) dai quali far dipendere (proprio come per il PNRR) l’erogazione di finanziamenti che accompagnino la trasformazione ambiziosa che l’Europa deve darsi come missione. 

L’agricoltura è stata finora lo specchio più fedele di un tratto che ha definito l’Europa: una negoziazione infinita per tirare da una parte - le grandi imprese industriali come la Germania e il Nord Europa – o dall’altra – la Francia con l’Italia e la Spagna - una coperta troppo corta. Siamo da tempo in un secolo che ci chiede di abbandonare stereotipi morti da tanto e accorgerci che sono in agricoltura (così come nel turismo) alcune delle opportunità per conquistare la leadership in un secolo cominciato ventiquattro anni fa.

 

Referenze:

EUROSTAT (2023). "Which EU regions rely heavily on agriculture?" Published online at Eurostat. Retrieved from: https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/ddn-20231011-1 [Online Resource]

European Commission, Directorate-General for Budget, (2021). The EU’s 2021-2027 long-term budget and NextGenerationEU : facts and figures, Publications Office of the European Union. https://data.europa.eu/doi/10.2761/808559[Online Resource]

Grillo, F. (2023). "Climate fatigue isn’t a sign that Europeans are in denial – it’s a sign of their fear". Published online at The Guardian. Retrieved from: https://www.theguardian.com/commentisfree/2023/nov/08/climate-fatigue-europe-voters-green-costs[Online Resource]

Ritchie, H. (2020). “Sector by sector: where do global greenhouse gas emissions come from?” Published online at OurWorldInData.org. Retrieved from: 'https://ourworldindata.org/ghg-emissions-by-sector'. [Online Resource]

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