Al bivio tra Next Generation EU e Old Generation Italy

Tre punti per la strategia digitale del Recovery Plan.

Articolo di Francesco Grillo per Il Messaggero

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I computer sono dovunque tranne che nelle statistiche della produttività”: è questa la frase che tutti quelli che studiano l’impatto delle tecnologie sui sistemi economici dovrebbero avere impressa a caratteri cubitali nella propria stanza di lavoro. A scriverla fu – proprio nell’anno in cui vinse il Premio Nobel – quello che è stato l’ultimo dei grandi economisti del novecento. Robert Solow che a 96 anni si diverte, ancora, ad insegnare all’MIT di Boston, fu quello che inventò la migliore spiegazione di cosa fa progredire o declinare le nazioni: è la conoscenza posseduta da una società che fa tutta la differenza e, però, investire in “digitalizzazione” non produce necessariamente più conoscenza e, dunque, più benessere. Ed è una lezione che dovrebbe precedere qualsiasi tentativo di scrivere il primo capitolo di quel documento (lo chiamano PNRR) che è, ancora, pericolosamente in bilico tra l’essere la grande opportunità di costruire una nuova generazione europea (Next Generation EU) e il rischio di diventare il BANCOMAT di classi dirigenti che hanno fallito.

Appare una tautologia che bisogna avere idee nuove per riuscire a concepire politiche di innovazione di successo. E, però, quasi la metà dei 48 miliardi dedicati al capitolo sulla digitalizzazione sono concentrati su un singolo progetto (il più costoso dei 150 le cui schede sono raccolte dall’ultimo allegato al “Recovery Plan”) che, semplicemente, estende crediti d’imposta che incentivano le imprese a fare investimenti tecnologici ,riproponendo una legge (Industria 4.0) il cui impianto risale, addirittura, ad una proposta fatta, per la prima volta, nel 1965 dal deputato democristiano Armando Sabatini.

Francamente, si fa fatica  capire come si possa concepire una strategia che deve avere – soprattutto se parliamo di digitale – elementi di distruzione creativa (come direbbe Schumpeter) con strumenti che arrivano a tutti quelli che riescono a presentare una pratica sviluppata dal proprio commercialista. Sorprende, semmai, che la stessa identica critica costruttiva al “Recovery Plan”, arrivi da un documento ufficiale (intitolato proprio “più investimenti, meno trasferimenti”) del Partito Democratico (che non è Italia Viva o LEU ma parte centrale della maggioranza).

Perplessità sulla parte digitale viene sollevata anche dal secondo più costoso intervento della strategia digitale al quale il PIANO dedica ben 5 miliardi di euro da  spendere per ripetere le lotterie e i rimborsi sperimentati nel mese di Dicembre e pensati per costruire una non meglio precisata cashless society quale garanzia di minore evasione: il progetto è, forse, l’esempio più nitido di una bulimia della spesa che deve aver contagiato il redattore del piano, perché certi obiettivi potrebbero essere meglio conseguiti con riforme puntuali, piuttosto che con investimenti che dovremo, nel tempo, ripagare.

In realtà l’azione rischia di essere non approvata dalla Commissione perché la Banca Centrale Europea ha già espresso (ad esempio nell’opinione firmata dalla Lagarde il 25 Maggio di quest’anno)  le sue riserve su politiche che forzino la riduzione dell’utilizzo di contante ricordando che esso conserva, comunque, una funzione come mezzo di pagamento come confermano le stesse statistiche della BCE rilevando il numero di banconote in circolazione è aumentato del 20% nell’area euro solo tra l’inizio del 2018 e la fine del 2020.  Va bene, tuttavia, porsi l’obiettivo di una maggiore utilizzazione di mezzi di pagamento ma, allora, ciò si fa identificando e rimuovendo i vincoli che impediscono il decollo definitivo di intermediari digitali nuovi (Fintech) e dell’utilizzazione dello stesso telefono cellulare (come è successo in Cina partendo, proprio, dalle classi svantaggiate) per effettuare piccole transazioni.

È indispensabile l’ambizione di una riforma fiscale che faccia pagare tutti e, dunque, di meno quelli che oggi sono tartassati è, tuttavia, ciò si fa attraverso la semplificazione e la stabilizzazione di un sistema la cui complessità è il miglior alleato dell’evasione (che è il messaggio principale del Paper di Vision sul Fisco concluso lo scorso anno).

Simile sensazione si ha nel leggere le intenzioni sulla Pubblica Amministrazione. Indiscutibilmente questa rimane la “madre di tutte le riforme” è, tuttavia, digitalizzare i processi senza averli, prima, profondamente rivisti e senza aver, prima, abolito quelli che sono ridondanti, può irrigidire ulteriormente le inefficienze. Va bene prevedere azioni di “smart working”: ma per fare cosa? Per aumentarlo, diminuirlo e dov’è la valutazione che ha misurato l’impatto che esso ha avuto sulla produttività di diversi uffici, in diversi comparti durante la pandemia? Semmai se, davvero, di riforme epocali rispetto a accadimenti eccezionali parliamo, non sarebbe questo, forse, il momento di rendere possibile la modernizzazione con una riforma che cambi lo stesso articolo 97 che prevede che sia la Legge (dunque centrale) a “organizzare gli uffici pubblici” (rendendo strutturalmente difficile la sperimentazione che le digitalizzazioni esigono)?

Il documento, infine, non coglie l’opportunità di chiarire la strategia e completare l’unico investimento – quello sulla connessione - che, sicuramente, spetta allo Stato e che, finora, ha funzionato. Secondo i dati della Commissione Europea, è triplicato negli ultimi 5 anni il numero di abitazioni dotate di una connessione di almeno 100 MB in Italia e, però, sono ancora meno di un terzo quelle raggiunte dalla Fibra (come evidenzia il grafico che accompagna l’articolo): rispondere a quello che è, soprattutto fuori dalle città, un fallimento di mercato significa attrezzarsi per cogliere quella possibilità di lavoro da casa che la pandemia produce e di cui il Piano parla senza averne studiato gli effetti non ovvi.

Grafico 1

E allora? Cosa ci vorrebbe per disegnare un piano di digitalizzazione capace di dare opportunità nuove ai ragazzi (molti votarono per il M5S) che devono poter disubbidire ai dinosauri che continuano a consigliargli ipocritamente la fuga?

Innanzitutto, una strategia sulle tecnologie va concepita non per prodotti che rispondono a interessi specifici, ma per problemi da risolvere e che tutti comprendono.

È questo il segreto dell’Asia che in questo 2020 ha usato il contenimento della pandemia per mettere un’ipoteca sul ventesimo secolo. È vero sono pochi i cittadini che usano le tecnologie e questo “divide” è, soprattutto, definito dalle fasce di età. Ma allora bisognerebbe incoraggiare la nascita di imprese giovani che sviluppino interfacce e linguaggi per anziani (i comuni di Lucca, Novara, Caserta stanno sperimentando tali forme di innovazione sociale) saltando quella che è una mancanza di immaginazione del mercato stesso; essendo tale ambizione cosa diversa dal finanziare servizi civili che non sopravvivono alla fine del sussidio pubblico.

In secondo luogo, spostiamo – soprattutto sul digitale – le risorse dal “fondo perduto” o dagli incentivi generici a Fondi Chiusi (INVITALIA ne ha appena lanciato uno dedicato al sud) nei quali rischino, con lo Stato, operatori privati specializzati per settore: spenderemmo più velocemente le risorse; le aumenteremmo; facendole tornare a fine investimento per poter ridurre il debito.

Tutti gli investimenti sulla modernizzazione di un’agricoltura e di un’offerta turistica sedute, da anni, su vantaggi competitivi che non sfruttiamo, devono passare attraverso strumenti capaci di sottrarre ad un nanismo endemico Start-up che rimangono tali per sempre.

Infine, la responsabilità. A prescindere della scelta che tanto appassiona il Professor Cassese tra Task Force e ministeri e l’appello sensato del Commissario Gentiloni a procedure accelerate, il punto fondamentale è che chiunque si occupi di disegno e esecuzione del Recovery Plan leghi il proprio stipendio e la propria carriera agli esiti delle diverse missioni, componenti e progetti del Piano.

Se questa è la battaglia decisiva, va ricordato che, persino, un generale come Cadorna fu sostituito da Diaz dopo Caporetto, mentre l’amministrazione pubblica ha conosciuto un numero di fallimenti (e qualche successo) in serie che, neppure, hanno scalfito l’assoluta invarianza delle parti variabili degli stipendi dei dirigenti. Questo è successo, ad esempio, sui fondi strutturali che più assomigliano alla sfida che stiamo affrontando e a questo proposito vale la pena di aggiungere un’ultima raccomandazione: che ci sia sulle politiche di trasformazione dell’Italia un’unica strategia e non decine di programmi distinti per fonte di finanziamento.

Il Piano nel suo complesso sembra soffrire dal continuiamo di cui l’amministrazione pubblica è, quasi per statuto giuridico, custode e di visioni settoriali di qualche esperto (parola questo che non ha senso se parliamo di innovazione radicale): ci vorrebbe una squadra capace di connettere (appunto) conoscenze diverse, visione internazionale, feroce pragmatismo.

Il bivio al quale siamo arrivati è decisivo. Da una parte Next Generation EU e la possibilità di usare l’investimento pubblico per dare spazio ad una generazione che già è europea e che ha pagato – per intero – il costo di tre crisi violente; dall’altra Old Generation Italy e il pericolo che, stavolta, non perdiamo solo l’ennesima occasione ma che danneggiamo quelli che hanno già perso un anno scolastico, scaricandogli addosso il debito velenoso che il Marshall Plan europeo comunque genera salvando una classe dirigente - politica e imprenditoriale - che, già, prima della pandemia era fuori dal tempo.

Paradossalmente tocca ad un governo nato dal successo di un movimento votato, soprattutto, dai giovani, fare la scelta che definisce l’anno appena cominciato e che nessun rimpasto può risolvere.

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