Diseguaglianze e pandemia. Disinnescare la miscela esplosiva

Come affrontare le diseguaglianze sociali ed economiche che la pandemia ha esacerbato. 

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero 

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bilancia

È come se il mondo si stesse spezzando in due parti e la cosa preoccupante è che, sempre di più, appare probabile che esse entreranno in collisione facendoci perdere tutti.

Le scene finali del miglior film del 2019, nel quale il protagonista interpretato dal premio Oscar, Joaquin Phoenix, si ritrova a capeggiare una sanguinosa caccia ai ricchi assomiglia, sempre di più, ad una sinistra profezia. Guardando i numeri dell’impatto economico della pandemia, fanno, infatti, impressione le evidenze su come, ancora una volta, il costo della crisi sia distribuito in maniera iniqua.

Molto più diseguale di quanto successe, un secolo fa, con altre tragedie che, pure, costarono molte più vite. E molto inefficiente.

Alla fine del 2020, le cinquecento persone più ricche del pianeta possedevano 7.6 trilioni di dollari, avendo aumentato la propria ricchezza complessiva del 31% in un solo anno: un incremento di 1.8 trilioni di dollari in dodici mesi che è una cifra due volte e mezza più grande degli storici 750 miliardi di euro che l’Unione Europea spenderà nei prossimi sette anni per rispondere alla peggiore crisi economica dalla seconda guerra mondiale. Mai nella storia delle rilevazioni fatte da Bloomberg, il gruppo dei cinquecento paperoni del mondo aveva conosciuto un anno migliore: il più ricco di tutti – Elon Musk, il visionario imprenditore che ha concepito alcuni dei progetti più affascinanti – ha, solo nella prima settimana di gennaio, ulteriormente accresciuto il proprio valore aggiungendovi ulteriori 40 miliardi (quasi il doppio della capitalizzazione di Fiat Chrysler che vende quindici volte più automobili di Tesla). E, tuttavia, parliamo del 2020. Lo stesso anno orribile che ha visto - secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale - l’economia mondiale contrarsi del 4,4 per cento e 90 milioni di persone scendere sotto il livello di reddito di 1,9 dollari al giorno e, dunque, in una condizione di povertà estrema. A dilagare è, poi, un’altra dimensione della diseguaglianza: la difficoltà ad accedere a servizi pubblici – dalla scuola alla sanità – in città divise dal virus. Sono numeri questi da maionese impazzita.

Da sistema nel quale Adam Smith e John Maynard Keynes non si sarebbero riconosciuti. Non regge un sistema così, se alla crescita delle diseguaglianze si aggiunge una decrescita secca della mobilità tra classi sociali diverse: se i ricchi sono sempre più ricchi e diventano irraggiungibili, a bruciarsi per autocombustione è lo stesso sogno che ogni società deve poter coltivare per poter continuare a stare insieme.

Chiaramente la diseguaglianza assume intensità e caratteristiche diverse in diversi Paesi (come ricorda il grafico che accompagna questo articolo) e a ciascuna delle sue configurazioni devono conseguire risposte politiche diverse. Ciò che, infatti, conta non è solo quantità delle diseguaglianze, ma la loro qualità, la capacità, cioè, delle differenze di svolgere ancora, il ruolo che gli economisti classici gli attribuivano: allocare risorse scarse a chi meglio riesce ad aumentarne il valore, incrementando, così, l’efficienza e la crescita complessiva del sistema. Tuttavia tali diversità si stanno appiattendo: sempre di più, incrociando i dati di OECD con quelli della Banca Mondiale, sembra che a maggiori diseguaglianze corrispondono minori possibilità per una persona povera di emanciparsi.

DISEGUAGLIANZE

 Negli Stati Uniti il fenomeno assume i contorni più esagerati e corrosivi. Tuttavia, la variabile che meglio spiega i divari è ancora il titolo di studio conseguito.

La selezione brutale e irragionevole avviene però prima ancora della scelta dell’università.

Secondo uno studio del NBER di Cambridge, la possibilità di essere ammessi ad Harvard è sei volte più alta tra i figli di chi ad Harvard è già stato. Inoltre, come rileva un’altra analisi del Graduate Centre della Cuny, è aumentata di cinque volte in trent’anni la probabilità che le nuove famiglie vengano formate da persone che appartengono alla stessa classe sociale (o decile di reddito). È, attraverso famiglie che cominciano ad assomigliare a dinastie, che la società americana si sta frammentando in ghetti – alcuni dorati ed altri squallidi – dai quali diventa sempre più difficile uscire. Con effetti gravi sulla capacità del sistema di selezionare i migliori e su un “sogno americano” di cui, solo cinque anni fa, Obama fu l’ultima celebrazione.

In Italia che è in certo senso, invece, la punta avanzata di un declino che è europeo, le differenze appaiono, progressivamente, indifferenti, persino, alla quantità dello studio, della capacità di singoli individui di risolvere problemi complessi, della volontà di lavorare.

Persino delle aspettative di retribuzione e della flessibilità. Nelle fasce di popolazione tra i 25 ed i 35 anni, molto maggiore sono le percentuali di persone in possesso di titoli di studio universitari e che hanno fatto esperienze significative in altri Paesi, rispetto a quelle per gli individui che hanno tra i 50 e i 60 anni. E, tuttavia, tra i primi il tasso di occupazione è diminuito di 10 punti percentuali tra il 2008 e il 2019, mentre è aumentato – esattamente nella stessa misura - tra i più anziani. E i divari sono ancora di più aumentati nell’ultimo anno che ha colpito chi aveva condizioni occupazionali fragili – tra i ragazzi, gli immigrati, le donne – e protetto chi era garantito.

Diventa, dunque, imperativo morale ricostruire una scuola molto più forte e pubblica in maniera che funzioni come ascensore sociale che dia opportunità simili a tutti: in questo senso, per l’Italia, la parte migliore del Recovery Plan è, proprio, quella dedicata alla Scuola e alle Università, ma un investimento serio sulla formazione di capitale umano va confermato nelle finanziarie e in riforme che premino chi mette nell’insegnamento più entusiasmo. Bisogna avere il coraggio di spostare prelievo fiscale dalla tassazione del lavoro a quella sui trasferimenti di ricchezza ereditaria. Infine e paradossalmente, diminuire le diseguaglianze che ci stanno svuotando, si fa aumentando la competizione leale a tutti i livelli: persino, negli Stati Uniti all’ombra della Silicon Valley, il dinamismo del resto dell’economia stagna.

Populismi senza idee hanno approfittato di una miscela esplosiva, dimostrando di non avere le idee per conservare il potere. Ma la tensione rimane e il goffo Batman che passeggiava nei giardini del Campidoglio qualche giorno fa, ricorda quanto, sempre più spesso, la realtà può superare certe spettrali fantasie. La pandemia sta accumulando disperazioni e solitudini che possono travolgere la stessa democrazia se non troviamo la forza e le idee per curare in corsa un sistema che non funziona più.

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