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Intelligenza artificiale e cambiamento climatico. I termini di una relazione che può essere decisiva

Tecnologia, adattamento e mitigazione: se ne parlerà a Venezia, dal al 17 ottobre, per uno sviluppo dell’IA che ci aiuti a vivere meglio

 

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An article of Francesco Grillo for La Repubblica

 

Intelligenza artificiale (AI) e cambiamento climatico. Sono due dei tre fantasmi (insieme alla possibilità di una guerra su scala globale) che agitano quasi tutti i pensieri dei governi, delle imprese e delle opinioni pubbliche di tutto il mondo. Che dovrebbero essere centrali ai programmi dei partiti che si trovassero nella condizione di dover preparare elezioni. A colpire la vita delle persone sono i robot che minacciano di sostituire non più gli operai ma i laureati (i nostri figli); e il caldo che sta rendendo non più abitabili le grandi città europee. Ed è naturale, dunque, che molti discutano se possa esserci una relazione tra AI e crisi climatica. Sembra, infatti, che l’AI possa essere parte del problema ambientale perché l’addestramento e l’utilizzo dei robot intelligenti consumano energia e generano emissioni dei gas serra che rischiano di arrostirci. Ma anche una possibile soluzione del problema perché consente previsioni sempre più precise di dove e quando eventi climatici estremi (come la grandinata di Cremona) possono colpire.

Ma come stanno, davvero, le cose? Sarà questo uno dei temi della conferenza sul governo globale del cambiamento climatico che si terrà a Venezia tra il 15 e il 17 ottobre. E, in realtà, oltre la cortina fumogena di un dibattito piuttosto approssimativo e ideologico, emergono tre notizie che – messe insieme – potrebbero farne una decisamente buona. A patto di riuscire noi a sfruttare le opportunità che la tecnologia offre, senza farci spaventare.

In primo luogo, c’è un problema di scala. Mentre i fenomeni naturali – compreso il cambiamento climatico – vivono di modifiche percentuali, le grandezze dell’AI segue traiettorie esponenziali. Mentre, cioè, l’aumento della temperatura media del mondo va contenuta in una percentuale che è circa del 15% (2 gradi) della temperatura media (13,5 gradi) che si registrava nel 1850; i miglioramenti e gli utilizzi dell’AI moltiplicano sé stessi ogni pochi mesi.

Incrociando i calcoli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia con quelli di Stanford, risulta che l’elettricità consumata per addestrare, far ragionare e interagire gli agenti è cresciuta di circa dieci volte tra il 30 novembre del 2022 (la data che sembra ora geologica del lancio della prima chatbot commerciale da parte di OpenAI) e oggi. E, tuttavia, è ancora più impressionante l’aumento del tempo complessivamente trascorso dagli umani a dialogare con i robot intelligenti e quello che ciascun bot impiega per dialogare con tutti gli altri. Sundar Pichai, l’AD di Google, qualche mese fa, ha citato che l’intelligenza artificiale della sola Alphabet processa, ogni mese, 330 volte più informazioni (misurate in token) che due anni fa. Il che, peraltro, significa che un singolo token oggi consuma molto meno elettricità.

In secondo luogo, c’è il contributo assoluto che ciò ha sul cambiamento climatico. Al momento, per mettere le cose in proporzione, c’è da dire che l’impatto è ridotto. Verissimo, il consumo di elettricità da parte dell'AI è cresciuto di circa dieci volte. Portandolo, comunque, a circa 150 terawattora (TWh) all’anno. Non è poco perché è equivalente al consumo di elettricità di un Paese come l’Egitto e, però, comunque parliamo dello 0,5% del consumo di elettricità del mondo (e dello 0,1% del consumo di energia del pianeta, laddove includiamo nel computo anche petrolio, carbone e l’energia non veicolata attraverso la rete elettrica).

Infine, in terzo luogo la possibilità che AI sempre più precise rendano le previsioni sempre più accurate. Soprattutto, su fenomeni difficilmente prevedibili, perché, come dicono i fisici, caotici. Il sistema di previsione basato sull’intelligenza artificiale (AIFS) lanciato nel 2025 dal Centro Europeo per le previsioni sul tempo di medio termine (ECMWF) promette di essere mille volte più efficiente dei modelli tradizionali. Ciò non significa prevedere esattamente che ci sia una grandinata violenta a Cremona il 28 agosto. Ma che ormai è possibile segnalare che la possibilità che un evento estremo succeda ha superato una certa soglia (diciamo del 30%) aumentando di molto la precisione geografica (da un’intera provincia a un singolo quartiere).

Tale possibilità potrebbe essere aumentata, affiancando l’AI allo sviluppo del computer che usi i principi della fisica quantistica (quantum computer). E – ancora più interessante – c’è il fronte delle politiche: un’AI evoluta potrebbe definire, con molta più obiettività e precisione, non solo il costo del cambiamento climatico per ciascun territorio; ma anche cosa converrebbe che ciascun territorio facesse per mitigare il proprio contributo in termini di emissioni, e per adattarsi alle conseguenze.

Certo, le macchine pongono rischi tanto enormi quanto le opportunità. Nel caso dell’intelligenza artificiale il rischio è che ne continui ad aumentare la domanda anche quando – questo è un asintoto che, certamente, c’è – ne diminuirà l’utilità perché il robot ha già mangiato una quota rilevante della conoscenza possibile. Avremo bisogno di governare l’AI; di evitarne le dipendenze che i social hanno generato. Al momento, però, non abbiamo neppure un’istituzione – a differenza di ciò che succede con il cambiamento climatico e con la conferenza annuale delle Nazioni Unite (COP) – che ci provi. Stiamo procedendo in un mare di cui non abbiamo alcuna mappa nautica. Potrebbe essere un vantaggio, se riuscisse a scattare quell’istinto alla sopravvivenza che – finora – ci ha fatto addomesticare la forza di tecnologie che avevamo inventato per vivere meglio.

*Docente in Bocconi e Direttore del think tank Vision