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Scienza: ascesa cinese e declino europeo...

Tre idee per tornare al futuro

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Articolo di Francesco Grillo su Il Messaggero.

L’editoriale della scorsa settimana dell’Economist è dedicato ad una storia che viene prima di tante considerazioni di geopolitica che pochissimo spostano gli equilibri di potere. La Cina, come evidenziato dal grafico, ha, appena, superato gli Stati Uniti per numero di pubblicazioni scientifiche classificate come di “alto impatto”, coronando un inseguimento cominciato all’inizio del secolo. Tuttavia, la notizia ne contiene anche un’altra che ci interessa più da vicino. L’Unione Europea sembra essere uscita dalla competizione che, più di ogni altra, definirà il nuovo ordine mondiale. Dovrebbe essere questo uno dei primi punti nell’agenda nuova di un’Europa che non può illudersi di vivere di passato.

china

Quello della Cina è, in effetti, un ritorno. Arrivarono dalla “terra di mezzo” le invenzioni che, importate in Europa, cambiarono la storia: il compasso, la polvere da sparo, la stampa. Fino al Rinascimento fu la Cina (insieme all’India) la più grande potenza economica del mondo (seguita a grande distanza da un’Italia divisa in signorie). Solo 20 anni fa, l’America produceva 20 volte più ricerca della Cina; nel 2013, solo 4 volte di più; alle fine del 2023, c’è stato, secondo la rivista Nature (una delle due più credibili del mondo), il sorpasso. Ma accanto a questa veloce ascesa, si registra un più lento declino. L’Unione Europea sta uscendo dalla partita. Se si contano le prime 50 università per produzione scientifica, ce ne sono, solo sei europee. Ma di queste due sono nel Regno Unito e una in Svizzera. Solo tre nell’Unione: due in Germania (che, però, può ancora contare sul prestigiosissimo Max Planck dove si formarono Albert Einstein e Werner Heisenberg) e una in Francia. Al continente che fu all’inizio della storia, sembrano restare solo ricordi tra i quali cullarsi.

Certo che tutte le classifiche hanno limiti. Quelle che calcolano la supremazia scientifica contando le citazioni degli articoli scientifici hanno il problema delle “cordate”. La comunità scientifica mondiale si è, infatti, da tempo frammentata in centinaia di piccole comunità (in Italia corrispondono ai 190 settori scientifico-disciplinari che articolano le carriere di quarantamila docenti) dove i ricercatori si citano tra di loro per far carriera: i numeri di Nature, dicono, ad esempio, che la tendenza degli scienziati cinesi a citarsi tra di loro è due volte più forte che quella che si registra tra quelli tedeschi. E, tuttavia, sono anche i risultati concreti della ricerca a dire che l’Europa sta soffrendo: sono quasi tutte cinesi le aziende che stanno sperimentando le “automobili volanti” che potrebbero cambiare il modo stesso di concepire la mobilità in città; sono quasi solo americane quelle che stanno provando a trasferire i modelli di intelligenza artificiale (IA) dai computer a veri e propri androidi. Sono modelli diversi – quello americano e cinese – di fare ricerca, ma l’Europa sembra tagliata fuori. Con eccezioni – come quella della francese MISTRAL che punta a modelli “non proprietari” di IA – che sono, però, concepiti, promossi a livello di singoli Stati e non di Unione Europea.

Sarà l’innovazione (e non la geopolitica) a determinare la “ricchezza delle nazioni” e il futuro ordine mondialeEd è, dunque, questa una delle massime priorità che deve avere l’agenda di un’Europa del futuro che non può essere in continuità con gli ultimi cinque anni ricchi più di auto celebrazioni che di risultati concreti.

Una strategia di rilancio dell’Europa deve utilizzare tre leve.

Innanzitutto, meno asfissiante burocrazia e regole più chiare: di regole la mutazione che stiamo vivendo ha bisogno perché in gioco ci sono diritti umani; ma non possiamo trasformarle in oceani di confusi adempimenti che fanno male agli stessi soggetti (individui, piccole imprese) che vogliamo difendere. In secondo luogo, gli investimenti: una politica industriale europea deve porsi l’obiettivo di selezionare e far crescere “campioni” europei in grado di competere con quelli cinesi e americani; nel frattempo, però, anche il grande programma di ricerca gestito dalla Commissione (HORIZON) deve essere riorganizzato attorno a problemi concreti che ciascun progetto deve tentare di risolvere (ci tentò, qualche anno fa, l’economista italiano Mazzucato). Infine, abbiamo un vantaggio nel nostro DNA culturale: se scegliessimo di ristrutturare la nostra ricerca attorno all’idea della interdisciplinarietà (abbandonando la logica degli “esperti” che possono gestire le questioni ma non risolvere problemi complessi) torneremmo a quella che era la caratteristica degli “intellettuali universali” (lo era Fermi e Marconi) che erano ossessionati dall’idea di avere impatto sulla vita dei propri contemporanei e che hanno creato le premesse scientifiche di un progresso che si sta spegnendo.

Fu un filosofo italiano – Vico - ad osservare che i popoli vivono di espansioni e declini. L’Europa, come la Cina, può ritrovare nella sua tradizione la chiave per la modernità. È necessario però avere l’umilità di riconoscere che certi vantaggi si sono consumati; e l’ambizione di pensare di poter ancora trovare una strada propria verso il futuro.

 

Referenze:

ANSA.it. (2018). "La Cina sorpassa gli Stati Uniti per numero di pubblicazioni." Link

Europa Atlantica. (2023). "La Cina, gli Stati Uniti e le relazioni internazionali: intervista a Matteo Dian." Link

Business 24 Ore. (2020) "Ricerca, la Cina pubblica più studi scientifici ma gli Usa resano leader nelle citazioni." Link

ISPI. (2024). "Lo stato del conflitto tecnologico tra Cina e Stati Uniti." Link