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Perché i vertici sul clima falliscono – e tre modi per salvarli

C’è la necessità urgente non solo di riprogettare le politiche climatiche, ma anche di elaborare un nuovo metodo per formularle

 

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Un articolo di Francesco Grillo per The Conversation

 

Quasi trent’anni dopo la prima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, le emissioni continuano a crescere. Nell’affrontare il cambiamento climatico il sistema globale risulta essere limitato: è lento, macchinoso e antidemocratico.

Perfino Donald Trump potrebbe non avere del tutto torto quando accusa l’ONU di produrre “parole vuote e di non dare mai seguito a quelle parole”. Se valutiamo i progressi compiuti dalla prima conferenza ONU sul clima (COP) del 1995, i numeri sulle emissioni confermano che, in effetti, dopo anni di parole non è seguito molto.

C’è la necessità urgente non solo di riprogettare le politiche climatiche, ma anche di elaborare un nuovo metodo per formularle. Il cambiamento climatico potrebbe perfino essere il tema giusto su cui sperimentare un approccio capace di ispirare una riforma più ampia delle istituzioni multilaterali.

In occasione di una conferenza che ho contribuito a organizzare, che inizierà il 16 ottobre a Venezia sulla governance globale del cambiamento climatico, si discuteranno tre idee.

Innanzitutto, dobbiamo gradualmente riprogettare il processo decisionale per risolvere un deficit sia di efficienza sia di democrazia. Le decisioni oggi sono lente e deboli perché, di fatto, cercano l’unanimità.

L’accordo di Parigi, ad esempio, richiedeva che solamente 55 paesi, responsabili di almeno il 55% delle emissioni globali, lo ratificassero per entrare in vigore. Eppure i diplomatici lavorarono affinché fosse approvato da tutti i 195 Stati membri dell’ONU – inclusi quelli che poi si sono ritirati (adottando formule linguistiche “vuote” per non scontentare nessuno).

Allo stesso tempo, il processo non include nemmeno tutte le parti che contano davvero: tecnicamente, il microstato di San Marino è uno dei firmatari degli accordi, mentre la megalopoli di Los Angeles non lo è. Gli attuali meccanismi mancano anche l’occasione di sperimentare forme di rappresentanza diretta per gruppi per i quali il cambiamento climatico è una questione vitale, come i giovani, i popoli indigeni o gli agricoltori.

Un’idea sarebbe quella di sfruttare la relativa concentrazione dell’economia mondiale. Cina, Stati Uniti e India rappresentano quasi la metà della popolazione mondiale (e gran parte di quella che vive al di sotto della soglia di povertà globale), più della metà del PIL e delle emissioni mondiali, e la maggior parte degli investimenti privati in intelligenza artificiale (che potrebbe rendere possibili alcune delle soluzioni più interessanti).

Sono necessarie riforme che vadano oltre l’attuale consenso generalizzato. Ad esempio, alcuni esperti hanno proposto un sistema di voto a maggioranza qualificata, in cui le modifiche richiederebbero una "super maggioranza" di paesi o forse una maggioranza che includa sia i paesi sviluppati sia quelli in via di sviluppo.

Ma dobbiamo essere ancora più ambiziosi: i diritti di voto dovrebbero, invece, riflettere le dimensioni.

Ciò creerebbe incentivi per gli Stati a unire i propri voti in rappresentanze regionali. Di fatto, alcuni accordi commerciali regionali come il Mercosur sudamericano, l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA) o l’Association of Southeast Asian Nations (ASEAN) potrebbero evolversi in alleanze climatiche.

Questa sarebbe una grandissima opportunità di leadership anche per l’Unione Europea, che ha accumulato più esperienza di qualsiasi altra organizzazione multilaterale nel mettere in comune le volontà nazionali. L’UE potrebbe dare l’esempio fondendo i suoi 27 seggi in uno solo, dimostrando come il suo “Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere” e altri strumenti collettivi possano tradurre l’ambizione in azione.

Ridurre drasticamente il numero delle parti potrebbe consentire l’introduzione di una maggioranza qualificata elevata (il 75% delle parti) per evitare una situazione come quella del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove i veti di soli cinque membri bastano a paralizzare il processo.

Questo aprirebbe anche spazio a una rappresentanza più diretta degli interessi vitali. L’attuale alleanza dei piccoli Stati insulari vulnerabili al clima potrebbe ottenere un voto che compensi la modestia della loro popolazione e del loro PIL. Il gruppo C40 delle principali città del mondo potrebbe ottenere un ruolo istituzionalizzato.

Le assemblee giovanili di cittadini, già esistenti da tempo, possono finalmente possedere un potere di voto formale. Questo le costringerebbe, a loro volta, a rendere più trasparenti i propri processi decisionali. Una riforma di questo tipo sarebbe limitata alle conferenze ONU sul clima ma, se avesse successo, potrebbe essere estesa ad altri processi decisionali dell’ONU.

Semplificare la climate finance

In secondo luogo, è necessario razionalizzare la caotica moltitudine di strumenti finanziari legati al clima. Insieme ad alcuni colleghi, ho recentemente contato circa 30 strutture che collegano paesi sviluppati e in via di sviluppo e che dovrebbero finanziare progetti climatici, con molta sovrapposizione e confusione.

Una possibilità sarebbe quella di fondere molti piccoli fondi in tre o cinque strumenti più grandi. Solo Germania e Regno Unito, per esempio, finanziano dieci di queste strutture (e quattro di esse sono congiunte). Ciascuno degli strumenti risultanti dalla fusione sarebbe dedicato a un obiettivo generale che ogni cittadino, investitore e gestore di fondi possa comprendere immediatamente.

Potrebbe esserci un fondo per l’adattamento (incluso il problematico “loss and damage”); uno per la mitigazione (e la transizione energetica); uno per finanziare ricerca e sviluppo e la condivisione tecnologica; e uno per incoraggiare, valutare e ampliare le sperimentazioni.

people in big room

Reinventare il formato della Cop

In terzo luogo, dobbiamo assolutamente cambiare il formato stesso della Cop. Il costo di trasporto e alloggio per i 100.000 delegati della Cop28 di Dubai è stato probabilmente superiore alla somma totale promessa in quella stessa Cop per compensare i paesi più poveri delle perdite legate al clima. Questo rapporto tra risultati e costi è una delle ragioni per cui l’agenda climatica ha perso parte del sostegno popolare.

Una possibilità è trasformare la Cop da gigantesca esposizione itinerante che cambia sede ogni anno in cinque forum permanenti (uno per ciascun continente principale) focalizzati su cinque problemi da risolvere, ovvero: l’adattamento climatico; la mitigazione climatica; la governance degli spazi che si trovano oltre i confini nazionali (oceani, Artico, Antartico); l’intelligenza artificiale e il clima; la geoingegneria (una tecnologia di ultima istanza che necessita di un forte controllo globale).

Distribuire le Cop nel mondo concentrerebbe il dibattito, renderebbe la partecipazione più semplice, ridurrebbe costi ed emissioni e potrebbe sostenere un dialogo continuo durante tutto l’anno, invece che in un unico grande momento.

La governance del clima non funziona. Eppure il clima potrebbe essere il miglior banco di prova per applicare un metodo radicalmente nuovo di governance globale. Potrebbe diventare un modello per affrontare la questione molto più ampia di come reinventare istituzioni concepite per un’epoca diversa, molto più stabile.

E se riuscissimo a sistemare il modo in cui il mondo decide sul clima, potremmo imparare a sistemare anche il modo in cui decide su tutto il resto.