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Talebani, anonimato e il lato oscuro della rete

“Most people do not really want freedom, because freedom involves responsibility, and most people are frightened of responsibility." Sigmund Freud

 Quest'articolo di Francesco Grillo e Riccardo Scarfato è una risposta ad Arianna Ciccone

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Riteniamo utile l’articolo di Arianna Ciccone su ValigiaBlu che risponde all’iniziativa di Luigi Marattin sull’“anonimato” in rete e all’editoriale di Francesco su Il Messaggero del 4 Novembre sullo stesso tema.

Lo riteniamo utile perché in questi giorni la stragrande maggioranza dei commenti sulla questione sono stati ospitati dagli angusti spazi di Twitter che – con ogni evidenza – non consente un confronto utile e, anzi, forse, promuove una polarizzazione del discorso (che è parte del problema cognitivo nel quale ci siamo, a nostro avviso, infilati). Invece, l’articolo di Arianna elabora un discorso che – per alcuni versi – non ci trova d’accordo ma che, perlomeno, consente di spiegarne il perché.

"Non c’è un Paese che non si ponga la questione di regolamentare la rete."

Innanzitutto due premesse che ci sembrano importanti, a questo punto, visto il tenore della discussione sugli esperti e sugli interessi che starebbero dietro a certi argomenti.

Non siamo amici di Luigi Marattin. Si è avvertito, semplicemente, il bisogno di supportare un’ipotesi che il nostro think tank Vision sta avanzando. Anche se il titolo dell’editoriale deve essere meglio qualificato. Il punto centrale della nostra proposta è che sia necessario oramai trovare il modo di responsabilizzare chi è sulla rete. Questo per il banale motivo che l’illusione della libertà senza responsabilità produce mostri (e questo appare essere un eterno ritorno nella storia dell’umanità).

In secondo luogo, visto che il dibattito si è molto acceso sulla questione delle (in)competenze, va precisato che né Francesco né Riccardo sono giornalisti e neppure politici. Visto che è a queste categorie professionali (che rispettiamo) che l’articolo di Francesco è stato associato. Siamo entrambi – come quasi tutti i “visionari” – provenienti da esperienze manageriali e accademiche,1 in gran parte vissute non in Italia e che, forse, ci avvicinano a qualcuno di quelli che hanno cinguettato insulti soavi.

"Siamo profondamente convinti che sia un errore ritenere INTERNET una questione tecnica."

Non siamo, dunque, “tecnici di INTERNET”, ma siamo profondamente convinti che sia un errore ritenere INTERNET una questione tecnica: la “tecnologia” di cui pochi giorni fa abbiamo celebrato uno dei possibili compleanni (il cinquantesimo) ha innescato non solo una rivoluzione industriale (come quella che ha cambiato il mondo attorno alle fabbriche), ma una vera e propria mutazione biologica. Una trasformazione che avviene con enormi contraddizioni e risultati non attesi, ma che di sicuro ha un impatto così radicale e globale che si può essere ingegneri informatici ma non “esperti di INTERNET”. Questo è un ossimoro. Di sicuro come dimostra il rapporto recentissimo dell’Oxford Internet Institute se si considera anche solo il problema della disinformazione, non c’è un Paese che non si ponga la questione di regolamentare la rete. Infatti, come dimostrano le iniziative della Warren negli Stati Uniti o di Macron in Francia, sarà questo uno dei temi più caldi dei prossimi anni. Mai come in questo momento è forte l’esigenza di fare qualcosa con un universo parallelo cresciuto senza che neppure ci si rendesse conto della sua forza. Ed un dibattito civile conviene, innanzitutto, ai giganti di INTERNET, prima che esso sprofondi in posizioni estreme.

Detto ciò, ecco sei punti, e ci limitiamo a quelli, per i quali ci sono differenze rispetto a quello che dice Arianna:

1) Innanzitutto vediamo una contraddizione forte tra le tre critiche che Arianna (e altri) riservano all’idea (sulla quale ci sono ancora grossi problemi di definizione) della riconducibilità di un contenuto ad una persona.
Si dice che l’identificabilità delle persone già c’è poiché un magistrato può risalire a chi offende; subito dopo però che la procedura non sempre è possibile e comunque molto costosa (dunque non è vero il primo punto); e infine che non serve quasi a nulla perché c’è chi abusa Twitter con tanto di nome e cognome (e si fa l’esempio di Donald Trump e, sinceramente, non si capisce quale interesse potrebbe avere mai lui a farsi propaganda facendosi chiamare Paperino). Inutile allora preoccuparsi dei primi due punti.
In realtà i tecnici sanno che di soluzioni tecnologiche pronte ce ne sono; che Facebook, purtroppo, è già un archivio globale e che, domani mattina, potrebbe sospendere tutti i profili che non corrispondono ad una persona reale e pulire (un problema di natura diversa) lo spazio di tutti quelli che non lo sono (e – purtroppo – oltre ai nick name ed ai BOT, ce ne sono 8.000 al giorno che si aggiungono ad alcune centinaia di milioni appartenuti a persone oramai decedute). La cosa, in teoria, si può fare ma non combacia con una schedatura di milioni di persone da parte di uno Stato, che, peraltro, nel caso dell’Italia, non riesce, neppure, da anni ad avere un’anagrafe unica dei residenti (come sa bene Diego Piacentini che si è imbattuto nella titanica impresa di centralizzare i dati dei Comuni).
La domanda vera – difficile ma semplice – dovrebbe essere: è conveniente che l’Unione Europea (è l’unico livello possibile) chieda ai principali SN (dovremmo definirli ma non è così impossibile facendo riferimento al numero degli utenti) di trasformare il proprio spazio virtuale in uno nel quale ci sono persone fisiche che si riconoscano tra loro?

2) L’anonimato servirebbe a proteggere la possibilità di dire degli “individui impopolari” e – più seriamente – di partecipare di chi rischia di essere perseguitato da uno stalker o da uno Stato autoritario.
È vero. E, tuttavia, tre obiezioni. Anche nel mondo virtuale potrebbe valere ciò che già funziona nel mondo reale: se sei in pericolo, la magistratura può autorizzarti a non essere identificabile dal tuo aguzzino; in Europa il pericolo di essere perseguitato per le opinioni politiche appare basso. Per ciò che concerne gli Stati autoritari, infine, l’assenza di nome e cognome vero, può essere persino controproducente: l’individuo usa un nome falso e ciò tranquillizzandolo rispetto ad un’ipotetica identificazione (che è, invece, potenzialmente possibile, come abbiamo detto), lo può rendere ancora più vulnerabile ed impreparato all’abuso. Sia nel caso di una donna perseguitata dal marito che del dissidente, c’è una debolezza da proteggere e l’anonimato non basta: c’è invece bisogno di adottare tecnologie dedicate che rendano non identificabile (attraverso l’uso di un IP) la possibile vittima.

3) A dover essere protetti, però, non c’è solo chi può essere danneggiato per quello che dice. Ma anche – e ci sembra che questa categoria sia molto più numerosa – chi è vittima delle violenze verbali.
È un fenomeno che, probabilmente, è ancora più diffuso del primo: tra episodi di bullismo, minacce esplicite, insulti, è evidente a tutti che lo spazio virtuale sta diventando irrespirabile. E ciò fa male agli stessi social network (SN). Trump lo abbiamo detto ha esattamente l’interesse di essere riconoscibile. Per un “leone da tastiera” che vomita offese nell’ombra, cambia la natura del gioco se gli si accende un faro sulla testa e si deve prendere la responsabilità sociale di aver urlato odio ad un giocatore di colore o ad un’anziana senatrice sopravvissuta ai campi di sterminio. Vero, poi, quello che dice Arianna sulla differenza tra la responsabilità di un giornale e di uno che cinguetta rispetto alla veridicità delle notizie. Verissimo anche che non solo gli SN, ma anche i giornali (e non solo quelli di destra) sono pieni di notizie false (e ancora di più di non notizie e omissioni di fatti grossi). Tuttavia, di nuovo la crisi dei giornali e la forza dei social sta diminuendo la distanza in termini di capacità organizzativa dei due fornitori di contenuti. E, probabilmente, se qualcuno – per scherzare – diffonde un deep-fake di una ragazza è, forse, giusto che ne risponda più velocemente possibile.

4) Togliere – in una qualche maniera che speriamo di discutere insieme l’anonimato ha a che fare con l’eliminazione di una di quelle asimmetrie informative la cui rimozione è la missione stessa di chi è, ancora, affezionato all’idea originale di INTERNET e della sua neutralità. Si dice, come prima, che il magistrato può arrivare, comunque, a chi diffama. Non è così automatico, ma ad ogni modo non è sufficiente. Perché la questione non è tanto quella di dare al magistrato, cioè allo Stato, la possibilità di agire, ma di dare al cittadino la possibilità di riconoscere il proprio interlocutore.

5) Non usare la categoria della privacy e della riservatezza per proteggere l’anonimato. Poiché ciò, infatti, è semplicemente non corretto. La riservatezza nasce – storicamente, filosoficamente – negli Stati Uniti come “right to be left alone” (R.W. Emerson nell’Ottocento). Di non vedere pubblicati dati personali. Qui parliamo del contrario: c’è qualcuno che pubblica un contenuto, si può discutere se può essere anonimo, ma non invocando il diritto (questo sì essenziale) alla non pubblicazione di dati personali. Semmai di nuovo andrebbe scoraggiato – attraverso la responsabilizzazione – la rilevazione anonima di notizie riservate.2

6) La vastità della questione, forse sottovalutata, ci porta (tutti) ad avere problemi anche nel definirne la natura stessa, a dargli il nome giusto. Lo stesso poi si verifica con le soluzioni. Motivo in più per provare a trovare semantiche che siano condivise da economisti, scienziati della politica, ingegneri e, se possibile, opinioni pubbliche. Innanzitutto, ad un livello più generale abbiamo l’enorme questione della concentrazione del controllo dell’informazione ed essa ha a che fare con la regolamentazione di un oligopolio mondiale fatto di meno di dieci aziende (tra le quali sette delle prime dieci al mondo per capitalizzazione), tutte americani o cinesi. C’è poi la problematica della regolamentazione delle piattaforme (e su questo ha ragione il Professor Ziccardi di differenziare; almeno tra quelle riconducibili all’oligopolio di cui sopra e le altre3) e quella dei social network.
Non c’è meno confusione sulla lista dei problemi: si parla di odio e di notizie false: entrambe categorie da definire meglio, laddove occorre distinguere tra di loro. Pochi però sembrano dar conto che di problemi ce ne sono altri e, forse, più gravi come quello della pubblicità ingannevole e delle frodi. E infine la confusione sulle possibili soluzioni. Anche solo se stiamo sulla questione della disinformazione: un eventuale anonimato (che, come abbiamo detto, non coincide con l’identificabilità) si può, in teoria, realizzare in almeno tre maniere diverse (e come ricorda lo stesso Ziccardi, solo una ha a che fare con la creazione di qualche archivio pubblico). E, comunque, anche se rimanessimo sul problema specifico della disinformazione, rimane il problema assai più grosso degli account falsi e dei BOT. Insomma, una vera e propria matassa, che fa apparire abbastanza bizzarro chi tuona di avere già certezze e che il dibattito sia già “consumato”.

"Non ha senso pensare di affrontare problemi così enormi con una legge nazionale."

Verissime alcune delle cose che Arianna ricorda.

Non potremmo essere più d’accordo quando dice che l’educazione (e non soltanto, diremmo noi, al digitale ma anche quella fatta di buoni libri che nulla c’entrano con questa mutazione) è l’antidoto più efficacia contro queste barbarie.

E ha ragione dire che non ha senso – come ricorda il garante della privacy – anche solo pensare di affrontare problemi così enormi con una legge nazionale.

Tuttavia, Francesco Grillo ricorda, anche, di aver – con grandissimo rispetto – discusso ciò con il Professor Stefano Rodotà a proposito dell’Internet of Rights: Qual è stata l’efficacia di una “dichiarazione di principi” assunta dalla Camera dei Deputati? Parla solo di “diritti” quello che è il prodotto di una “Commissione per i Diritti e i Doveri in INTERNET”: non è però più sensato ragionare, oggi, di “responsabilità” che si accompagnano a diritti che, altrimenti, intesi come istanze tra di loro isolate finiscono con il ledersi a vicenda? Lo diciamo e lo ripetiamo: la storia di INTERNET deve molto a chi vi ha investito passione e intelligenza non solo programmando, ma facendo campagne e producendo cultura nelle organizzazioni internazionali. Ma è eccessivamente blasfemo ricordarsi che di fronte ad evoluzioni così radicali, veloci, gravi, sbagliatissimo sarebbe attaccarsi ad uno scolastico ipse dixit?

Non è, invece, indispensabile metterci d’accordo tutti sul fatto che stiamo navigando “territori non mappati” (lo dice persino Draghi) e che, dunque, fondamentale non essere fondamentalisti, praticare il dubbio, il confronto tra competenze diverse?

Conviene ai giganti del web partecipare ad un esercizio di problem solving non difensivo

L’unica certezza è che mai come ora è forte l’istanza della regolamentazione e la sfiducia che la Rete possa da sola farlo4. Ed è questo che si legge dal risultato del primo rapporto della Commissione Europea rispetto ai risultati del codice di autoregolamentazione sottoscritto da Facebook, Google e altri5. In questo contesto conviene ai giganti del web partecipare ad un esercizio di problem solving che non sia difensivo. Nel quale ci investano tutta la propria grande intelligenza.

Infine, dulcis in fundo, veniamo a ciò che più è sembrato interessare molti. Qui Francesco Grillo preferisce parlare in prima persona.

Con chi ce l’avevo dicendo dei “TALEBANI DI INTERNET”? Mi sono rifiutato di fare nomi e cognomi (mentre il mio è molto visibile e… non sono parente di Beppe...) perché in fondo la definizione è fatta in maniera tale che se la autoassegnino chi ci si riconosce. Almeno nel nostro immaginario collettivo, i talebani non hanno dubbi; credono di aver fissato da qualche parte tutta la conoscenza del mondo; proteggono il proprio territorio allestendo trappole per chi (come me) ha l’insana idea di infilarcisi dentro; hanno comportamenti tribali coordinando i propri attacchi contro l’intruso. E, però, a volte diventano amici di chi – con lealtà – si prende la responsabilità di non nascondersi.

Il futuro di INTERNET ha, a nostro avviso, bisogno di trovare responsabilità che diano senso ai diritti. Se non ci riuscissimo, quello che resta della libertà può produrre solo altri mostri.

AGGIUNTA

Le analisi serie (ma anche il buon senso) dicono che tra anonimato, odio e disinformazione c’è una correlazione positiva. E richieste più o meno scomposte di “fare qualcosa” sono destinate ad aumentare.

NOTE

1Francesco è l’amministratore delegato di una società di consulenza strategica che ha fondato dopo essere stato in McKinsey. È un Ph.D. in Political Economy di LSE ed è stato visiting fellow all’OXFORD INTERNET INSTITUTE. Ha cominciato a scrivere questo articolo tornando dall’ESTONIA dove ha presentato un libro (“Democracy and Growth in the 21st century” con SPRINGER NATURE in inglese e “Lezioni Cinesi” con SOLFERINO RCS in italiano) su come Internet sta cambiando il rapporto tra democrazie, innovazione e crescita. Il 4 Novembre il libro è stato premiato all’Università di Tartu che ha sviluppato il progetto che ha consentito a quel Paese di essere il primo a poter, addirittura, istituzionalizzare il voto elettronico, senza incorrere in particolari problemi di sicurezza.

Riccardo è consulente tax&legal per una law firm italiana in materia di fiscalità internazionale, inoltre si occupa di analisi d'impatto della digitalizzazione sulle politiche pubbliche. Riccardo si definisce semplicemente figlio di questa Europa, figlio della nostra democrazia occidentale, sostanzialmente figlio del XXI secolo con tutti i rischi ed opportunità che si trova ad affrontare. Quel sistema appunto che sembra aver perso la spinta rivoluzionaria che ha permesso al nostro Occidente di progettare una società alternativa in ogni momento del bisogno, così come esponeva Paolo Prodi nel “Il Tramonto della Rivoluzione”. La fortuna di aver studiato in tre sistemi universitari diversi (italiano, francese ed americano) ed il sano confronto grazie alla Commissione europea con i colleghi durante molti progetti, in Lituania-Kosovo-Polonia-Belgio-Francia-Croazia ed ovviamente Italia; hanno contribuito a formare una coscienza ed una passione in politichE (e non politica) multiculturale e che guarda sempre al futuro.

2Lyrissa Barnett Lidsky and Thomas F. Cotter, (2007), Authorship, Audiences, and Anonymous Speech, 82, Notre Dame L. Rev. 1537

3Profili sui social network e carta d’identità: perchè non è possibile. Giovanni Ziccardi. 11 Febbraio 2019

4È la posizione di Giovanni Pitruzzella, Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (ANTITRUST) fino al SET 2018, nell’editoriale del 9 Novembre 2019 “Il WEB ha bisogno di regole e non di “censura privata”

5Commissione europea - Code of Practice on Disinformation - First Annual Reports - ottobre 2019 sugli sforzi fatti dai firmatari - Facebook, Google, Microsoft, Mozilla, Twitter - del codice di autoregolamentazione