Il destino dell'EUROPA (e del mondo) sarà deciso a EIRE, Pennsylvania

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero.
Il destino dell’Europa (e del mondo) si decide ad Erie. Può sembrare un’esagerazione ma ci sono buone possibilità che sia proprio così. È probabile che sia il voto degli elettori di una cittadina sul lago Erie, grande quanto Ostia, a determinare a chi vadano i 19 rappresentanti della Pennsylvania che saranno, altrettanto probabilmente, decisivi per determinare chi sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti. La guerra in Ucraina, il futuro della stessa NATO e del e, dunque, lo stesso collocamento dell’Europa tra USA e Cina, dipendono da circostanze che nessuno controlla. E stavolta, però, l’effetto non è neppure quello dell’improvviso battito delle ali di una farfalla che genera un uragano, come nella teoria del caos. Il paradosso di Erie è infatti il risultato che fa la somma di tre precise debolezze: un mondo molto meno multipolare di quanto non racconta l’economia; un’Europa che in quel mondo è fragilissima; e, infine, una democrazia (quella americana) resa vulnerabile da meccanismi rimasti uguali per 200 anni.
Come tuona il Financial Times (scoprendo l’acqua calda), siamo tutti appesi al voto di qualche migliaio di elettori che mai avremo la possibilità neppure di conoscere. Il paradosso riflette, però, in almeno tre maniere diverse, un problema molto più grave e generale: non riusciamo più a riformare istituzioni che sono sempre più scavalcate dalla storia. Non ci riusciamo né a livello nazionale. Né europeo. E neppure globale.
Innanzitutto, siamo bloccati sul voto dei quartieri di qualche contea americana, perché i meccanismi elettorali delle democrazie liberali sono rimasti fermi ad un mondo che non c’è più. Un paradosso nel paradosso è che ancora più fermi lo sono nel Paese che guida e difende la democrazia. Il criterio che assegna tutti i “grandi elettori” di uno Stato al candidato presidenziale che avesse anche un solo in più in quello Stato, è rimasto lo stesso per 188 anni (con la sola eccezione del Maine e del Nebraska): dal 1836, quando gli Stati Uniti avevano appena acquistato la Louisiana dalla Francia, mentre la California e il Texas erano ancora aree desertiche di cui il Messico non sapeva cosa fare. In due secoli, il mondo ha radicalmente cambiato il suo centro almeno tre volte, ma le forme della democrazia americana sono rimaste le stesse.
Sono rimaste bloccate su sé stesse anche le organizzazioni internazionali come l’ONU o l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Non abbiamo più un meccanismo per governare una globalizzazione che nel frattempo si è moltiplicata. La Cina, ma anche l’India e la stessa Russia (nonché il Brasile) chiedono sempre più con insistenza che il mondo sia multipolare (e che il dollaro non sia più al centro della finanzia mondiale); ma, di nuovo, l’inerzia finisce con lo scaricare sugli Stati Uniti la responsabilità di fare lo sceriffo del mondo. L’obbligo di intervenire in qualsiasi crisi. Una responsabilità questa che sta svuotando di energia gli Stati Uniti stessi (come ha intuito Donald Trump costruendo su questa stanchezza una delle ragioni del suo successo) e nessuno ritiene conveniente sostituirli in questa gravoso onere.
E infine, l’Europa. Mai come in questo momento, assolutamente sospesa in attesa degli eventi. E, dunque, di leadership. Cosa rimarrà della promessa di un supporto dell’Ucraina destinato a durare per sempre, se vincendo Trump davvero volesse mantenere il suo impegno di far finire “la guerra in un giorno” proponendo concessioni territoriali che Zelensky ritenesse inaccettabili? Come reagirebbe l’Unione a nuovi dazi sulle esportazioni verso gli Stati Uniti che colpissero le già stremate industrie automobilistiche europee? C’è qualcuno che ha predisposto un piano nello scenario A (quello in cui vince Kamala Harris che, comunque, produrrebbe – ad esempio in Medio Oriente – significative discontinuità rispetto a Biden)? Per non parlare di un più radicalmente diverso scenario B nel quale fosse il repubblicano a prevalere?
La sensazione è che a Bruxelles si proceda a vista. Sperando di “cavarcela”. E che a vista, in fondo, si navighi anche a Pechino e a Kiev e negli uffici dello stesso Pentagono. Ma con la differenza che l’Europa rischia, davvero, di finire come un vaso di coccio in una tempesta perfetta. Già perché soprattutto Paesi come la Germania, la Francia, l’Italia, la Spagna non possono permettersi di non avere un piano realistico per stare insieme: essendo troppo grandi per navigare, come la tranquilla Svizzera, tatticamente da una crisi ad un’altra; ma troppo piccoli – rispetto alla Cina, all’India o agli Stati Uniti – da poter davvero influire senza convergere sulla stessa agenda.
Erie è il capoluogo di una contea più piccola della provincia di Viterbo. La città ha perso un terzo dei suoi abitanti rispetto agli anni Settanta ed è l’ennesimo riflesso di un sogno americano che si è sbiadito. Il caso vuole poi che nella cittadina ci sia una forte comunità aderente alla chiesa ortodossa di rito russo. Potrebbe essere questo l’episodio che decide una partita bloccata e che nessuno – dopo qualche milione di morti e miliardi di analisi impotenti - ha avuto la forza o il coraggio di decidere.
Per una legge dei sistemi complessi, se nessuno decide la Storia finisce con l’essere decisa da una monetina. Leadership significa riprendersi tra le mani il proprio destino.
Referenze:
Financial Times (2024). US election voters in swing states bombarded with billion-dollar ad blitz. Link.
The Telegraph (2024). A guide to the 2024 swing states and why they are so important this election. Link.
Reuters (2024). At BRICS summit, Russia to push to end dollar dominance. Link.
Commissione Europea (2024). Speech by President von der Leyen at the second meeting of the Ukraine Compact. Link.
