Sono i titani a rischiare per l'eccesso di concentrazione

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero
È come se Hulk, il supereroe verde, enormemente muscoloso, avesse deciso di doversi sottoporre ad una cura di steroidi per diventare ancora più grosso. È questo, forse, il modo più sintetico per raccontare la sensazione lasciata nel vedere gli amministratori delegati delle sette sorelle che dominano l’economia mondiale, seduti in prima fila, per la prima volta tutti insieme, alla cerimonia di inaugurazione del Presidente Trump. E insieme, per descrivere la sindrome di cui i titani potrebbero soffrire e che potrebbe essere – proprio mentre ne intravedevamo l’apogeo – l’inizio della fine di un ciclo. Non è, però, detto che, chi al momento sembra ormai ai margini della storia, non possa ritrovare, se agisce con intelligenza, un ruolo. Ciò è vero anche per un’Europa che non è mai stata così all’angolo. In quell’angolo dove, come nei grandi film americani, scatta l’istinto alla sopravvivenza.
Per descrivere lo stato dell’economia mondiale in questa fase assolutamente nuova, possono essere sufficienti pochi numeri. I mercati azionari americani valgono oggi il 208 % del PIL degli Stati Uniti, complessivamente più di 60 trilioni di dollari. È una cifra maggiore del valore di tutte le borse del mondo messe insieme e che è molto superiore a quello che è il valore dell’economia americana (gi Stati Uniti valgono “solo” il 15% del PIL mondiale). Ma, ancora più impressionante è il fatto che basta contare sette aziende – appunto Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta alle quali più recentemente abbiamo aggiunto Nvidia e Tesla – per fare un terzo del valore totale dei due già enormi mercati di New York (NYSE e NASDAQ). Il valore delle sette aziende americane di maggior valore è cresciuto di più di cinque volte negli ultimi dieci anni; il valore dei mercati finanziari del mondo solo del 50%. Basta la più piccola delle sette per comprarsi due volte l’intera Piazza Affari italiana dove pure sono quotate 471 aziende ed esse valgono, complessivamente, diciotto trilioni di dollari: con quella cifra si può costruire – secondo la NASA – una città di un milione di abitanti su Marte e avanzerebbero risorse a sufficienza per ripagare due volte l’intero debito pubblico italiano.
Bastano questi dati per dar conto di un fatto e di una previsione. Il primo: siamo, di fronte, ad un processo di concentrazione di risorse finanziarie mai visto prima e che si sta staccando dalle dinamiche dell’economia reale (quella dove si producono ancora automobili, si curano le persone, si educano gli studenti). La seconda: è difficile – per una legge della termodinamica che non può non valere anche per le società – che tale processo di concentrazione possa proseguire ulteriormente. In questo senso, non è del tutto chiaro il motivo per il quale individui che hanno accumulato una fortuna per spendere la quale occorrerebbero generazioni di eredi, si prendano il rischio di occuparsi di politica che una delle attività umane più complicate e pericolose.
In realtà, anche ai giganti serve un regolatore indipendente. Tanto quanto gli serve – per sopravvivere – avere concorrenti potenzialmente capaci di batterli. È l’antico argomento che ha ispirato – per la prima volta proprio negli Stati Uniti, nel 1890 – la legislazione antitrust. Crescite eccessive inducono comportamenti che strozzano lo stesso meccanismo competitivo che ha selezionato i vincitori, scoraggiando l’innovazione. Ciò, in ultima analisi, produce un danno sia ai consumatori che, all’economia nel suo complesso. E allo stesso monopolista, per eccessiva sicurezza, tende ad addormentarsi e diventare vulnerabile a cambiamenti che, se rimandati, esplodono con maggiore violenza.
Il problema è che, però, ci troviamo di fronte ad una questione ancora più complessa e difficile da interpretare di quella che capitò al Senatore Sherman, che con la legge del 1890, spezzò l’impero petrolifero di Rockefeller. Meta veicola il 50% dei messaggi che le persone nel mondo si scambiano attraverso i social media. Google/ Alphabet è il motore di ricerca usato dall’80% degli individui per trovare dati nella rete e ciò significa che 4 miliardi di persone vi fanno passare tutte le proprie informazioni personali. Apple produce in Cina l’80% degli IPhone e la stessa Tesla esporta il 40% delle proprie automobili elettriche in Cina.
Oggi, ci troviamo di fronte a sette diverse concentrazioni (perché le sette sorelle sono impegnate in business molto differenti) di informazione che è potere. E tutte e sette hanno dimensioni che attraversano i confini che qualcun altro vorrebbe chiudere. Conviene anche ai titani procedere con prudenza ed augurarsi di trovare interlocutori indipendenti, per non essere travolte da una complessità che esse stesse hanno creato.
L’Europa può, in questa prospettiva, recuperare un ruolo. Non con le montagne di regole che producono quello che, oggi, rispetto agli eccessi di MUSK appare essere un impotente topolino. Ma dedicandosi subito a far nascere e crescere imprese capaci di proporre un’idea di innovazione che sia alternativa a quella a cui è abituata Silicon Valley. Ci stanno riuscendo i cinesi recuperando il ritardo nei modelli linguistici larghi puntando a metodi che consentono elaborazioni che consumano molto meno energia. Ci può riuscire l’Europa puntando a progettare applicazioni di intelligenza artificiale più specifiche e che siano pensate come soluzioni a problemi concreti (ad esempio quelli urgenti che ci arrivano da una sanità in grave difficoltà) che riguardano milioni di persone. Una visione che manca a Silicon Valley e che ai titani potrebbe essere utile per capire a quali utilizzi applicare macchine sempre più inutilmente intelligenti. Una visione che può persino dare ai titani quel senso del limite che gli serve per sopravvivere alla sindrome di Hulk.
Referenze
European Strategy and Policy Analysis System. (2015). Global trends to 2030: Can the EU meet the challenges ahead? Link.
Silver-Greenberg, J., & Phillips, M. (2024, January 22). How the ‘Magnificent Seven’ tech stocks took over the market. The New York Times. Link.
The Wall Street Journal. (2025, January 20). Tech elites take center stage at Trump inauguration. The Wall Street Journal. Link.
