Digitalizzazione e lavoro: cosa sta cambiando
Articolo di Silvia Castellazzi

Una delle implicazioni più interessanti dell’automazione dei processi produttivi e in generale della digitalizzazione della produzione e del lavoro è legata a come cambiano le singole attività (task) di ciascun lavoratore. Ce ne accorgiamo quando parte dei task di ciascuno di noi vengono appunto sostituiti da algoritmi in senso lato; così facendo è lasciata però al lavoratore idealmente l’opportunità di sviluppare la parte più nobile, più caratterizzante del suo lavoro (quella, come la chiamano gli economisti, di non-routine, che ancora non può essere svolta dai software: in primis le capacità affettive e relazionali e la gestione di ambiguità e incertezza).
Questa opportunità si dà se il contesto richiede al lavoratore effettivamente una superiore capacità di gestione. Si dà cioè se c’è una spinta competitiva tale da costringere le imprese a richiedere attività e quindi competenze via via più articolate e integrate. Come si configura in Italia tale richiesta?
Un recente rapporto OCSE (2017) ci parla di un Paese posizionato in una situazione di tendenziale equilibrio tra i volumi di domanda e offerta di competenze che si attesta però su una combinazione poco produttiva e innovativa: quella cioè in cui, da un lato, l’offerta di competenze di alto livello è inferiore rispetto alle medie internazionali (percentuale relativamente bassa di laureati, minore qualità dell’educazione secondaria etc.), ma dall’altro il tessuto produttivo è tendenzialmente soddisfatto perché non richiede – nel complesso – competenze nettamente più alte (low-skill equilibrium). A fronte di una qualità medio-bassa dell’offerta c’è una qualità medio-bassa della domanda, che non traina, non mette in moto una “produzione” di competenze più articolata. I motivi sono risaputi: piccole dimensioni delle nostre aziende, bassa managerializzazione di imprese a forte controllo familiare, diversi settori al riparo da dinamiche competitive.
L’equilibrio, proprio perché tale, è difficile da spostare: idealmente le imprese e i lavoratori nel complesso trarrebbero un vantaggio nell’andare verso un’economia nel complesso più innovativa e competitiva, che li proteggerebbe maggiormente da disoccupazione, obsolescenza ed esclusione. D’altro canto, pochi sembrano gli incentivi per le singole aziende a uscire dal “business as usual” e a provare una strada diversa, col rischio di rimanere sole in mezzo al guado in assenza di una regia che le guidi

Le implicazioni della digitalizzazione sui processi e sul lavoro sono un’occasione imperdibile per mettere in moto un circolo virtuoso in cui professionalizzare e aumentare le competenze – tra i programmi del prossimo governo accanto a sostegno al reddito e flat tax sarebbe utile ricominciare a parlare di produttività, investimenti e di dove dirigere i fondi e le energie liberati da una possibile riforma fiscale per le imprese.
