Tecnologia, capacità cognitive e il buon senso che serve

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero
Quanto sono le persone che hanno una capacità di comprendere un testo scritto inferiore a quella di un alunno di dieci anni che ha appena conseguito la licenza elementare? Il rapporto dell’OECD che compare i risultati dei sistemi scolastici dei Paesi più avanzati del mondo fornisce risposte sorprendenti. Un quarto della popolazione è aldi sotto del livello “elementare” che serve per capire il manuale d’istruzione di una medicina o come apporre il voto su una scheda elettorale. Il dato è ancora peggiore per l’Italia, ma ancora più preoccupante è il fatto che questa percentuale aumenta nel tempo, nonostante il fatto che, dovunque, aumentano anche i laureati. È evidente che questa tendenza può mettere in dubbio l’efficacia dei meccanismi che utilizziamo per generare e trasmettere conoscenza. Ed è da una tecnologia che non abbiamo imparato ad usare che arriva la corrente di lungo periodo che sta erodendo la nostra capacità di leggere una complessità che noi stessi abbiamo creato.
Nei trentuno Paesi con il più altro reddito pro capite del mondo si registra un aumento del numero di anni trascorsi a studiare. In 25 anni, la percentuale di laureati è raddoppiata sia a livello globale (dal 20 al 40%), che in Italia (passando dal 10 al 20%). L’Italia, però, si conferma al penultimo posto subito dopo la Turchia e prima del Messico. Ovviamente, il miglioramento è determinato da una maggiore propensione a studiare dei più giovani, ma molto interessante è la lenta ma inarrestabile scoperta che le università possano essere frequentate da adulti ed anziani. Studiare, del resto, si conferma, un buon investimento economico ma a beneficiarne in maniera ancora più marcata sembra essere la percezione di stare fisicamente bene. Dai numeri emerge, però, un problema.
Nonostante, infatti, l’aumento del numero di persone che arrivano all’università, stanno diminuendo le capacità cognitive che la scuola contribuisce a sviluppare. Le competenze linguistiche e quelle matematiche appaiono perfettamente correlate e ciò suggerisce che sia sterile la polemica attorno alla scelta tra materie umanistiche e quelle scientifiche. Negli ultimi dieci anni, esse si sono sincronicamente ridotte ovunque. La diminuzione è superiore tra i Paesi che erano già in ritardo e tra le persone meno educate e ciò spiega perché aumentano le diseguaglianze meglio di tante altre analisi. In un contesto già fragile come quello italiano, la fascia di popolazione che non arrivano al diploma (33% della popolazione) sembra staccarsi dal resto della società.
Tuttavia, anche se la caduta delle capacità cognitive è più marcata tra chi era già in difficoltà, essa persiste anche tra i gruppi più forti: tra i più giovani, tra i laureati, nei Paesi più attrezzati (Finlandia, Giappone, Norvegia). E ciò non può non portarci a considerare l’ipotesi che al progressivo aumento dell’accesso ai sistemi educativi, si opponga una forza di intensità superiore e direzione contraria.
Fu il filosofo e ricercatore James Flynn ad accumulare una straordinaria banca dati che misura come cambia nel tempo il (controverso) “quoziente Intellettivo” per gruppi di persone che hanno caratteristiche anagrafiche e sociali simili: il prodigioso aumento visto fino alla metà degli anni Novanta, sembra essersi prima fermato e poi invertito. È probabile che l’utilizzo delle tecnologie ci stia impigrendo. Valeva per l’utilizzo della calcolatrice che ha evitato al cervello degli studenti la fatica di ripercorrere i passaggi che producono certe formule. Ancora più vero ciò è per i “social”, come dimostrò uno studio globale al quale parteciparono ricercatori di Harvard, Cambridge, Oxford, pubblicato qualche mese prima dei lockdown che, nel 2020, ci hanno portato in un altro mondo: essi riducono la capacità di attenzione e memoria. Potrebbe avere un effetto simile (ma è troppo presto per esserne certi) anche quella forma di “intelligenza artificiale” che sta sostituendo tutte le analisi che ci si aspetta da un laureato in economia per i primi cinque anni di esperienza lavorativa.
La storia dell’evoluzione dell’homo sapiens è, però, piena di sorprese. Non è escluso che i ragazzi – per istinto di sopravvivenza – ricomincino a sviluppare creatività, talento, capacità di navigare incertezze. Accanto a quelle “competenze specialistiche” sulle quali sarà sempre più difficile costruire carriere. Anche perché è il concetto stesso di carriera - intesa come percorso professionale lineare – a dover essere messo in discussione.
Ma è fondamentale che anche scuole, famiglie, comunità siano impegnate nella sfida di entrare in un mondo nuovo che molti non riescono, neppure, ad immaginare. È di buon senso la scelta di vietare l’ingresso dei telefoni - quelli intelligenti che sembrano averci reso stupidi – in classe. Sarebbe urgente anche riorganizzare le scuole e le università per farle ridiventare luoghi che ragionano su possibili soluzioni di una complessità che ci sovrasta. Ed è la ricerca che deve rimettere al primo posto tra i suoi obiettivi, quello ambizioso di sviluppare una tesi della trasformazione che, finora, ci limitiamo ad osservare impotenti.
La sfida è affascinante e difficile; superiore a quella di una qualsiasi delle rivoluzioni industriali dei secoli scorsi. Perché questa è una mutazione biologica. Una trasformazione del modo stesso che usiamo per trasformare informazione in conoscenza. Per vincerla occorre recuperare quell’entusiasmo, quella fiducia nei propri mezzi che, per secoli, ci ha definito.
