L’impotenza di un progresso tecnologico senza limiti

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero
Una delle cose che più mi ha colpito durante il periodo trascorso lo scorso anno all’University of Southern California, a Los Angeles, è stata la targa che commemora la cerimonia d’inaugurazione dell’ateneo, avvenuta nel 1880. La placca in bronzo precisa, infatti, che all’inaugurazione intervenne il 10% degli 11.183 residenti della città, il cui nome era stato dedicato dai frati francescani alla basilica degli Angeli di Assisi. All’epoca, Los Angeles era un arido avamposto dei coloni che si avventuravano in un territorio un tempo appartenuto agli indiani Mohave e contava poco più di diecimila abitanti. In soli quarant’anni, la contea raggiunse un milione di abitanti e, sulle colline di Hollywood, comparvero i caratteri bianchi che, da allora, chiarirono che quella era la fabbrica dei sogni del mondo.
È dalla rapidità con cui Los Angeles è cresciuta che si può partire per comprendere i limiti di un viaggio che ha proiettato con forza tutto il mondo verso un futuro che fatichiamo a riconoscere. I limiti di un futuro voluto da intelligenze artificiali, progettate in California, che osservano impotenti il cielo della città degli angeli, tinto di rosso da giorni.
Sono molti i paradossi che, come ha notato Vittorio Sabadin, l’incendio interminabile di Los Angeles riesce a contenere. Los Angeles ospita sei dei dieci quartieri con le case più care degli Stati Uniti, ma, a quanto pare, l’enorme ricchezza privata non può proteggersi da sola se le infrastrutture pubbliche – come, ad esempio, l’acqua che alimenta gli idranti – si impoveriscono. La California è uno degli Stati più avanzati al mondo in termini di restrizioni ambientali, ma essere stati i primi a vietare il fumo all’aperto non ha impedito a qualche mozzicone di innescare un rogo di dimensioni così gigantesche. Soprattutto, ciò che sgomenta è l’inutilità dell’enorme potenziale tecnologico che giace tra la Silicon Valley e Santa Monica di fronte a questa tragedia.
Nessuno, in realtà, ha nemmeno pensato di “accusare” la tecnologia di essere inerte mentre bruciavano le case di alcune delle persone che quelle stesse tecnologie hanno inventato e rappresentato. Ancora oggi vediamo un incendio – così come vediamo una malattia – come un accadimento che prescinde dal potere delle potentissime macchine che si stanno appropriando del mondo. Questa convinzione è parte integrante del problema che abbiamo con il tipo di progresso tecnologico “disegnato in California”.
Non ovunque, infatti, le invenzioni precedono i problemi che dovrebbero risolvere. Qualche mese fa, a Shenzhen, in Cina, l’azienda che produce il 90% dei droni mondiali ha risposto a una richiesta specifica del governo, effettuando un test di droni progettati per spegnere gli incendi. Fabbricati con un materiale altamente resistente alle fiamme, questi droni possono volare in condizioni di visibilità zero, come quelle che impediscono agli elicotteri di affrontare l’incendio di Los Angeles. Grazie all’intelligenza artificiale, sono in grado di analizzare l’incendio e ottimizzare la strategia di spegnimento. Anche negli Stati Uniti, così come in Brasile, sempre più grandi coltivazioni stanno diventando terreni digitali, in cui i flussi d’acqua vengono regolati da sensori per proteggere i raccolti dalle variazioni climatiche.
L’idea che la tecnologia non serva a risolvere problemi – ma solo a “chattare” – è, peraltro, del tutto nuova (e sbagliata). Per gli antichi Romani, che di innovazione se ne intendevano, era la “necessità” a essere la madre delle invenzioni. Per secoli, è stato il bisogno a far scattare – per istinto di sopravvivenza o per il desiderio di ridurre le fatiche della vita – quell’innovazione che può spingerci avanti.
Recentemente, invece, proprio nei decenni iniziati con l’invenzione del protocollo di comunicazione INTERNET, avvenuta nel 1969 in un’università californiana, si è diffusa la sensazione che le novità – per quanto straordinarie – siano spesso soluzioni concepite da ingegneri informatici in cerca di problemi da risolvere. Questo è particolarmente vero per l’intelligenza artificiale, che sta affrontando la difficoltà di trovare ritorni economici adeguati agli enormi investimenti già effettuati.
Servirebbe, invece, quello che qualcuno definisce lo “Stato imprenditore”: una collettività disposta a investire in soluzioni che non necessariamente producono un ritorno di mercato immediato, ma che possono prevenire tragedie irreversibili, come quelle legate al cambiamento climatico. Questo soggetto – efficiente anche se pubblico, capace di guardare lontano ma sensibile alla necessità di vincere le elezioni – manca al progresso californiano e alla stessa California, che pure è lo Stato più progressista degli Stati Uniti. Per un qualche contrappasso, il luogo che ha inventato questo progresso incompleto sembra oggi impotente di fronte al fuoco, che l’uomo aveva imparato a domare agli albori della propria storia.
A Los Angeles c’è una sola cosa che, dopo 150 anni, è rimasta immutata. Nel museo dell’Università della California del Sud si osserva che, al momento della fondazione dell’ateneo, le strade della città non erano ancora asfaltate e non esistevano allarmi in caso di incendi. Anche oggi, una tecnologia che arriva ovunque sembra mancare proprio quando ce n’è più bisogno. Il problema di Los Angeles è anche il nostro: non essere riusciti a comprendere in tempo un processo di trasformazione troppo rapido. Se non troviamo il modo di svilupparne una tesi, persino il suo creatore rischia di esserne travolto.
