C'è un modo per risolvere il trade off (falso) tra valori e efficienza.

Un articolo di Francesco Grillo per Il Messaggero
I grandi intellettuali inglesi – quelli che hanno esercitato “egemonia culturale” negli ultimi due secoli – hanno un atteggiamento nei confronti dell’Europa caratterizzato da due opposte tentazioni. Da una parte, sono attratti da ciò che l’Inghilterra non ha avuto: una storia più lunga (quella inglese comincia con la prima Elisabetta); una cucina nazionale che possa remotamente ricordare quella del Chianti; la capacità di vincere nello sport (il calcio) che, pure, furono gli inglesi a inventare. C’è però, accanto a tale ammirazione, una sottile perfidia che ha portato a investire intelligenza nel concepire sofisticate trappole che sembrano fatte apposta per evitare che l’Europa ridiventasse davvero grande a pochi chilometri dalle scogliere di Dover. L’ultimo editoriale che l’Economist dedica ogni settimana all’Europa (e che, non senza ironia, è intitolato a Carlomagno, il primo ad aver unito l’Europa) riflette questa contraddizione: elogia la lentezza europea come alternativa alla velocità con cui gli Stati Uniti rischiano di disintegrarsi; ma, così facendo, rischia di consolare un continente che ha un disperato bisogno di essere più veloce.
Ha ragione il giornalista dell’Economist, Stanley Pignal, a segnalare, dunque, che un declino degli Stati Uniti (eventualmente accelerato dai colpi di teatro che arrivano dalla Casa Bianca) può far ritornare a splendere – in maniera discreta – le ammaccate stelle dell’Unione. In fondo, la “ricchezza delle nazioni” è un concetto relativo. La misuriamo – come fanno le agenzie di rating che hanno, di recente, migliorato il giudizio sulla sostenibilità del debito pubblico italiano – non in misura assoluta, ma relativa alle fortune dei Paesi comparati tra di loro. Ed è ovvio che un’America che accentui ulteriormente alcune delle tendenze che la definiscono – grande capacità di inventare e premiare chi lo fa, ma anche enormi diseguaglianze che rischiano di mandare a pezzi quella società; capacità di decidere velocemente, ma anche la necessità di dover fare spesso marcia indietro rispetto all’evidenza che esiste un resto del mondo – possa rendere più attraente un’Europa che ha il vantaggio di essere prevedibile.
È vero che si può serenamente escludere che possa mai accadere che l’Unione Europea aggredisca un proprio vicino (come ha fatto la Russia). Che mai potremo sentire da un leader europeo la volontà di annettersi un ventottesimo Paese (laddove, semmai, abbiamo bisogno di dare ordine a un processo di candidature spontanee che vede già in fila nove Stati). Che non c’è quasi nessun altro luogo (ora che ciò è diventato più difficile nelle università americane) dove a ciascuno sia consentita la massima libertà di espressione. È vero, infine, che in Europa è possibile persino concepire l’ipotesi di ammalarsi senza dover temere una bancarotta personale e di mandare i propri figli in un’università prestigiosa senza fare debiti (sono pubbliche alcune delle migliori business school europee). E, tuttavia, niente può farci abbassare la guardia rispetto ad alcune debolezze che rischiano di estinguere il modello che molti elogiano.
Abbiamo perso la corsa alla creazione di quelle piattaforme digitali globali attraverso le quali il mondo si scambia informazioni, idee, amicizie: ciò significa perdere non solo valore economico, ma potere e, progressivamente, libertà di scegliere. In alcuni Paesi (tra i quali l’Italia) nascono così pochi bambini da far temere agli statistici l’impossibile scomparsa dei popoli che hanno fatto la Storia. È vero che facciamo bene a non farci prendere dal panico, ma non c’è nessun’altra economia al mondo che sia così vulnerabile a guerre commerciali annunciate e poi sospese.
Il problema di certe visioni è che propongono una scelta tra lentezza (europea) e velocità disintegrante (americana). Tra essere leader in un’innovazione che è indispensabile e diseguaglianze che sono distruttive anche per chi si ritrovasse dalla parte dei vincitori. Tra democrazia ed efficienza, laddove, invece, abbiamo un problema – anche in Europa – su entrambi i fronti.
Deve esistere una terza via tra la visione della “bella addormentata” e quella dell’unicorno affamato. Piuttosto che elogiare la lentezza, dovremmo ricordarci che fu la “follia” positiva a fare dell’Europa – a Rotterdam e a Firenze e proprio mentre cominciava la storia inglese – il luogo dove meglio si può cercare “la propria felicità”. Nel continente che più di ogni altro ha saputo “riformarsi” mille volte.
La sfida è quella di entrare – finalmente – nel ventunesimo secolo senza dimenticarci ciò che siamo.
Referenze
The Economist, (2025). Europe cannot fathom what Trumpian America wants from it. Link.
European Commission, (2025). Commission launches new cybersecurity blueprint to enhance EU cyber crisis coordination. Shaping Europe’s Digital Future. Link.
ANSA, (2025). Nascite in calo in Italia, fecondità ai minimi storici. Link.
