Tre proposte per la difesa comune

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero
“Vengo dalla scuola del realismo ed è per questo motivo che ritengo che l’Europa debba accettare di non essere presente al tavolo delle trattative sulla pace in Ucraina”. Le parole di Keith Kellogg, generale forgiato dalla guerra in Vietnam e poi quella in Iraq, inviato speciale del Presidente degli Stati Uniti per le trattative tra Ucraina e Russia, sono lapidarie. Hanno il merito di aver chiarito all’Europa di dover rassegnarsi all’idea di essere entrati in una fase della storia totalmente nuova. La sua debolezza strategica la porterà a pagare il conto di proteggere una pace che sarà negoziata da altri: ma questa umiliazione potrebbe essere paradossalmente la leva che ci costringerà a reinventarci. Con idee che ci restituiscano quell’ “autonomia strategica” di cui abbiamo solo parlato. A patto che non continuiamo a fare l’errore di pensare che in gioco c’è solo una questione di bilanci per finanziare eserciti; perché in realtà quello che la storia ci sta chiedendo è di diventare una società diversa. Capace di difendere ciò che la definisce.
Non sarà facile trovare lo spazio fiscale per aumentare la spesa in difesa. Ad esempio per l’Italia, come sa il Ministro dell’Economia Giorgetti. Impossibile, poi, immaginare di triplicarla come ci chiede il Presidente degli Stati Uniti Trump (aumentandola fino al 5% del PIL rispetto a percentuali che si aggirano oggi attorno all’1,5%). Impossibile considerando che, nel frattempo, Paesi come l’Italia e la Francia si sono impegnati a ridurre la spesa pubblica dello 0,6% all’anno nei prossimi 5 anni e che questo impegno lo abbiamo preso senza scontare le nuvole che si addensano sui prossimi mesi: il forte rallentamento della produzione industriale già acquisito dalle statistiche; che potrebbe essere aggravato dalla guerra sui dazi scatenata dallo stesso Trump; e, ancor più amplificata all’esaurimento della forza propulsiva dei piani di rilancio e resilenza (il nostro PNRR). Un passo avanti può essere la richiesta della Presidente della Commissione, Von Der Leyen, di non calcolare ai fini del patto di stabilità gli investimenti in difesa. Ciò, però, non riduce la difficoltà di dover rispondere a mercati finanziari che i deficit li calcolano senza applicare quelle regole.
Non è banale trovare le risorse. Ma, in realtà, sono necessari almeno tre altri grandi investimenti. In strategia. Modifica degli assetti istituzionali. Atteggiamenti di società intere. Che forse possono rendere lo sforzo finanziario più politicamente accettabile.
Il primo investimento ha a che fare con il definire di cosa abbiamo bisogno e, dunque, quanto effettivamente costa difendersi. Oggi e, dunque, in un contesto mutato rispetto a quello nel quale sono rimasti gli eserciti di Paesi (quelli europei ma non l’Ucraina o la Russia) che non hanno più avuto la possibilità di fare esperienza di una guerra vera. La buona notizia è che, come insegna la guerra sul fronte orientale, oggi più di costosi carrarmati o costosissimi caccia, vale di più la capacità di dotarsi e far volare sciami di droni della dimensione e del costo simile a un telefono cellulare; dotati di intelligenza artificiali per viaggiare in autonomia adattandosi all’ambiente; e capaci di esplodere (come i PAGER usati dagli israeliani per colpire centinaia di militanti HEZBOLLAH). La cattiva notizia, invece, è che potrebbe essere presto indispensabile ma estremamente oneroso un programma di ricerca – non impossibile come dimostrano gli israeliani - che ci protegga, eventualmente dallo spazio, da attacchi nucleari.
Il secondo nodo è stabilire meccanismi efficienti di acquisto e definire chi comanda in casi di emergenza. Spendere di più ha valore solo se lo facciamo in maniera coordinata. Eliminando spese ridondanti e su sistemi non integrabili. Anche su questo, però, l’Europa dimostra che continua a muoversi in direzione contraria a ciò che dice: nel 2024 la percentuale di acquisiti comuni di tecnologie digitali a uso militare, era inferiore rispetto all’anno precedente all’invasione dell’Ucraina. Ugualmente di buon senso, è l’insistenza dei francesi di comprare in Europa. È evidente che non si può fare all’improvviso a meno degli Stati Uniti e, tuttavia, va stabilito che nessuna ipotesi di “autonomia strategica” regge se non ci poniamo l’obiettivo di essere, progressivamente, autonomi. E, infine, a proposito dei francesi, va anche riconosciuto che sono, di fatti, l’unico socio dell’Unione che ha un deterrente nucleare, nonché l’unico che siede nel consiglio di sicurezza. Anche se tale posizione può essere diluita in un’unione della difesa che si allarghi al Regno Unito. E, contemporaneamente, si restringa a chi ci sta sul serio (per evitare i ricatti di soci come Ungheria e Slovacchia).
In terzo luogo, difendere ciò che abbiamo significa anche capire che ciò non si fa stando seduti in poltrona. O staccando un assegno. È un progetto che può avere successo solo se coinvolge tutti. Qualcuno sta già immaginando di reintrodurre la leva (in Germania e, in Italia, con il ministro della difesa Crosetto); qualcun' altro sta ragionando su un servizio civile obbligatorio che alleni le persone (non solo giovani e lungo l'arco della vita) a difendersi da aggressioni ma anche da diverse emergenze che viviamo periodicamente (pandemie, terremoti, inondazioni...). Il valore aggiunto è ricominciare a coltivare l’idea che siamo una comunità. Stavolta europea e non solo nazionale.
Keith Kellogg ha il pragmatismo ruvido dei generali. Ci ha consigliato di non perdere tempo a piagnucolare sul fatto di essere stati esclusi dal tavolo delle trattative; ma di produrre le idee per recuperare un ruolo. Ha ragione, è questo il momento per rispondere a metodi non convenzionali ma efficaci, con idee altrettanto pragmatiche che diano sostanza alla richiesta di considerare l’Europa come un soggetto senza il quale la pace non c’è. Dobbiamo solo ricordarci che, in un mondo in cui si vince con idee coraggiose, la miglior difesa è passare all’attacco.
Bibliografia:
The Economist (2025) Donald Trump’s assault on Europe. Link.
POLITICO (2025) Europe splits on Trump’s call to dramatically boost defense spending. Link.
