Quattro criteri per una semplificazione efficace

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero
“La decarbonizzazione deve avvenire non solo per salvare il pianeta. Ma perché può essere la principale fonte di crescita per l’Europa”. Il rapporto presentato da Mario Draghi qualche mese fa, ribadisce che la transizione energetica può essere la migliore opportunità per un continente che deve sfuggire alla propria obsolescenza. E, tuttavia, in quello studio si propone una profonda reinterpretazione di quella che è la natura di quella trasformazione: essa non è più vista come una partita fatta di leggi finalizzate a “salvare il mondo”; ma come una questione di politica industriale che chiuda il divario di investimenti e tecnologia che si è aperto rispetto alla Cina e agli Stati Uniti. La nuova commissione ha cominciato il proprio mandato annunciando che la riduzione del 25% degli adempimenti burocratici richiesti alle imprese sarà la propria bussola (“COMPASS”). Il punto però, è che la semplificazione può avvenire attraverso tre diverse strategie e, la proposta del 26 febbraio che modifica gli obblighi delle imprese sulla rendicontazione della propria sostenibilità, sceglie quella che richiede meno sforzo strategico. Ma che è anche la meno efficace se il progetto è quello di giocarci sull’innovazione le nostre carte migliori.
Il problema del mostro regolamentare che sembra essersi impadronito delle istituzioni comunitarie comincia, in realtà, dai nomi. E dagli acronimi degli atti legislativi che si stratificano. Nel caso delle direttive comunitarie che regolano la reportistica delle imprese rispetto all’impatto non registrato dai bilanci, esse hanno nomi che risultano conosciuti da non più di qualche migliaio di cittadini: la CSRD che dovrebbe misurare l’impatto di una grande impesa sull’ambiente (ma anche più ampiamente quello sui diritti sociali e, in termini, di qualità dei propri strumenti di governo interno); la CSDDD che dovrebbe supportare le stesse aziende a migliorare quell’impatto nel tempo; gli atti relativi alla “tassonomia” che dovrebbe orientare gli investitori verso attività che possono facilitare la transizione energetica.
La commissione ha, appena, proposto una revisione di questi adempimenti ed è già curioso che ciò avvenga mentre le aziende interessate stavano per produrre, per la prima volta e dopo mesi di lavoro, procedure appena entrate in vigore. La più importante delle “semplificazioni” proposte della commissione fissa, infatti, un limite dimensionale (mille dipendenti) sotto il quale l’obbligo non c’è più: ciò significa che scompare l’adempimento per 23 mila delle 30 mila imprese che si stavano preparando a adempiere. Per le aziende che restano, il primo esercizio al quale si applicano le nuove regole si sposta avanti di due anni. Mentre, viene limitata l’aspettativa – da sempre irrealistica – che grandi imprese siano responsabili delle scelte di tutti i propri fornitori (quelli posizionati lungo “catene del valore” che tendono ad essere lunghe e transnazionali).
In effetti, sotto il termine semplificazione ci sono, almeno, tre strategie diverse che presentano diversi livelli di complessità e impatto. Posso ridurre il numero di imprese alle quali quegli adempimenti sono richiesti (o posticiparne l’entrata in vigore) senza modificarli; posso riscrivere gli obblighi (per renderli onerosi o migliorarne l’efficacia) senza cambiare il numero di soggetti a cui si applicano; o posso, infine, trasformare gli adempimenti in comportamenti volontari per i quali esistano incentivi. La commissione sembra aver preferito la prima strada e più che un ripensamento, questa sembra una ritirata. In alcuni casi giustificata ma, certamente, non “strategica”. E che lascia le imprese europee esposte al rischio che si rimandi, solo, la necessità di rispondere a richieste che appaiono non solo costose ma anche non allineate agli obiettivi che ci proponeva.
Molto meglio, ma più impegnativo, sarebbe stato ridefinire gli adempimenti stessi usando quattro criteri.
In primo luogo, concentrarsi sulla valutazione di impatto ambientale (la E di ESG), senza allargare gli orizzonti valutativi al rispetto di altre finalità che devono essere valutate in altre sedi: ciò per non rendere cervellotica la reportistica richiesta alle imprese. Sostituire, laddove possibile, le dichiarazioni qualitative delle aziende con misurazioni semplici e oggettive delle emissioni e dell’efficienza energetica (che OECD sta sviluppando e che alle aziende richiedono solo accesso a dati già disponibili). Rinunciare, in terzo luogo, allo strumento della “tassonomia” in quanto concettualmente sbagliato perché divide i settori produttivi in inquinanti o puliti, laddove tale divisione è costantemente erosa dalla tecnologia (e non è escluso che sia proprio l’investimento sulle produzioni più sporche ad essere quello che maggiormente riduce le emissioni). E, soprattutto, trasformare molti obblighi burocratici in comportamenti virtuosi per i quali devono essere immaginati specifici incentivi.
Ma, soprattutto, aldilà della semplificazione, non si vede ancora il piano (si chiamerà “CLEAN INDUSTRIAL DEAL”) per entrare nel futuro con la forza necessaria per proteggere e promuovere il modello europeo.
La Commissione è, un giorno, accusata di essere iperliberista e, il giorno dopo, di essere statalista: il problema non è però di natura ideologica, come continuano a scrivere molti. Ma molto più banalmente assomiglia ad una deformazione professionale. Ad un problema culturale di uffici dominati da produttori di regole. Che, forse, sono, a loro volta, catturati da lobby (società di consulenza, uffici legali) che vivono dei dubbi interpretativi che l’iper-regolamentazione produce.
Mario Draghi, ma anche la nuova commissaria Teresa Ribera, pongono una questione di politica industriale che pragmaticamente sia capace di ottenere risultati in tempi brevi. L’ispirazione è giusta ma l’implementazione si può perdere nei mille dettagli che sono gestiti da funzionari che non sono pagati per risolvere problemi complessi.
Bibliografia:
European Commission. (2024). The future of European competitiveness: In-depth analysis and recommendations. Link.
European Commission. (2025). Competitiveness Compass. European Commission.
