Cinque idee per la riforma

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero
“L’istituzione della Corte è un dono di speranza alle generazioni future, e un enorme passo avanti nel cammino verso l’universale rispetto dei diritti umani e della legge”. Fu con queste parole che, il 17 luglio 1998, il Segretario Generale delle Nazione Unite, Kofi Annan, concluse – insieme a Oscar Luigi Scalfaro che era Presidente della Repubblica - uno di quei vertici che hanno fatto la storia nella città che ne è eternamente al suo centro. Aveva ragione Kofi Annan a riconoscere nell’istituzione della Corte Penale Internazionale uno delle ultime grandi speranze che il secolo del multilateralismo è riuscita a produrre. E, tuttavia, quel modello raggiunse, proprio forse quella sera d’Estate a Roma il suo apogeo. Da quel momento per il mondo delle organizzazioni internazionali è cominciato un lento declino ed è, proprio, quella Corte, oggi duramente attaccata dal Presidente degli Stati Uniti, ad essere il simbolo di costruzioni troppo fragili per poter garantire il rispetto sostanziale di diritti che hanno senso solo se universali.
L’idea di una Corte alla quale risponda chi si rende responsabile di crimini che prescindono i confini di uno Stato, nasce con atto dall’imprenditore Henry Dunant prima di fondare la Croce Rossa nel 1864. Furono le convenzioni di Ginevra a proporre diritti che tutti gli Stati, anche in Guerra, si sarebbero impegnati a rispettare. E, subito dopo la Seconda guerra mondiale, furono i tribunali di Norimberga che giudicarono i gerarchi del terzo Reich e quello di Tokyo per i generali giapponesi, a celebrare i primi processi che diedero una tragica sostanza ad un diritto che cercava di diventare internazionale. Con lo statuto di Roma, si provò, però, a fare un ulteriore passo rispetto a tribunali costruiti per giudicare situazioni specifiche (come fu quella per le pulizie etniche nell’ex Jugoslavia e per i genocidi del Ruanda): il tribunale penale è, infatti, una struttura permanente. Alla quale lo statuto conferisce una giurisdizione ampia ma non globale.
In realtà, i problemi della corte penale ospitata a l’AJA cominciarono sin da quell’incontro di Roma che fu presieduto dal magistrato italiano, Giovanni Conso. Pur avendo il voto favorevole di 120 dei Paesi che sono membri delle Nazioni Unite, alla Corte non aderirono proprio le grandi potenze militari. Mai ne hanno fatto parte la Cina e gli Stati Uniti. Ma neppure l’India e Israele che pure siede sulla polveriera del mondo che chiamiamo Medio Oriente. La Russia dopo una prima adesione, si ritirò. Tra le potenze nucleari che sono anche membri permanenti, del consiglio di sicurezza ci sono, solo, la Gran Bretagna e la Francia insieme a tutta l’Unione Europea. È una debolezza questa perché la Corte, per il suo stesso statuto, può intervenire solo se i crimini avvengono in uno dei Paesi che hanno firmato l’accordo o se sono perpetrati da un cittadino di uno di quei Paesi. E se il Paese aderente che ha giurisdizione su quel caso non può o non vuole intervenire.
In questa maniera, quasi sempre, la Corte è costretta a inseguire casi nei quali ci sono violazioni fatte da Paesi che non hanno sottoscritto lo statuto sul suolo di Paesi aderenti (è successo in Ucraina e Palestina); a intervenire in Stati (come l’Uganda) che non possono farlo; o sulla base di rare risoluzioni del consiglio di sicurezza (come quando nel 2011 la Corte spiccò un mandato d’arresto contro Gheddafi pochi mesi prima che fosse linciato). Ciò porta ad un bilancio complessivo dei 27 anni di attività della Corte che è deludente. Sono, complessivamente, 68 le persone investigate dalla Corte. poco di più di due all’anno che non sembra ripagare i 160 milioni di euro che la Corte costa in un esercizio e le 800 persone che vi lavorano. I procedimenti che hanno prodotto mandati di arresto fanno riferimento a 12 situazioni dei quali 9 sono in Africa: una concentrazione che, di sicuro, non riflette la distribuzione di guerre nel mondo. E di tali 68 individui solo tre stanno, in questo momento, scontando pene per delitti che, in teoria, dovrebbero concludersi con ergastoli multipli. Lo stesso Osama ELMASRY - il militare libico condannato dalla Corte, arrestato e rilasciato da parte delle autorità italiane la settimana scorsa – è stato condannato nel 2024 per fatti che risalgono al 2015.
Non sta funzionando la Corte che avrebbe dovuto fare da avanguardia per lo sviluppo del diritto internazionale e, tuttavia, questa non è una buona ragione per abbandonarne i propositi. E, tuttavia, come per tutte le organizzazioni internazionali – a partire dalle Nazioni Unite – una riforma del suo funzionamento si impone se non vogliamo essere costretti a dar ragione ai Presidenti degli Stati Uniti (Trump non è il primo ed è stato preceduto dallo stesso Biden) che ne hanno deriso la legittimità.
Almeno cinque le idee sulle quali costruire una riforma. Alcune ne ridimensionano l’ambizione per essere più realistici. Mentre ci sono questioni che ne possono aumentare le competenze.
Intanto, bisogna evitare che la Corte insegua casi senza soluzione: ai giudici non può essere chiesto di spiccare mandati di arresto per fatti compiuti da governi terzi e, in particolar modo, per i loro capi di governo: provare ad arrestare Putin o Netanyahu significa esporre la propria impotenza. E, tuttavia, c’è certamente bisogno di un’autorità che sulla base di fatti concreti denunci l’esistenza di violazioni di grandi dimensioni del diritto internazionale, anche se esse avvengono al di fuori dei Paesi aderenti all’accordo. In terzo luogo, si deve tentare di coinvolgere anche i Paesi che alla Corte non aderiscono limitando i casi per i quali la Corte opera anche per chi dovesse aderire allo statuto di Roma in maniera parziale: ad esempio alle violazioni delle convenzioni di Ginevra che sono state, almeno in parte, sottoscritti da tutti.
C’è, poi, l’ipotesi di occuparsi dei crimini contro l’umanità di tipo ambientale, che hanno una dimensione internazionale: il sabotaggio di un gasdotto in acque internazionali ne può essere un esempio. Infine, deve passare il principio che lo staff deve essere flessibilmente aggiustato agli obiettivi realistici che gli Stati aderenti fissano per quell’istituzione, in maniera da evitare che l’agenzia diventi vittima del suo peggior nemico: la naturale tendenza di ogni amministrazione pubblica a conservare sé stessa anche se la propria missione fosse cambiata. Ciò vale per la Corte ma anche per qualsiasi altra organizzazione internazionale spesso banalmente inchiodata alla volontà del personale di salvare il proprio lavoro.
Coltivare la speranza di Kofi Annan è questione di sopravvivenza in un mondo che continuerà ad essere complesso e connesso qualsiasi siano il risultato delle prossime elezioni. Le organizzazioni internazionali dovranno ridimensionare ambizioni retoriche Bisogna però usare pragmatismo e flessibilità per ripensare tutti gli strumenti che avrebbero dovuto proteggerci dall’orrore.
Bibliografia:
Klobucista, C., & Ferragamo, M. (2024, November 22). The role of the ICC. Council on Foreign Relations. Link.
Waterborne Environmental. (2025, January 28). ICC considers ecocide as an international crime against humanity. Waterborne Environmental. Link.
Annan, K. (1997). Advocating for an International Criminal Court. Fordham International Law Journal, 21(2), Article 2. Link.
