Tra Silicon Valley e MAGA

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero
Per comprendere le contraddizioni e la forza che fanno del prossimo governo degli Stati Uniti un esperimento mai tentato prima, può essere utile tornare all’inizio della carriera dell’imprenditore che, più di ogni altro, rappresenta ciò che la Silicon Valley è diventata. Quello che non molti sanno, infatti, è che il più famoso degli immigrati illegali che Donald Trump ha promesso di espellere dagli Stati Uniti, possa essere stato proprio Elon Musk. All’inizio degli anni Novanta, l’imprenditore sudafricano iniziò, infatti, la propria fantastica carriera in una condizione che egli stesso definì “grigia”, così come raccontato in un’intervista rilasciata qualche anno fa. Arrivato, nel 1992, dal Canada all’Università della Pennsylvania, Elon visse i primi tre anni a sviluppare e raccogliere fondi per la sua prima start up (ZIP2) utilizzando un visto per studenti che non consentiva un’attività imprenditoriale. Interessante è anche il tipo di servizio che gli consentì il primo grande successo. Intuì che le città del mondo erano rimaste pateticamente attaccate ai vecchi stradari fisici (in Italia si chiamavano Tuttocittà) e, invece di rivolgersi ad amministrazioni pubbliche lente, intuì che gli esercenti di attività commerciali sarebbero stati disposti a pagare per pubblicizzare il proprio indirizzo in mappe digitali che i giornali avrebbero diffuso gratuitamente agli automobilisti.
La storia di Elon Musk dice che, di sicuro, la persona è capace di intuizioni assolutamente geniali (quella di monetizzare l’innovazione facendosela pagare dagli inserzionisti è la stessa sulla quale Alphabet e Meta hanno costruito due imperi multinazionali). Che i geni, però, difficilmente possono vivere all’interno di regole, in particolar modo di quelle che immaginano il mondo diviso da confini. E, infine, che, da sempre, Silicon Valley vede, paradossalmente, nei servizi pubblici la propria frontiera: l’area nella quale più grandi sono le inefficienze, maggiore è il valore che può creare la disintermediazione.
Tra Silicon Valley e Maga si colloca anche l’equilibrio difficile che dovrà trovare Trump, che ha scelto come ultima sfida quella di unire gli opposti per affascinare tutti: nel nuovo governo c’è, da una parte, chi ha accumulato ricchezze senza precedenti accelerando con le tecnologie, un fenomeno che si chiama globalizzazione; e, dall’altra, chi, sul disorientamento causato dalla globalizzazione, ha saputo trarre consenso politico con la promessa di tornare a un passato costruito attorno a un mito uscito da fabbriche abbandonate da decenni.
Sono almeno tre i dossier che possono dividere i due partiti che Trump ha messo insieme.
Il primo ha a che fare con l’immigrazione. È evidente che la capacità degli Stati Uniti di attrarre talento è il vero propellente di un’economia che continua a macinare record: gli amministratori delegati di cinque – Nvidia, Tesla, BROADCOM, Microsoft e Alphabet - degli otto giganti che stanno costruendo il futuro non sono nati negli Stati Uniti; ed è dall’India che vengono alcuni dei manager che guidano la Silicon Valley. È anche vero, però, che sono 750 mila gli indiani che risiedono negli Stati Uniti senza documenti secondo il Pew Research Centre. Per i nativisti come Stephen Miller che di Trump sarà il consigliere per la sicurezza nazionale, dovrebbero essere ristretti i visti ed espulsi quelli che non ne hanno. All’opposto, Vivek Ramaswamy, che Trump ha, invece, incaricato per riorganizzare radicalmente il governo e ridurne il costo, vorrebbe andare nell’altra direzione riportando alla legalità molti dei connazionali dei propri genitori.
C’è poi la stessa questione della transizione energetica: nella squadra di Trump c’è il nuovo segretario all’Energia, Chris Wright, che ne ha negato l'esistenza. E c’è chi, come lo stesso Musk, ha costruito sulla potenza di tale trasformazione (e sull’automobile elettrica) il suo successo più formidabile con TESLA. Ci sono nodi che dovranno essere sciolti, tra cui quello dell’intero programma voluto dall’attuale Presidente Biden, che ha invece investito in progetti sulle rinnovabili e che non possono essere lasciati a metà strada.
E, infine, la stessa Cina e l’approccio al resto del mondo. Una delle promesse di Trump è stata di colpire le importazioni con dazi, e Peter Navarro, che ne sarà consigliere, ha già proposto di cancellare l’area di libero scambio con il Canada e il Messico. Un approccio che appare opposto a quello che non può non avere chi, nell’ancora più aggressiva Cina, produce l’80% dei propri smartphone (come Apple) o metà delle proprie automobili (come TESLA).
Eppure, se sono tre le spinte che possono portare l’amministrazione Trump verso il caos, sono almeno altrettante le dinamiche che potrebbero, al contrario, produrre una convergenza tra portatori di interessi e visioni così diverse.
Sulla assoluta necessità di continuare ad attrarre persone di talento, ma anche immigrati che vadano a riempire posizioni che si stanno svuotando (nelle occupazioni meno pagate), è possibile che si costruisca una politica di apertura che sia selettiva, capace di esprimere strategia e persino di porsi il problema di non svuotare di cervelli altri Paesi.
Sul commercio, possono essere proprio gli interessi delle imprese, che hanno disegnato catene di scambi che non si possono spezzare, a far comprendere a chi sostiene di voler fare l’America di nuovo grande che gli Stati Uniti rimarranno grandi solo se continueranno ad essere al centro di un’economia globale.
E, persino, sulle questioni relative allo Stato, può fare bene interessarsi del dipartimento che eroga servizi essenziali (quello per la salute, ad esempio) a chi, come i partner del venture capitalist Peter Thiel, ha speso una carriera a finanziare le startup che hanno provato a portare le tecnologie in sanità o a scuola (spesso senza successo).
Proprio a Trump, proprio al politico più divisivo, toccherà provare a trasformare la diversità in un valore. Se non ci riuscisse, si ritroverebbe davvero, come ha più volte lamentato in campagna elettorale, i nemici in casa. Ma al Presidente eletto servirà passare dalla campagna elettorale permanente a una riflessione su come mettere insieme le due spinte che hanno, finora, diviso la società americana e quella occidentale in due.
Referenze
The Economist. (2025, January 2). MAGA’s war on talent frightens CEOs—and angers Elon Musk. Link.
The Economist. (2025, January 2). Tech is coming to Washington. Prepare for a clash of cultures. Link.
