Un Paese tra record annunciati e canti del cigno.

Parte importante del problema di un Paese che ha smesso (da tempo) di crescere, è che gli “intellettuali” sono rigorosamente impegnati a schivare tutto ciò che può essere “nazional popolare” (credo che fu Pippo Baudo a inventare la definizione). Tale impegno si è, più recentemente, trasformato in altrettanto rigoroso senso di superiorità per ciò che è percepito come “populista” (che ha invece una connotazione più politica). Ancora più clamoroso è il fatto che questa presunzione è arrivata spesso da “sinistra”, laddove Antonio Gramsci o Pier Paolo Pasolini si struggevano pur di non perdere un’appartenenza alla linguistica del “popolo” che tentavanoo di “rappresentare”. Ma, comunque, di questo errore, questo articolo può permettersi di non parlare: per il semplice motivo che esso è scomparso, essendo, tecnicamente, spariti sia gli “intellettuali” (se non vogliamo ricomprendervi filosofi in pensione da almeno un ventennio) e, per fortuna, anche la “sinistra”.
Importante è invece parlare di quello che rimane del Festival di Sanremo (anche se ammetto di averlo visto per mezz’ora distribuita tra quarta e quinta serata), perché il FESTIVAL è lo specchio esagerato di quello che rimane di un Paese rimasto imbambolato ad osservare il proprio declino.
E dunque (aldilà delle polemiche cercate ad arte sui voti e televoti), credo sia giusto ricordare le evidenze che dicono che il FESTIVAL (nonostante AMADEUS) è, nonostante i trionfalismi, intrappolato in una crisi almeno triplice. Proprio come il Paese. E che sarebbe utile averne consapevolezza per uscirne.
1) Il valore economico del FESTIVAL. È vero che AMEDEUS ha tolto dieci anni (con una strategia intelligente che ha “socializzato” il contenitore televisivo) ad un prodotto che ha 74 anni; tuttavia è, altrettanto, certo, che il “FESTIVAL dei record” è lontanissimo dal tempo (anni Settanta – novanta) per il quale fu concepito. È vero che il Festival del 2024 ha raggiunto il 65% di SHARE medio (e non si capisce perché i pubblicitari siano così interessati a questa percentuale e non al numero di teste raggiunte) ma è una parte di un mercato di riferimento che si è, ovviamente, ridotto. Negli anni Novanta il 69% dei telespettatori faceva raggiungere quasi 20 milioni di persone da Pippo Baudo; oggi con la stessa percentuale Amadeus intercetta un numero di utenti che va appena sopra i 10 milioni.
Non c’è dubbio che Amadeus è riuscito a tornare ai numeri del 2013, ma se ordiniamo le 73 edizioni del Festival per ascolti, comunque, si piazzerebbe solo al diciannovesimo posto. È vero che il Festival riesce ancora a raccogliere 58 milioni di EURO per la RAI; ma oggi alla RAI rimane un deserto attorno all’evento, visto che, in una settimana, si gioca il 15% del proprio fatturato.
2) I giovani. Ai primi cinque posti, quest’anno ci sono cinque ragazzi che (aldilà delle polemiche cercate ad arte sui voti e televoti) si chiamano Angelina, GEOLIER, Annalisa, Ghali e IRAMA. Nel 1995, c’erano Giorgia, Gianni Morandi, Ivana Spagna, Andrea Bocelli e Gianluca Grignani.
Certo, il successo dei vincitori del Festival di Sanremo, lo si misura nel tempo. Dopo almeno cinque anni. Cinque anni fa ai primi cinque posti c’erano Diodato, Gabbani, Vibrazioni, Tosca e i Pinguini Tattici Nucleari. Certo, c’è stata la grande eccezione dei MANESKIN e, tuttavia, la sensazione è che il Festival sia intrappolato in una doppia crisi: la crisi della televisione, ma anche quella della musica (che non è solo italiana, ed è nata da una grande discontinuità tecnologica che si chiama SPOTIFY).
È vero ci sono giovani e si è abbassata l’età media dei cantanti (nonostante le patetiche controfigure dei “Ricchi e Poveri” e, forse, anche perché, ad un certo punto, persino Morandi ha rinunciato) e, però, anche a Sanremo, ai giovani sembra mancare ancora qualcosa: la capacità di prendersi il mondo senza aspettarlo.
Bravi, bravini, ma troppo appicciati ai fantasmi del passato (come nella quarta serata con Tozzi, con l’enorme Vecchioni o gli EURYTHMICS invocati come fantasmi che vengono da un altro tempo) dai quali continuano ad aspettare una legittimazione prima di poter prendersi la scena.
3) Gli ospiti. Qui di nuovo, la grande furbata di AMADEUS è riuscire a costruire con una logica “social” un prodotto a relativo “basso costo” che si alimenta di chiacchiere e non ha bisogno di star.
E, però, facendo ancora il confronto con le vere “edizioni dei record”, nel 1995, c’era Ray Charles, Madonna, Duran Duran, Annie Lennox (in carne e ossa), Cyndi Lauper, Sting, Take That, Youssou N’Dour. Nel 2024, pare che abbiano fatto ballare il “ballo del QUA QUA” a John Travolta (si proprio Tony Manero) e dire a Russel CROWE che avrebbe “scatenato l’inferno”. Non mi sembra che siamo più al centro dell’universo, ma facciamo finta di esserlo, coccolati da una mamma (RAI) con sempre meno idee (e, da sempre, in una posizione di totale ambiguità tra servizio pubblico e televisione commerciale). Ed è questa la terza crisi – dopo quella della televisione e della musica: l’Italia non è più il centro del mondo; nel 1994 per alcuni mesi superò la Francia, diventando la quarta potenza industriale del mondo; oggi siamo – secondo la Banca Mondiale – al decimo posto (e stiamo per essere superati dal Brasile).
Ed il punto è forse questo. Il punto di forza di SANREMO è anche quello di sua massima debolezza. È un rito di ritrovamento di un Paese che sembra aver smarrito qualsiasi prospettiva. E che bisognerebbe svegliare. E non tranquillizzare. Accorgendoci della crisi che è sfida ma anche opportunità da cogliere. Lavorando.
Le energie per ripartire ci sarebbe pure. Ci sono giovani italiani che si stanno prendendo il mondo. JANNICK SINNER può essere un esempio e, per ragioni assai comprensibili, non se l’è sentita di sottrarre tempo al lavoro per far parte del rito. Al suo posto Amadeus avrebbe potuto chiamare le ragazze e i ragazzi italiani che stanno vincendo tutto nell’atletica leggera (gli eroi della staffetta 4 * 100 per esempio), nel nuoto o nello sci. Quelli – ne conosco tanti – che, facendo grandi sacrifici si stanno facendo strada nelle più prestigiose università del mondo cercando soluzioni ai problemi che si sono messi di traverso al futuro di tutti.
E, invece, sembra che ci siamo prefissati come traguardo un plaid a due piazze. Che è quello che si augura Fiorello per il prossimo anno e al quale non possiamo rassegnarci se ci accorgessimo che le comunità sopravvivono solo rinnovandosi. Senza illudersi di far passare mille volte dal chirurgo plastico facce che dovremmo, invece, consegnare alle memorie più tenere.
