L’Europa e il Brasile hanno un’occasione rara per fare della Cop30 un punto di svolta e ridefinire l’ordine mondiale

Un articolo di Francesco Grillo per The Guardian
“La crisi climatica è la più grande truffa mai perpetrata al mondo”, ha dichiarato Donald Trump all’Assemblea generale dell’ONU il mese scorso. Con queste parole, il presidente americano ha respinto in blocco il consenso scientifico internazionale e le prove – verificabili ogni giorno con un semplice termometro – dei cambiamenti climatici in corso.
Non solo: ha anche annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, firmato nel 2015 da 195 Paesi. Washington si unisce così a un gruppo di firmatari che non hanno mai ratificato l’intesa, tra cui Yemen, Iran e Libia: un vero e proprio asse del negazionismo climatico.
Paradossalmente, la mossa di Trump potrebbe offrire agli altri Paesi un’occasione per rilanciare l’agenda climatica. Potrebbe perfino aprire la strada a un nuovo ordine mondiale, costruito senza l’egemonia americana – anche se gli Stati Uniti erano stati gli architetti di quello precedente.
Un primo banco di prova arriverà presto: la Cop30, il vertice mondiale sul clima che si terrà in Brasile il mese prossimo. Il successo dipenderà dalla capacità di un’inedita coppia di protagonisti – il Paese ospitante, membro fondatore dei Brics, e l’Unione Europea – di assumere un ruolo guida in un’alleanza occidentale ormai fragile e divisa.
Trump ha in parte ragione quando definisce l’ONU inefficace. Come ha ricordato nel suo discorso: “Tutto ciò che sembrano fare è scrivere lettere molto dure, e poi non fare più nulla.” Nel 1995, Angela Merkel, allora ministra dell’Ambiente tedesca, aprì la prima Cop a Berlino definendo il riscaldamento globale “la più grande sfida politica dei nostri tempi”. Eppure, trent’anni e trenta Cop dopo, i risultati sono sconfortanti.
Nel 1995 le emissioni globali di CO₂ erano pari a 23,5 miliardi di tonnellate; oggi hanno raggiunto il record di 38 miliardi. All’epoca l’85% dell’energia mondiale proveniva da petrolio, gas e carbone. Oggi siamo scesi solo all’80%.In Europa, secondo l’osservatorio Copernicus, l’aumento della temperatura media ha già superato i 2,4°C rispetto ai livelli preindustriali, ben oltre la soglia di sicurezza stabilita a Parigi nel 2015.

Il multilateralismo è in affanno. Ed è forse anche per questo che leader populisti come Trump riescono a guadagnare consenso: promettono soluzioni semplici a problemi complessi. Ma proprio la decisione americana di abbandonare i negoziati globali sul clima potrebbe rivelarsi un’opportunità.Il resto del mondo ha ora la possibilità di dimostrare che le sfide globali possono ancora essere affrontate insieme.
Un’occasione simile a quella colta dall’Unione Europea nel 2020, quando i Paesi membri riuscirono a raggiungere un accordo storico per fronteggiare la crisi economica causata dalla pandemia – grazie anche all’assenza del Regno Unito, da sempre contrario all’idea di emettere debito comune.
Ma cosa fare, concretamente, alla prossima Cop senza gli Stati Uniti? Alcuni temi cruciali rischiano di perdersi tra le dispute diplomatiche: il fondo per “perdite e danni”, ad esempio, che dovrebbe compensare i Paesi più poveri per i disastri climatici. Altri dossier, come la transizione energetica, sembrano bloccati dall’opposizione di lobby potenti – agricoltori, proprietari immobiliari, costruttori di auto – che temono di dover pagare il prezzo della trasformazione.
L’obiettivo resta quello giusto, ma serve un nuovo linguaggio e una nuova visione: la lotta alla crisi climatica deve essere vista come un’occasione di innovazione, non come un costo o un risarcimento. È un investimento per rendere le nostre società più resilienti, più efficienti e meno dipendenti da un modello energetico instabile e costoso.
Anche il metodo va ripensato. Le Cop hanno un rapporto costi-benefici che nessuno potrebbe definire “sostenibile”: ogni anno migliaia di delegati volano in un Paese diverso per negoziare parole più che azioni. Perché non stabilire una sede permanente o poche sedi tematiche, ciascuna dedicata a sfide specifiche? La Cop dovrebbe concentrarsi su soluzioni concrete, valorizzando le migliori esperienze a livello globale e aiutando i governi a capire come ampliare ciò che funziona davvero.
Il destino della Cop30 dipende soprattutto da Brasile ed Europa. Il Brasile, come Paese ospitante, ha bisogno di un risultato tangibile. L’UE, invece, ha bisogno di nuovi alleati: non può più contare sugli Stati Uniti e resta vulnerabile alle guerre commerciali. Accanto a loro dovrebbero esserci India, Canada, Regno Unito, Australia (che ospiterà la Cop31) e anche la Cina. Insieme rappresentano circa metà della popolazione mondiale, delle emissioni e del PIL globale. Se questi sette Paesi trovassero un’intesa, è probabile che gli altri seguirebbero.
Gli Stati Uniti, sotto l’influenza di Trump e del movimento Maga, restano assenti – nonostante condividano con il resto del pianeta gli stessi disastri climatici: incendi, alluvioni, tempeste di neve sempre più violente. È un errore grave. Ma proprio questa assenza potrebbe aprire lo spazio per costruire un mondo più equilibrato, capace di funzionare senza una potenza egemone. Con il dibattito sul clima fermo a un bivio, questa potrebbe essere la nostra ultima occasione. E dobbiamo coglierla.
