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Reform COP: tre idee per accendere il dibattito

Punti da cui partire per ripensare la discussione climatica

Global Governance of Climate Change. Questo è il “focus” della Dolomite Conference che Vision organizza ogni anno a Venezia. E lo “stocktake” di Vision sull’ultima COP di Baku sollecita con forza una riforma urgente del meccanismo attraverso cui il mondo ha cercato di governare una crisi che avanza molto più rapidamente delle istituzioni.

Muktar Babayev, presidente della COP29 svoltasi a Baku lo scorso novembre, ha ereditato un processo delicato e carico di aspettative. Il vertice annuale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico si è aperto con il compito di dare concretezza a uno dei risultati simbolici di Dubai: l’adozione del fondo per “loss and damage”. Nonostante l’impegno formale assunto a Sharm El-Sheikh e ribadito alla COP28, l’attuazione pratica di quella promessa è rimasta parziale, con risorse insufficienti e meccanismi ancora vaghi.

Come possiamo cambiare questo assetto? Questa è una prima riflessione che Vision intende sviluppare nei mesi che precedono la prossima Dolomite Conference (dal 16 al 18 ottobre 2025).

1) Finanziamento. La critica più frequente alle COP è che tendono, in effetti, a produrre parole con pochissimi “mezzi di attuazione”. In termini più diretti, le promesse spesso non sono seguite da assegni. Riteniamo che il finanziamento possa essere la leva per dare alle COP non solo la forza finanziaria di cui hanno urgente bisogno, ma anche quella continuità che oggi manca gravemente al sistema di governance climatica. Con ciò intendiamo dire che le COP restano ancora grandi appuntamenti annuali (oltre a un Climate Action Summit presso la sede ONU di New York), con relativamente poco che accade tra una conferenza e l’altra: esistono numerosi gruppi di ricerca, ma non vi è un vero organo esecutivo che gestisca l’azione climatica nel periodo intermedio.

Questo vuoto potrebbe essere colmato da una gestione politico-strategica degli strumenti finanziari necessari a mobilitare risorse pubbliche e private sufficienti per la transizione (4–5 trilioni di dollari l’anno, secondo l’art. 68 della dichiarazione finale di Dubai).

Su questo fronte, tuttavia, siamo riusciti ad avere al tempo stesso troppe strutture operative e troppo poche risorse.

Occorre semplificare, chiarire e rafforzare il pacchetto della finanza climatica. La mappa qui sotto offre una prima ricognizione elaborata da Climate Funds Update². Parliamo di 21 istituzioni operative in ambito multilaterale e di sette nel quadro dell’UNFCCC. Eppure solo tre dispongono di una dotazione superiore a 1 trilione di dollari e soltanto cinque hanno effettivamente erogato più di 500 miliardi di dollari.

Figura 1 - Schema del finanziamento climatico

Crediamo che:

  • Sia saggio ridurre il numero di fondi (ancora aspettiamo la fase di operatività del fondo “loss and damage”) così da dare maggiore visibilità agli strumenti già esistenti, favorendone l'accountability e stimolando un vero dibattito pubblico. Un'opzione estrema potrebbe essere quella di avere solo due fondi principali -  uno per la transizione energetica e uno per l'adattamento (con la possibilità che quest’ultimo possa configurarsi come un fondo per “loss and damage” dal mandato più ampio); e due di dimensioni minori: uno per la ricerca e sviluppo e uno per la sperimentazione e l’applicazione su scala delle tecnologie già esistenti.
  • Sia necessario riformare l'impostazione con cui questi strumenti vengono progettati. La distinzione brutale tra Paesi "sviluppati" (donatori) e "in via di sviluppo" (beneficiari) è politicamente controproducente: come suggerito nella nostra proposta “NEXT GENERATION PLANET”3, sarebbe molto più efficace un meccanismo per il quale ogni Paese contribuisce in base al proprio PIL e alle emissioni garantendo però che tutte le comunità locali siano protette e sostenute nella mitigazione (fino al punto in cui “il mercato non riesce a farlo”).
  • La "stella polare" di questi strumenti dovrebbe essere quella di finanziare i progetti con una somma esattamente pari a quanto necessario per riportarli in una condizione di “bancabilità” o appetibilità di mercato. Secondo il global stocktake, serviranno 4–5 trilioni di euro all’anno; è dunque indispensabile attrarre quanto più capitale privato possibile. 
  • La finanza a impatto – quella che ricerca un impatto sociale o ambientale misurabile insieme a un ritorno finanziario – sia fondamentale per tutti quei progetti che sono troppo lontani dal garantire rendimenti sufficienti ad attirare fondi più aggressivi o orientati esclusivamente al profitto. Attualmente, secondo il Global Impact Investment Network, gli asset mobilitati dalla finanza a impatto ammontano a circa 1,1 trilioni, una cifra che appare minima rispetto al fabbisogno complessivo.

Il monitoraggio delle strategie di questi fondi, così come dei loro risultati, dovrebbe costituire il cuore di un organo esecutivo della COP che oggi ancora manca.

2) Processo decisionale. È il cuore delle COP ed è fondato su un consenso pensato per essere unanime. Il paradosso, ancora una volta, è che questo meccanismo non è né sufficientemente efficiente né abbastanza inclusivo. Da un lato, proporremmo di ridurre il numero delle parti; dall’altro, di includere soggetti che oggi non siedono ufficialmente al tavolo decisionale. I Paesi dovrebbero essere fortemente incoraggiati ad aggregarsi progressivamente in gruppi caratterizzati da affinità geografiche o di interessi comuni.

Un’eccezione potrebbe riguardare India, Cina e Stati Uniti: è sufficiente considerare questi tre Paesi (su 198 parti della COP) per rappresentare il 47% del PIL mondiale e il 55% delle emissioni di CO₂. A essi si potrebbero aggiungere l’Unione europea (che potrebbe dare l’esempio, già a partire dalla prossima COP a Baku), l’Unione Africana, la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, il Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’ASEAN (più Giappone, Australia e Nuova Zelanda), un blocco dell’Asia centrale (più la Russia) e l’AOSIS (l’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari), che pur essendo numericamente limitata è stata determinante in molte politiche climatiche.

Alcuni Paesi (incluso il Canada) potrebbero dover confluire in altri blocchi; ciò potrebbe persino rappresentare un banco di prova per una diversa forma di allargamento dell’Unione europea, magari in partenariato con il Regno Unito. In ogni caso, lo schema risulterebbe molto più efficiente.

Il processo, naturalmente, non sarebbe semplice. Gli Stati sono probabilmente l’eredità istituzionale più solida del XIX e XX secolo. Una possibilità potrebbe essere il conferimento volontario (l’Unione europea, ancora una volta, potrebbe fare da apripista) di diritti di voto a entità aggregate. Al contempo, si potrebbe introdurre gradualmente una soglia minima in termini di popolazione: non dimentichiamo che oggi San Marino è parte formale, mentre New York City non lo è, e che 65 dei 198 Stati membri dell’ONU – un terzo – hanno meno di un milione di abitanti.

Allo stesso tempo, la riduzione del numero delle parti potrebbe aprire spazio a interessi rilevanti (e legittimi):

  1. le città del C40 potrebbero vedere formalizzato il proprio ruolo;
  2. sarebbe interessante avere al tavolo qualcuno che rappresenti le grandi regioni del pianeta – i poli, gli oceani – che non rientrano sotto la giurisdizione di alcuno Stato e che tuttavia sono il teatro principale della sfida climatica;
  3. un seggio dovrebbe essere attribuito a una forma di assemblea dei cittadini, nella quale la voce delle giovani generazioni sarebbe centrale;
  4. la comunità scientifica dovrebbe disporre di un ruolo istituzionalizzato.

Un’ulteriore possibilità potrebbe essere l’assegnazione di un seggio a rotazione a un settore industriale (ad esempio l’agroalimentare) o a rappresentanti dei lavoratori dei comparti che potrebbero subire maggiormente gli effetti dell’adattamento.

Anche le modalità di interazione dovrebbero cambiare: meno negoziati burocratici, interminabili e a somma zero tra diplomatici; più incontri partecipativi orientati alla risoluzione concreta dei problemi. L’introduzione del Majlis, come spazio informale volto a trasformare opinioni individuali in intelligenza collettiva, è un’idea interessante. Un’assemblea dei cittadini potrebbe inoltre sperimentare metodologie di democrazia partecipativa globale (tra le parti che desiderino aderirvi).

Il nuovo “governo climatico” non dovrebbe superare i quindici membri e potrebbe risultare al tempo stesso più rapido e più democratico rispetto a quello concepito per governare un secolo molto diverso e più stabile. Questo nuovo governo potrebbe riunirsi più volte l’anno, pur mantenendo il valore di un grande incontro annuale, una sorta di pow-wow con migliaia di attivisti, imprese e imprenditori.

3) La COP stessa. Che pur ha un valore, soprattutto per i giovani. L’atmosfera è autenticamente globale (simile a quella del villaggio olimpico durante i Giochi) e si percepiscono entusiasmo e motivazione nel incontrare persone con cui condividere ideali e progetti. I costi potrebbero essere ridotti estendendo la durata dell’evento; le emissioni scegliendo sedi più facilmente raggiungibili. Anche l’organizzazione potrebbe essere ripensata: i padiglioni nazionali sono probabilmente ridondanti se ciò che vogliamo valorizzare è lo scambio globale. Sarebbe invece interessante trasformare il cuore dell’evento in uno spazio di gestione della conoscenza organizzato attorno a problemi concreti da risolvere: come sviluppare reti energetiche accessibili? Come superare la dipendenza dalle batterie al litio? Come possono le tecnologie contribuire a ridurre lo spreco alimentare?

Queste idee saranno uno dei punti di discussione principali della Dolomite Conference.