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Perché l’UE deve reagire al bullismo di Donald Trump sul Digital Act con un’indagine per coercizione

Le minacce di imporre dazi come ritorsione contro la regolamentazione digitale segnano il superamento di una linea rossa

Un articolo di Francesco Grillo per The Conversation

 

Nel novembre 2023 – in un periodo in cui non era ancora chiaro se Donald Trump avrebbe potuto candidarsi alle prossime primarie presidenziali – l’Unione Europea ha approvato un nuovo e rigoroso “strumento anti-coercizione”.

Questo afferma come “ si verifichi coercizione economica quando un Paese non appartenente all’UE applica o minaccia di applicare una misura che incide sul commercio o sugli investimenti, al fine di impedire o ottenere la cessazione, la modifica o l’adozione di un determinato atto da parte dell’UE o di uno Stato membro, interferendo così nelle legittime scelte sovrane dell’Unione o dei singoli Stati membri”.

All’epoca, le minacce erano attribuite principalmente alla Russia, accusata di interferire nelle campagne elettorali e di minare la fiducia nelle democrazie liberali.

Oggi, però, tale quadro normativo sembra perfettamente applicabile agli Stati Uniti sotto la presidenza di Trump, che ha minacciato «sostanziali dazi aggiuntivi» contro Paesi ritenuti responsabili di imporre regolamenti “ingiusti” alle aziende tecnologiche. L’Europa – culla storica della regolamentazione digitale – si trova ora nel mirino delle tensioni transatlantiche.

Pur riconoscendo alcune criticità nell’approccio europeo alla regolamentazione digitale, l’UE non può permettersi di piegarsi a pressioni esterne. Cedere significherebbe compromettere la credibilità del blocco, minando la fiducia nelle proprie regole.

Negli ultimi otto anni, le istituzioni europee hanno approvato dieci provvedimenti normativi nel settore digitale, per un totale di 591 articoli distribuiti su 1.091 pagine. Un processo complesso, che ha coinvolto centinaia di giuristi, esperti e decisori politici, prima ancora che Commissione, Parlamento e Consiglio raggiungessero un compromesso.

Il rischio intrinseco di normative così articolate è la possibilità di contraddizioni tra articoli, con un impatto maggiore sulle start-up europee, spesso troppo piccole per sostenere i costi legali necessari a garantire conformità alle norme.

Inoltre, il fenomeno regolamentato – in particolare l’intelligenza artificiale basata su modelli linguistici di grandi dimensioni – è radicalmente nuovo e in continua evoluzione. È quindi incerto quale sarà l’impatto dei cambiamenti digitali e se le norme attuali siano le più adeguate. È probabile che alcune disposizioni si riveleranno inadeguate o obsolete con il tempo.

Pur con tutte le sue imperfezioni, la regolamentazione digitale europea non può essere oggetto di modifiche imposte da pressioni esterne. Le norme dell’UE non nascono con l’intento di penalizzare le “straordinarie aziende tecnologiche americane”, come sostiene Trump, ma mirano piuttosto a garantire un ecosistema digitale più trasparente, equo e sicuro.

È vero che alcune disposizioni del Digital Services Act si applicano soltanto alle cosiddette “piattaforme di dimensioni molto grandi” – ossia con oltre 45 milioni di utenti nell’Unione. Sebbene la maggioranza di queste imprese sia effettivamente statunitense, figurano anche tre società cinesi, una canadese e tre europee, a dimostrazione del carattere non discriminatorio della normativa.

Rispondere colpo su colpo

Trump ha espresso esplicitamente la sua posizione, affermando che «le tasse digitali, le leggi, le norme e i regolamenti sono tutti concepiti per danneggiare o discriminare la tecnologia americana». Ha inoltre dichiarato: «Se queste azioni discriminatorie non verranno eliminate, io, in qualità di Presidente degli Stati Uniti, imporrò ulteriori e sostanziali dazi».

Si tratta, in sostanza, di una «minaccia di applicare una misura che incide sugli scambi commerciali al fine di ottenere la cessazione di un determinato atto da parte dell’Unione», esattamente la condotta che lo Strumento anti-coercizioneeuropeo è stato creato per contrastare.

Non avviare un’indagine nei confronti degli Stati Uniti su questi punti invierebbe un segnale pericoloso, lasciando intendere che concorrenti — o persino ex alleati — possano interferire senza conseguenze nelle scelte sovrane dell’Unione Europea.

L'adozione di eventuali contromisure richiederebbe una maggioranza qualificata in seno al Consiglio dell’Unione Europea — un obiettivo non impossibile da raggiungere: sarebbe infatti sufficiente il voto favorevole del 55% degli Stati membri (15 su 27), rappresentanti del 65% della popolazione europea. Basti pensare che Germania e Francia, da sole, costituiscono circa un terzo del totale.

In ogni caso, anche qualora non si raggiungesse la maggioranza qualificata, l’iniziativa rimarrebbe comunque significativa. Sarebbe utile capire quali Stati membri sono realmente impegnati a far parte di un’unione sovrana e solidale, e quali invece preferirebbero un modello “à la carte”, scegliendo di partecipare solo quando e come conviene. Quest’ultima opzione, tuttavia, risulta del tutto inadeguata in un contesto che richiede all’UE di reagire con rapidità e coesione alle crisi.

Trump ha adottato un approccio analogo anche nei confronti della politica europea sulle energie rinnovabili, arrivando a chiedere agli Stati membri di smantellare le proprie turbine eoliche.

Le circostanze attuali pongono l’Europa di fronte a una decisione critica, destinata a determinare la sua capacità di preservare coesione, competitività e sovranità. Come ha recentemente osservato Mario Draghi, ex Presidente del Consiglio italiano e autore del rapporto che attualmente guida le strategie di competitività dell’Unione Europea: «Abbiamo appreso, dolorosamente, che l’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra sovranità». In questo contesto, l’Unione non può permettersi di trasmettere segnali di debolezza o di dubbio nella propria capacità di agire in modo autonomo e responsabile.