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Fattore Alaska, dove gli opposti si incontrano

L'inizio della fine della guerra in Ucraina e l'effetto paradossale del cambiamento climatico.

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Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero

L’Alaska è il luogo geografico dove si toccano gli opposti. Ed è vero se si pensa che da queste parti, in un tratto di mare che separa due isole dedicate ad un eroe dell’Iliadepassa il confine tra due giorni interi e quello che divide gli imperi che si sono spartiti il ventesimo secolo. La grande Diomede,il pezzo di terra più ad est della Russiaè lontano dalla piccola Diomede che è il punto più ad ovest del continente americano, solo tre chilometri. E – per un accordo tra gli Stati sui fusi orari che dura dal 1884 - ventuno ore.  Nel 1986, mentre Reagan e Gorbaciov si incontravano a Reykjavik per porre fine alla guerra fredda,qualcuno attraversò a nuoto quello stretto che separa due visioni del mondo che avevamo pensato essere inconciliabili. Ed è già, quasi per intero, scritto nei simboli di cui si nutre il marketing politico, l’esito del summit tra Trump e Putin che potrebbe segnare l’inizio della fine di un’altra guerra. Una guerra che l’Europaagli antipodi dello stretto di Bering, potrebbe aver perso senza averla mai combattuta.

Le indiscrezioni e, soprattutto, il buon senso dicono che siamo vicini ad una svolta per l’ennesima guerra inutile. 

Putin ha dalla sua parte la possibilità di non doversi preoccupare di vincere le prossime elezioni; e, tuttavia, è inevitabile che la stanchezza stia erodendo fiducia: dall’inizio del 2025 i russi hanno conquistato (secondo l’Institute for the Study of War) circa 3.250 kmq che è pari allo 0,54% della superfice dell’intera Ucraina; per riuscire nell’impresa hanno dovuto sacrificare circa 236.000 uomini. Anche dall’altra parte del fronte, la stanchezza vince: secondo un sondaggio di Gallup, nel marzo 2022, il due terzi degli ucraini si dichiaravano “pronti alla guerra fino alla vittoria definitiva” e solo un terzo a cercarne “una fine attraverso una trattativa con la Russia”: le posizioni sono, oggi, completamente invertite. E, infine, Trump: è in ritardo sulla più fragorosadelle sue promesse elettoraliquella di concludere il conflitto in un giorno. Era un impegno dovuto non solo alla necessità finanziaria di ridurre il costo di manutenere l’impero evitandone la bancarotta, ma anche a quella elettorale di voler dimostrare di essere in grado di raggiungere risultati, laddove altri (Biden) hanno solo atteso

I termini dell’accordo per uscire dal tunnel sono, in fin dei conti, imposti da questa triplice difficoltà. La Russia potrebbe ottenere il controllo delle quattro regioni occupate, scambiando il ritiro degli ucraini dalle zone del Donbass non ancora conquistate (compresa la città fortezza di Kramatorsk)con il loro ritiro dalle aree (ci sono quelle vicino a Sumy e Kharkiv) che, al contrario, i russi hanno occupato lontano dal fronte orientale. Tale situazione non verrebbe riconosciuta formalmente dagli americani (che lo accetterebbero di fatto), in maniera da non escludere future rinegoziazioni. Uno scambio non meno significativo verrebbe suggellato sul piano delle alleanze: l’Ucraina rinuncia ad entrare nella Nato ma si accelera il suo ingresso nell’Unione Europea che le fornirebbeuno scudo che può valere quanto quello dell’alleanza atlantica. 

Sarebbe un accordo fragilee che, però, schiude per gli americani e i russi una possibilità più importante. Ricominciare a estrarre risorse naturali e costruire infrastrutture che – per un effetto paradossalmente e pericolosamente positivo del cambiamento climatico – per scongelare tutta quella parte di mondo che siede oltre il circolo polare artico. Essa include buona parte della Groenlandia, della Russia e passa attraverso l’Alaska. Una partita dalla quale l’Europa resterà fuori (se Finlandia, Svezia e Danimarca non saranno capaci di esprimere leadership) e che può cambiare gli equilibri del mondo. Così come l’Europa rischia di rimanere fuori dall’accordo che può concludere una guerra che potremmo aver perso

Fu giusto finanziare l’Ucraina per resistere ad un’invasione brutale. Ancora di più lo fu la decisione di uscire dalla dipendenza tossica dal gas russo. E, anzi, fu sbagliato non recidere prima i legami economici con chi aveva già, nel 2014, dimostrato di ritenere che la forza sia sufficiente a cambiare i confini tra gli Stati. L’errore è statoperò di non porsiil problema di come uscire da un conflitto che, quasi immediatamente, si è trasformato in un’interminabile guerra di trincea.

Il problema è, però, in un impianto decisionale che non regge più. Iun metodo che non consente né di concepire vere e proprie strategie e, neppure, un piano. Come quello che il capo di governo di uno Stato può permettersi. L’Europa dovrebbe considerare esaurito il ciclo di un multilateralismo bello ma impossibile, e andare verso integrazioni serie (ad esempio, sulla difesa) tra chi ci sta. E non è escluso che una sconfitta diplomatica definitiva come quella che potrebbe arrivare dall’altra parte del mondo non faccia scattare una reazione.

Fecero un grande affare gli americani quando comprarono un pezzo di terra disabitata proprio dai russi per 7 milioni di dollari: oggi, l’Alaska ospita il più grande deposito di petrolio del Paese che del petrolio è il massimo produttore. Questa voltaTrump ha però di fronte un abilissimo giocatore di scacchi. Ed è possibile che il rispetto reciproco tra due uomini abituati all’azzardo, li porti ad un risultato che per tre anni e mezzo è sfuggito a leadership leggere.

 

Referenze:

The Economist, Agosto 2025. Nerves are fraying ahead of the Trump-Putin summit. Link.

The Economist, Agosto 2025. What Putin wants from Trump in Alaska. Link.

The Guardian, Agosto 2025. Ukraine war briefing: Putin says US making ‘sincere efforts’ to end war as Russian troops make gains. Link.