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Romania, Biden, Trump

La crisi della democrazia non si combatte in tribunale. Due idee per invertirne il declino

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Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero

Conviene provare a combattere gli estremismi politici in tribunale? E non nella competizione per il consenso degli elettori? Quale può essere una realistica regolamentazione dei media per vaccinare “società aperte” rispetto all’influenza di Stati stranieri che non si fanno scrupoli ad utilizzare la tecnologia per destabilizzare i propri avversari? Il caso estremo di un Paese dell’Unione Europea che condivide 600 chilometri di confine con l’Ucraina, può fornire indicazioni interessanti.

Otto giorni fa, mentre stava cercando un difficile equilibrio interno, l’Unione Europea si è ritrovata a fare i conti con una nuova possibile crisi. Uno sconosciuto ingegnere - Calin Georgescu – aveva appena vinto il primo turno delle elezioni presidenziali in Romania con una campagna elettorale fondata sulla proposta di cessare immediatamente qualsiasi supporto dell’Ucraina nel conflitto con la Russia. Una posizione di aperta ostilità nei confronti della NATO che lo aveva portato a quadruplicare i voti che gli erano attributi dai sondaggi e ad eliminare dalla competizione tutti e due i partiti che erano al governo. Le conseguenze della vittoria dell’ingegnere sono stato poi mitigate dalle elezioni parlamentari di domenica scorsa che hanno, in qualche misura, contenuto l’ascesa dell’estrema destra. Ma aggiungere alla posizione dell’Ungheria e della Slovacchia, il dissenso del capo di stato della Romania può, comunque, essere sufficiente per eliminare definitivamente l’Unione dal tavolo al quale verrà negoziata la pace di una guerra di cui l’Europa ha pagato il conto (quasi) per intero.

Ma non meno scioccante per i rumeni, è stata la decisione della Corte costituzionale di Bucarest di voler verificare se annullare il voto sulla base di una sospetta influenza straniera (russa) veicolata da una piattaforma social (TikTok). Scioccante perché persino i capi dell’opposizione avevano riconosciuto che non si può decidere una competizione elettorale in un tribunale. Ieri, la corte ha sciolto la riserva consentendo la sfida tra populisti. Ma la domanda iniziale rimane (confermata dalla triste conclusione delle vicende giudiziarie di Donald Trump e del figlio di Biden): come difendere una democrazia che sembra implodere nel momento più sbagliato?

Di sicuro la via giuridica è controproducente perché diminuisce ulteriormente la fiducia nei confronti della democrazia che si vuole salvaguardare. Facendo esplodere l’incertezza che si vorrebbe ridurre. Una strategia per democrazie che vogliono rimanere tali, richiede, invece, politica. Ed un intervento su due assi.

Il primo è quello della regolamentazione dei social. L’Unione Europea ha investito molto in una legge (il DIGITAL SERVICE ACT, DSA) che prova a regolare le grandi piattaforme come TikTok (o quella di Elon Musk – X). E, tuttavia, quel regolamento dice tantissimo (consta di 155 premesse e 93 articoli), ma rischia di aver dimenticato quelle essenziali. Quelle che hanno a che fare con la implementazione che non segue necessariamente norme scritte.

Non sono, infatti, le “notizie false” (di cui la Storia è piena) la peggiore novità di cui preoccuparsi. Molto più subdolo (proprio perché legittimo) è il metodo con il quale le piattaforme stesse si fanno regolatori definendo l’ordine (“ranking”) con il quale le informazioni sono proposte ad utenti con capacità di attenzione. Basta far apparire sempre tra le prime notizie, quelle (non necessariamente false) della cronaca nera, per cominciare a far immaginare una realtà che non esiste: popolata da uomini neri pronti a saltarti addosso durante la notte (e, magari, a mangiare il cane innocente che porti al guinzaglio, come ha ipotizzato Trump nel momento più esilarante dell’intera campagna elettorale del 2024).

La legge dell’Unione trova tra i 93 articoli del DSA il tempo di dedicarne uno per obbligare le piattaforme di spiegare in linguaggio “intellegibile” gli algoritmi attraverso le quali le informazioni sono ordinate e le opzioni che gli utilizzatori hanno per modificare quegli algoritmi. Si dimentica, però, di valutare poi, quanto effettivamente gli utenti abbiano compreso tali scelte e quanti le abbiano modificate per personalizzarle ai propri bisogni (dando, ad esempio, spazio a chi voglia, ad esempio, privilegiare le buone notizie rispetto a quelle cattive; o le proposte rispetto alle analisi). E invece tale semplice valutazione potrebbe rendere la Commissione Europea (o una sua agenzia) in grado di definire a sua volta, una graduatoria delle piattaforme ordinate per il diverso livello di trasparenza e, dunque, affidabilità proprio perché flessibili. SI tratterebbe di passare pragmaticamente dalla logica degli obblighi e delle multe a quella degli incentivi per media che si distinguono perché vettori di informazione non manipolata. Ciò aprirebbe, peraltro, spazio per nuovi media (magari europei) che fanno della responsabilità un vantaggio competitivo.

In secondo luogo, è necessario un più complessivo ripensamento della democrazia che non può più essere un voto ogni quattro anni sul quale concentrare tutte le aspettative di cambiamento e gli attacchi di hacker di tutti i tipi. In fondo, la democrazia – al contrario di un dentifricio – è un bene particolare perché la sua quantità si accresce se ne aumentiamo l’utilizzo. Bisognerebbe, allora, moltiplicare i momenti e le forme per coinvolgere i cittadini in decisioni collettive e non diminuirle come stiamo facendo proprio perché ne perdiamo fiducia. Aumentare i momenti e le forme di confronto collettivo, proprio per rendere la democrazia meno vulnerabile.

Le malattie non si curano concentrandosi solo sui sintomi o operando a urne aperte. Si affrontano permettendosi il lusso di ricominciare a pensare – anche se sembra che non se ne abbia più il tempo – in termini strategici. Ricominciando a giocare all’attacco perché la democrazia si “difende” solo se si rafforza. Perché dalle influenze straniere ci salviamo solo reimmaginando un modo intelligente per influenzare noi – con valori praticati con coerenza – il resto del mondo.

Referenze 

Haeck, P. (2024) EU Commission questions Tiktok in wake of Romanian election scrutiny, POLITICO. Link.

Shock as pro-russia independent wins first round of Romanian election (2024) The Guardian. Link. 

Haeck, P. et al. (2024b) Tiktok’s Romanian reckoning, POLITICO. Link. 

Vanberghen, C. (2024b) The power of social media in elections: Lessons from Romania’s tiktok case study, Modern Diplomacy. Link.