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Allacciate le cinture di sicurezza: l’effetto (positivo) di Trump e Tony Stark

Le due domande politicamente scorrette a cui il resto del mondo non può sottrarsi

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Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero

Se c’è una buona notizia della rielezione di Donald Trump alla guida del Paese che è, ancora, il baricentro del mondo, è che ci costringe a fare i conti con domande che abbiamo sempre rimandato perché politicamente scorrette (o più probabilmente per pigrizia che è forse il nome che dovremmo dare all’inerzia che ci ha paralizzato). Sono ancora riformabili organizzazioni internazionali (a partire dall’ONU) che sono sempre più evidentemente inadeguate rispetto a problemi globali sempre più grandi? E per quanto riguarda l’Europa, ha senso aspettare il consenso unanime di tutte e ventisette (i nani) prima di realizzare quelle integrazioni (ad esempio, di difesa comune) di cui l’Unione parla da quando nacque 70 anni fa? Trump non ha mai nascosto la sua personale insofferenza per le organizzazioni internazionali fondate sull’idea che si decida all’unanimità stando tutti seduti allo stesso tavolo. E, però il suo scetticismo coglie un problema vero e impone una questione di rifondazione di un ordine globale che si era sciolto prima delle elezioni della settimana scorsa.

Sono queste le domande scomode alle quali dovrebbe dedicarsi chiunque studia i fenomeni che stanno connettendo globalizzazione e quotidianità. Ci riflettevo mentre volavo ieri da Roma a Rio de Janeiro. Probabilmente due delle cinque città più belle del mondo. Capitali di due mondi diversi però. L’Italia, quest’anno, ha ospitato l’incontro annuale dei sette Paesi occidentale di industrializzazione più consolidata (G7): oggi solo tre dei magnifici sette che dominavano il mondo, sono tra le sette economie più grandi del mondo (se correggiamo il PIL per potere d’acquisto). A Rio, invece, si sta per svolgere il vertice tra le venti più grandi economie del mondo (G20). Al G20 parteciperanno le quattro grandi economie europee e le delegazioni degli Stati Uniti e della Russia; del Giappone e della Cina; dell’Arabia Saudita e dal Canada e secondo alcuni è questo il “modello” dal quale trarre spunto per definire un meccanismo nuovo di governo di fenomeni globali che nessuno controlla.

Il motivo per il quale Donald Trump ha dichiarato di preferire il G20 al G7 sono abbastanza ovvii. Esso riduce il numero di “parti” (Stati) da mettere d’accordo da 198 (i membri dell’ONU) ad un più gestibile 19 (al quale si aggiunge l’Unione Europea). Inoltre, mette insieme sia i vecchi leoni occidentali che non si possono più permettere di correre; che i Paesi emergenti e insofferenti di vecchi equilibri come l’India e lo stesso Brasile. E, tuttavia, il vantaggio vero del G20 è che – al momento – non decide assolutamente nulla. Del resto al “Consiglio di Sicurezza” dell’ONU bastano cinque membri con potere di veto per essere paralizzato quando si tratta di segnalare che qualcuno ha violato la sua carta fondativa.

E, tuttavia, il G20 è interessante. Gli incontri preparatori mettono insieme think tank che vengono da Paesi che oggi non riescono più a parlarsi. Aldilà di steccati ideologici che non servono più a capire e oltre gli stessi interessi nazionali che sono, comunque, più dinamici di ciò che si possa pensare. La strada per trasformare il G20 in un’organizzazione internazionale però esiste e parte da una constatazione: anche se il mondo è diviso in 198 Stati, è vero che ce ne sono tre – Stati Uniti, Cina e India - che, da soli, contano il 40% della popolazione e del PIL del mondo e più dell’80% della spesa militare e degli investimenti in intelligenza artificiale.

Per completare un tavolo al quale si sedessero le tre super potenze, bisognerebbe aggregare tutti gli altri per macroregioni: l’Unione Europea è già parte del G20 e, da quest’anno, verrà affiancata dall’Unione Africana. È una forma di aggregazione che va estesa ad altre grandi regioni: l’America del Sud (già unita da un mercato unico); ma anche quella parte dell’Asia e dell’Oceania che condividono il Pacifico. E, tuttavia, ciò richiede che gli Stati che decidono di fondere le proprie rappresentanze, rinuncino all’ipocrisia di conservare il proprio seggio.

Ed è questa la considerazione che ci riporta all’Unione Europea e allo scatto che le si chiede. Possiamo svolgere un ruolo chiave. Ma solo se noi stessi, riusciamo a trovare un’alternativa ad un multilateralismo paralizzante. Abbiamo la forza di sciogliere i seggi di Francia, Germania e Italia in un’unica più coerente e forte rappresentanza negli incontri di G20? Siamo capaci – mentre il mondo è a non più di un metro dal conflitto globale – a riportare sui temi della difesa comune anche il Regno Unito, senza farci paralizzare dai veti di Orban (o del primo ministro slovacco Fico)? Qui c’è il secondo nodo che va sciolto: l’Unione Europea e i suoi trattati non possono essere una gabbia che rischia di implodere per eccesso di retorica rigidità. Le integrazioni si fanno con chi ha sufficiente realismo per capire che si conta solo se ci si unisce (e se si unisce la propria rappresentanza in sedi globali riservandosi un dibattito serio per stabilire qual è la posizione comune). Rinunciando ad unanimità che possono arrivare più tardi quando gli Stati che non hanno condiviso, capiranno di essere rimasti fuori da un progetto che sta funzionando.

Questa del 2024 non è solo l’elezione di un Trump che è, comunque, addolcito dall’età rispetto alla sua più ideologica versione del 2016. Accanto a lui c’è Elon Musk. Un uomo che sembra arrivare da un film della Marvel (Tony Starck). Di sicuro uno di quelli che più sta contribuendo a creare futuro. Un futuro che, secondo alcuni, è distopico ma che ci sta arrivando addosso ad una velocità che richiede non solo competenza. Ma capacità di sperimentare modelli nuovi. Come quello che dovremo raccontare da Rio nei prossimi giorni.

Bibliografia   

F. Grillo, J. Wang, (2024) Is there a realistic approach to reforming the global governance of climate change? Link. 

World Economic Forum (2024) The African Union has been made a permanent member of the G20 – what does it mean for the continent? Link. 

The Economist (2024) Europe needs to wake up and look after itself. Link.