Ripensare la difesa comune europea

Un articolo di Francesco Grillo per Il Messaggero
Ci stiamo furiosamente dividendo in posizioni che spaccano sia la maggioranza che la minoranza. Eppure, non riusciamo a trovare il tempo – nel dibattito pubblico e, neanche, in quello parlamentare – di confrontarci su ciò che molti politici ritengono essere dettagli che, però, fanno tutta la differenza. È questa la sensazione che mi è capitato di avere osservando la piazza (abbastanza attempata) colorata dei colori dell’Europa qualche giorno fa. Ma anche l’altrettanto surreale dibattito al Parlamento Europeo sulla proposta che Ursula Von Der Leyen ha chiamato “Rearm Eu”. In attesa dell’ennesimo “libro bianco” che il nuovo commissario dalla difesa Kubilius ha promesso di presentare tra qualche giorno, non stiamo affrontando i nodi – cosa dobbiamo comprare? con chi? da quali Paesi? e quanto davvero ciò costa? – che fanno la strategia di cui abbiamo bisogno per proteggerci in un mondo che non è più quello rassicurato dall’ombrello americano.
Un ragionamento serio non può non partire dalle tre lezioni apprese sul campo di battaglia dei più grandi dei conflitti moderni: la guerra lungo il fronte tra Ucraina e Russia; ma anche il conflitto che da Gaza si è esteso a Libano ed Iran. Esse raccontano come la tecnologia stia modificando radicalmente tutte le equazioni.
La prima: la madre dell’innovazione continua ad essere la necessità (come dissero, per primi, i Romani che costruirono il primo grande Stato/Impero sconfiggendo con astuzia eserciti più grandi). È per il disperato bisogno di dover sopperire a proprie debolezze che l’Ucraina è per alcuni aspetti decisivi più avanti di 2 o 3 anni rispetto agli Stati Uniti e di 5 o 7 rispetto alla Francia o al Regno Unito (come nota il think tank di Londra, RUSI). Il Paese aggredito si è trovato a combattere una guerra lunga tre anni, rimanendo privo, sin dai primi giorni dell’invasione, di quasi tutta la propria aviazione colpita al suolo dai missili cruise dei Russi tra il febbraio e il marzo 2022. Ciò lo ha portato, in pochissimo tempo, a diventare leader nell’arma che sta trasformando la guerra. Il drone, ormai, sta diventando piccolo come un telefono cellulare volante: reso invisibile proprio dalla sua dimensione, è capace di raggiungere il nemico alle spalle per guidare con precisione i missili. All’occorrenza, però, può anche esso stesso esplodere come i “PAGER” che gli israelianI hanno utilizzato in Libano per eliminare miliziani di Hamas. Un problema simile – la mancanza di uomini - sta portando, sempre, l’Ucraina ad andare ancora oltre (come racconta un altro centro studi il CSIS di Washington): a LYPTSI vicino a Kharkiv, si utilizzano robot per sminare e combattere. In entrambi i casi – sia per i droni aerei che quelli terrestri - l’automazione avviene con l’utilizzo creativo di un’intelligenza artificiale che guida il drone verso il proprio target.
La conseguenza di ciò è chiara e radicale. Bisogna attrezzarsi ai conflitti del 2025 e non a quelli degli anni Novanta. Oggi alla difesa servono più robot e di meno i caccia che sciolsero l’esercito di Saddam in Iraq. È impressionante la stima della Corte dei Conti del congresso degli Stati Uniti che stima in quasi 2000 miliardi di dollari (quasi quanto la spesa totale in difesa dei 27 Paesi europei negli ultimi dieci anni) il costo dei 2500 F35 che sono un prodigio tecnico. Ma la loro utilità diminuisce in conflitti dove la tecnologia rende Davide, di nuovo, in grado di battere Golia. Insomma, se fossimo intelligenti potremmo spendere di meno per proteggerci meglio.
Il terzo punto è che paradossalmente quello della difesa diventa il terreno sul quale l’Europa può creare vantaggi competitivi su AI. Ponendoci obiettivi specifici – come facciamo a proteggerci in diversi scenari massimizzando la sicurezza e minimizzando la spesa? – e usando la necessità di farlo su terreni che possono consentire anche sperimentazioni. Se ci riuscissimo, potremmo – anche noi – estrarre da applicazioni militari, tecnologie che possono tornare utili per migliorare la sanità in un contesto di vincoli di spesa. O sul controllo della mobilità nelle città. Ciò potrebbe portarci a uscire dalle scelte di bilancio difficile che sembrano preoccupare solo il Ministro dell’Economia, Giorgetti.
Le tecnologie possono trasformare un problema in un’opportunità. Ci riusciremo solo se ricordassimo che fummo appunto noi europei a concepire l’innovazione come una leva alla quale ricorrere per sopravvivere. E se troveremo il modo di far entrare queste considerazioni visionarie ma pragmatiche in un dibattito bloccato su sterili dichiarazioni di principio.
Referenze
Euronews. (2025, March 14). More, better, European: White paper maps path for EU rearmament. Euronews. Link.
The Economist. (2025, March 13). Europe's other front: Peaceniks vs hawks. The Economist. Link.
