Le Olimpiadi dimenticate di Pechino

La storia ad un bivio

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero eIl Gazzettino del Nord Est

Scansione dell'editoriale cartaceo 

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Uno dei meno noti e più clamorosi effetti del cambiamento climatico è che sta diventando sempre più difficile ospitare i giochi invernali. Quelli che si aprono oggi a Pechino, furono assegnati ai cinesi in una competizione dalla quale si erano ritirati progressivamente tutti dopo aver visto quante risorse pubbliche avevano bruciato quelli ospitati dai Russi nel 2014 a Sochi. In finale, l’immensa capitale della “Terra di Mezzo” (come i cinesi chiamano quello che è rimasto un Impero) prevalse tra i delegati del Comitato Olimpico Internazionale (COI) di solo quattro voti su Almaty, la città più grande del Kazakistan. Oggi sono molti nella sede del COI a Losanna che sentono di aver scampato un disastro, perché in queste ultime settimane ad Almaty è in corso una vera guerra civile.

E, tuttavia, a pentirsi di quella vittoria deve essere lo stesso Xi Jinping, che sta per essere acclamato dal Partito come primo Presidente che potrà governare la Cina senza più vincoli di tempo. 

Se, infatti, i giochi olimpici del 2008 avevano segnato la consacrazione sostanzialmente gioiosa di una super potenza, quelli del 2022 rischiano di essere l’anticipazione di un mondo nel quale tutto – compreso lo sport – è spinto dalla pandemia verso quello scenario distopico che molti temevano.

Sono giochi distopici quelli che cominciano oggi allo “Stadio Nazionale” di Pechino, il famoso impianto conosciuto per la forma a nido di uccello. E, in realtà, questa Olimpiade nasce già come una forzatura delle caratteristiche naturali del luogo che le ospita. Pechino è, infatti, il luogo che un visitatore meno assocerebbe all’idea dei giochi nati sulle Alpi: nonostante il fatto che la temperatura minima a febbraio sia stabilmente sotto lo zero, è al centro di una delle aree più aride del mondo e a circa 500 chilometri dal deserto del Gobi: le gare di sci si svolgeranno a circa 200 chilometri dalla Capitale su montagne più basse del nostro Appennino e la neve delle Olimpiadi sarà tutta artificiale. Uno scenario innaturale anche se, come sempre succede con l’approccio cinese all’innovazione, la difficoltà li ha costretti a trovare soluzione tecnologiche che possono tornare utili, persino, per le Olimpiadi di Cortina del 2026Un’Olimpiade distopica come del resto, fu anche quella ospitata a Sochi, una delle località balneari più prestigiose del Mar Nero, e, come ancora di più, lo saranno i mondiali di calcio che si giocheranno subito prima del prossimo Natale nel deserto del Qatar.

Lo sport, del resto, è sempre più preso dalla tenaglia delle ragioni della politica e delle sponsorizzazioni. A tale regola non fa eccezione, come ha appena scritto Sebastian COE, olimpionico dei 1500 metri a Mosca e Los Angeles e capo della Federazione mondiale di Atletica, lo strano boicottaggio che gli Stati Uniti e il Regno Unito praticheranno ai giochi di Pechino: un boicottaggio che definiscono “diplomatico” nei confronti di un Paese nel quale USA e UK continuano ovviamente ad avere la propria ambasciata e di una manifestazione che stasera vedrà gli atleti americani e inglesi sfilare regolarmente con la propria bandiera.

Nonostante l’orgoglio dei cinesi, le Olimpiadi di Pechino rischiano dunque di essere le più “dimenticate” della storia. È un peccato perché bisognerebbe, invece, utilizzarle per conoscere meglio un universo parallelo – la Cina, appunto – che le opinioni pubbliche occidentali continuano ad ignorare e per fare il punto su un rapporto – tra noi e loto - che condiziona il futuro nel quale stiamo entrando.

La Cina del 2022 è, indubbiamente, irriconoscibile rispetto a quella che vide Hu Jintao – il predecessore di Xi Jinping – aprire i giochi estivi del 2008. 

Pechino aveva – quattordici anni fa – un’estensione della metropolitana di poco superiore a Roma; oggi la Cina ospita un terzo di tutti i chilometri di metropolitane e due terzi d quelli ad alta velocità ferroviaria del mondo. Era, allora, la Cina percepita come “la fabbrica del mondo”, un Paese povero che cresceva grazie ad una forza lavoro immensa e a basso costo (fornendo la più potente opportunità di sviluppo per le multinazionali occidentali) e che si sarebbe, prima o poi, inesorabilmente convertita alla democrazia occidentale.

Quattordici anni dopo, la dimensione dell’economia cinese è tre volte e mezza più grande

(quella italiana, ad esempio, è riuscita persino a restringersi), la concorrenza ce la fanno con le competenze (i quindicenni cinesi sono al primo posto nei Test somministrati ogni due anni dall’OECD di Parigi agli adolescenti di 74 Paesi diversi) e la sfida con gli americani è – direttamente – sul piano più importante: quello delle tecnologie.

È vero, come dicono alcuni, che quest’anno la locomotiva cinese rallenta: nel 2022 secondo il Fondo Monetario Internazionale il tasso di crescita scenderà fino ad un, finalmente, umano + 4,8%.È, però, altrettanto vero che è ancora la Cina ad essere (come dice il grafico che accompagna questo articolo) il Paese che sarà cresciuto – secondo il Fondo Monetario Internazionale – più di tutti nel periodo 2020 – 2023, laddove questo dato è molto meno dipendente dalle esportazioni di quanto ci intestardiamo a credere (del resto le esportazioni pesano sul PIL cinese tre volte di meno di quanto non pesino su quello tedesco o italiano).

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Ancora più importante è però il concetto che Xi Jinping ha reso chiaro: la Cina non sarà mai una democrazia liberale (del resto, una sola volta ci furono elezioni politiche generali nella sua storia millenaria). L’obiettivo è, invece, consolidare un progetto politico che, nel 1989, avevamo dato per morto.

Sono questi, sicuramente, giochi poco giocosi. Gli atleti vivranno in una bolla come e più di quanto non lo sia capitato ai loro colleghi a Tokyo quale mese fa. In un’atmosfera carica di tensioni lontane e vicinissime. In fondo, le Olimpiadi sono solo un segnale della transizione surreale che stiamo vivendo. Da un mondo che aveva certezze che si stanno squagliando come la neve di piste artificiali. Ad un esito che non è scontato e che dipende dalla voglia di riscoprire quell’umile volontà di conoscere mondi diversi di cui Marco Polo è simbolo universale. 

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