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La necessità che genera futuro

“La necessità è la madre dell'ingegno”

ChatGPT Image 28 ott 2025 13 09 45

Un articolo di Fracesco Grillo per Vision

“La necessità è la madre dell'ingegno”: furono gli antichi romani a codificare quale è il senso più profondo di quello che loro chiamavano ingegno e che noi chiamiamo competenza. O, meglio, talento: quel talento che viene dall’istinto di sopravvivenza che ha fatto uscire la nostra specie dagli angoli della sua storia. Molte delle innovazioni che stanno cambiando le gerarchie tra Paesi e trasformando interi settori industriali – dall’agricoltura all’energia, dalle automobili all’edilizia – vengono dalla necessità di sopravvivere a un’emergenza ambientale che sta rendendo il pianeta non più abitabile. Ed è, forse, questa la chiave di lettura più pragmatica che l’Italia può provare a dare a quella questione del cambiamento climatico che verrà affrontata tra qualche settimana a Belém (Brasile) al vertice (COP) al quale parteciperanno tutte le nazioni del mondo. Tranne gli Stati Uniti (e l’Iran).

La teoria che meglio di tutto sembra spiegare perché Paesi diversi hanno diversa capacità di aumentare la propria ricchezza è, ancora, quella di Robert SOLOW, che fu il più grande degli economisti del secolo scorso. Per SOLOW ad essere decisiva è la conoscenza che un Paese (o un’impresa) riesce ad incorporare nei propri processi produttivi. Ed è, allora, strano che a crescere di meno siano le nazioni più sviluppate, perché esse hanno anche una maggiore propensione a investire in ricerca. Ai primi dieci posti per rapporto tra spesa in ricerca e Prodotto Interno Lordo ci sono tutti Paesi di industrializzazione più antica (cinque di essi sono parte dell’Unione Europea e gli Stati Uniti sono al terzo posto); eppure tra le venti nazioni che stanno crescendo di più, c’è solo l’Irlanda. In realtà, la parte di mondo più ricca sconta uno svantaggio paradossale: quello di non aver più fame; di fare fatica a riconoscere un problema al quale applicare il proprio ingegno. Del resto, fu proprio SOLOW a notare – più di trent’anni fa – che negli Stati Uniti, i “computer fossero dappertutto tranne che nei numeri della produttività”: abbiamo cambiato con FACEBOOK il modo di fare amicizia e di fare informazione; ma ciò non sta risolvendo problemi (e secondo alcuni ne ha, invece, creati di nuovi).

La situazione sta, però, velocemente cambiando e a cambiarla è un’emergenza che costringe università, aziende, governi, a ricominciare a misurare il proprio impatto. La necessità di proteggere città, campagne, settori produttivi da un cambiamento climatico che sta accelerando. È la chiave che ha utilizzato un incontro globale che si è tenuto la settimana scorsa a Venezia e che sta fornendo un supporto di idee alla presidenza della prossima conferenza delle Nazioni Unite sul clima.

È il caso questo degli agricoltori e di alcune delle produzioni di maggiore valore aggiunto, come lo stesso vino. L’innalzamento delle temperature può portare ad alterazioni delle caratteristiche del prodotto, a cicli di raccolta anticipati, a grandinate più frequenti: la necessità sta trasformando l’agricoltura in uno dei settori produttivi che fa maggiore uso di tecnologie. I terreni si trasformano in mappe digitali e i dati consentono trattamenti sempre più granulari.

Succede anche, alle città che – ad esempio in Emilia-Romagna, ma anche in Florida o in Cina – sono sempre più esposte a inondazioni. Venezia è diventata la più “antica delle città del futuro” lottando da sempre per il diritto di sopravvivere al mare. Un esempio di come la necessità di resistere all’entropia distruttiva del mare, abbia spinto l’uomo ad innalzare barriere dietro le quali costruire città favolose. I prossimi decenni vedranno l’agenda del contrasto del cambiamento climatico spostarsi dalla mitigazione delle mutazioni a quella dell’adattamento dei territori in maniera da resistere ai suoi effetti. Andranno costruite strade di nuova generazione; imbrigliati fiumi; rafforzate dighe. Il Mose che protegge la laguna più famose del mondo, dimostra che il futuro è fatto di infrastrutture che rispondono flessibilmente a condizioni metereologiche non stabili.

C’è, infine, il bisogno di ridurre le emissioni che trasformano, letteralmente, il pianeta in una serra che si sta riscaldando ad un ritmo mai così veloci; che però coincide con l’obiettivo di rendere l’Europa meno dipendente da importazioni di prodotti energetici che ci rendono meno sicuri e meno competitivi: è questo uno degli argomenti più forti di quel rapporto Draghi di tutti parlano e che nessuno applica nelle scelte concrete. L’Italia è uno dei Paesi più vulnerabili (importiamo l’80% dell’energia che consumiamo e, in questo senso, siamo ancora più fragili della Germania che è al 70% e della Francia al 47). Aumentare la produzione di rinnovabili, utilizzando quelli che sono nostri vantaggi di localizzazione (in Puglia e in Sicilia) e aprendo allo stesso nucleare di ultima generazione: è una partita fondamentale non solo per essere più autorevoli nei tavoli globali che decidono sul clima; ma per rispondere ad una dipendenza che ci rende, persino, meno liberi.

Spetta alle imprese proporre soluzioni ai problemi della transizione. Lo Stato deve, invece, limitarsi a segnalare l’esito verso il quale orientare lo sviluppo di un modello economico che deve poter durare. Deve riorganizzare politiche (come quella “agricola comune” dell’Unione) che non incoraggiano il cambiamento. Rimuovere gli ostacoli burocratici (ad esempio sui permessi per nuovi impianti di generazione di energia rinnovabile) che rallentano esiti che dovrebbero unire tutti (comprese le Regioni che si inventano ambientalismi incomprensibili). È lo Stato, infine, che vista la scarsità di risorse proprie, deve investire giusto ciò che è necessario per rendere fattibili i grandi investimenti infrastrutturali privati necessari a proteggere territori fragili.

Abbiamo consumato fiumi di parole negli scontri ideologici che ci dividono su qualsiasi questione. Compresa quella di un cambiamento climatico che chiunque può verificare facendo riferimento alla propria esperienza quotidiana. Siamo rimasti bloccati per anni sulla trincea di uno scontro immaginario tra economia e natura. In realtà sono gli agricoltori, i territori, le imprese, le città, le famiglie ad essere sulla prima linea di una battaglia che riguarda tutti. E che si vince solo mettendo insieme visione e pragmatismo.