L'Ultimo dei Moicani

L'Europeismo che può unire leader avversari

L'editoriale di Francesco Grillo per il Messaggero.

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Non mi ha sorpreso che le parole più belle tra le tante spese per commentare la scomparsa di Silvio Berlusconi, siano quelle arrivate dal suo avversario politico più grande. Senza un briciolo della ipocrita retorica che caratterizzano tanti epitaffi, ma senza neppure il livore di chi traeva identità dall’appartenenza una tribù diversa, Romano Prodi - colpito, nelle stesse ore, da un lutto altrettanto grave - non ha fatto altro che esprimere rispetto per una vicenda umana che ha rappresentato la sua antitesi. Ricordando l’unica convinzione che hanno avuto in comune i due uomini che hanno governato l’Italia per quindici dei vent’anni che ci hanno portato dal ventesimo secolo in quello nuovo. È l’europeismo il tratto che ha legato Prodi e Berlusconi e questa condivisione diventa l’eredità vera che la loro generazione, con grande fatica ed enormi contraddizioni, ha lasciato a chi partendo da angoli politici diversi sta imparando a considerare l’Europa come condizione necessaria.

Il cavaliere e il professore. La Milano da bere che è stata smontata dai magistrati e dalla crisi prima di trovare identità nuove; e la Bologna della più antica università d’Europa, che è rimasta sempre simile a sé stessa. Mai Prodi ha inseguito (a differenza dei leader del centrosinistra che con il cavaliere mangiarono indigeste crostate) Berlusconi sul suo terreno. E, tuttavia, mai tra i due c’è stata la deriva verbale che ha bloccato, per due decenni decisivi, il Paese in un’interminabile guerra di trincea che ci ha fatto perdere tanto tempo. Ma, soprattutto, come ricorda Romano Prodi che della Commissione Europea fu Presidente nel massimo momento di espansione dell’Unione, anche Silvio Berlusconi era convinto che sia l’Europa il vincolo e, contemporaneamente, la risorsa dalla quale partire.

L’EURO fu la grande missione del primo governo di Romano Prodi; ma le prime banconote in Euro furono ritirate ai bancomat la mattina del primo gennaio del 2003, mentre Berlusconi presiedeva il più longevo dei governi della storia repubblicana. È vero che il capo di Forza Italia non fu mai entusiasta dell’unione monetaria; ma mai si fece promotore di un’azione politica per abbandonarla. E la Storia dovrà riconoscergli il senso di responsabilità di aver accettato, nel 2011, di essere sostituito da Mario Monti. Quella scelta fu l’inizio della fine della sua carriera politica e fu però necessaria per salvare l’Italia dalla tempesta degli spread.

Ma aldilà delle vicende di quel ventennio, che pure ha visto l’inizio di un declino mai più finito, va riconosciuto un risultato che peserà per molti anni. L’idea che senza l’Europa, l’Italia non ha futuro, è il vero valore aggiunto che Berlusconi – l’unico leader del centro destra che fa parte, con quello Popolare, del gruppo di partiti che hanno fatto l’Europa – lascia alla Meloni e a Salvini.

Questa è stata, perlatro, la grande notizia della conferenza sul futuro dell’Europa che si è tenuta la scorsa settimana a Siena e alla quale hanno partecipato tutti e cinque i grandi movimenti politici europei. Oggi tutti - i conservatori spagnoli di VOX, ma anche quelli polacchi di “Diritto e Giustizia” e i più pragmatici degli esponenti della Lega e l’intero M5S – sanno che nessuno dei grandi dossier – dalla difesa contro la Russia, alle politiche migratorie – si gestisce fuori dall’Europa.

Nei prossimi mesi, prima di elezioni politiche europee mai così importanti, si discuterà di quanto velocemente l’Europa faccia le sue transizioni ecologiche o di quante regole ci sia bisogno per governare il digitale. Ma nessuno (o quasi) mette in discussione l’Unione come condizione fragile ma irrinunciabile per navigare in un mondo che sarà totalmente diverso da quello che Berlusconi influenzò con tecnologie che non funzionano più.

È un cambiamento di linguaggio che finisce con il mettere in discussione, persino, quei punti geometrici che abbiamo chiamato Sinistra e Destra. Deve essere questo l’ultimo successo di un uomo eccezionale che ha accompagnato una trasformazione che è andata in una direzione contraria a quella che egli stesso immaginava.

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