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Conti, insidie e soluzioni: Il sentiero stretto della finanza pubblica italiana

Tra UE, NATO e PNRR, la via d’uscita è l’innovazione

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Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero

 

Il documento programmatico di finanza pubblica traccia, con la schiettezza che è il tratto distintivo del Ministro dell’Economia, i termini dell’equazione difficile che il governo dovrà gestire nei prossimi tre anni.

Bisognerà, infatti, rispondere a tre esigenze che sembrano tra di loro in conflitto: ridurre la spesa pubblica di un ulteriore 0,3% del PIL all’anno come già concordato con l’Unione Europea; rispettare gli accordi presi con la NATO che portano ad un incremento delle spese militari che vale circa lo 0,2% per ciascuno dei prossimi tre esercizi; e infine riuscirci senza erodere ulteriormente una crescita debole e la capacità di garantire servizi pubblici essenziali (a partire dalla sanità) in un quadro nel quale mancherà gradualmente il supporto straordinario del PNRR (che vale circa l’1% all’anno). Il governo deve riuscire a fare di più con una leva fiscale che si accorcia. Ed è questa necessità che può dare all’innovazione un significato finalmente concreto.

È un sentiero assai stretto quello che il ministro Giorgetti traccia nel documento che prepara il disegno di legge di bilancio che verrà presentato al Parlamento tra qualche settimana. La previsione sulla crescita dell’economia per l’anno in corso è stata leggermente ridimensionata (rispetto alla stima fatta dallo stesso Ministero nell’Aprile di quest’anno) allo 0,5%. È un valore che qualche tempo fa sarebbe stato al centro delle polemiche politiche. Anche perché continuiamo ad essere distanti dalla media dell’area EURO (1,2%) e, persino, dall’Italia traballante del periodo che precede la pandemia (nel periodo 2015 -2019 la crescita media dell’Italia fu dell’1%). E, tuttavia, ci conforta la stabilità; ci premia il confronto con le difficoltà della Francia e della Germania; e, dunque, gli investitori che hanno da allocare parte delle proprie risorse all’area Euro ci riconoscono una affidabilità superiore ai nostri partner. Tre nuvole si profilano però all’orizzonte di chi prova a guidare l’economia italiana.

Il primo è quello del “piano strutturale di rientro del debito pubblico nel medio periodo”: abbiamo promesso alla Commissione Europea di ridurre dello 0,3% del PIL, la spesa dello Stato ogni anno. Data la scarsa capacità di manovra sulle pensioni (il cui peso continua, inesorabilmente a crescer), nel documento del ministero ad essere contratti sono gli stipendi per i dipendenti pubblici e, ancora di più, gli investimenti pubblici. In secondo luogo, c’è l’accordo con la NATO: non passeremo all’improvviso dal 2% di spesa militare attuale al 3,5% richiesto, ma già nel 2028 dovremmo raggiungere il 2,5%: se la spesa aggiuntiva andasse, però, tutta a importazioni avremmo più debito e nessun ritorno. Infine, il PNRR: il suo impatto (molto poco discusso) è stato inferiore a quello promesso nel documento firmato da Draghi nell’Aprile 2021. Tuttavia, secondo i dati delle relazioni della Camera dei deputati esso ha immesso nell’economia italiana circa 20 miliardi all’anno negli ultimi tre anni (l’1% del PIL) che verranno, progressivamente a mancare a partire dal giugno del prossimo anno (data alla quale il PNRR deve essere chiuso). È vero, infine, che questo quadro può essere addolcito dal fatto che, a partire, dal 2027 diminuisce il peso della sciagurata operazione del 110%; ma tale buona notizia potrebbe essere compensata da quelle cattive relative all’effetto della guerra dei dazi.

È, dunque, problematico capire come evitare che la crescita tenue prevista per i prossimi tre anni, non venga ulteriormente ridotta dai tre vincoli. Se ciò succedesse, peraltro, si andrebbe a ridurre il denominatore dei rapporti che dividono il deficit e il debito per il PIL. Peggiorerebbe la crescita ma anche la “stabilità” che le agenzie di rating stanno, in questo momento, premiando.

L’unica possibile risposta sta nell’utilizzo delle tecnologie per rendere di più, spendendo di meno. Lo accenna il documento di programmazione stessa parlando di spesa militare. Puntare su tecnologie alla frontiera tra utilizzi civili e militari (come hanno fatto i cinesi che hanno conquistato la leadership sui droni partendo da applicazioni civili) potrebbe far bene sia al PIL che alla capacità di innovare servizi pubblici (ad esempio la mobilità nelle città). Anche la riduzione della spesa concordata con la Commissione Europea può, in alcuni casi, rendere più produttivo il Paese: abolire burocrazie ridondanti (il classico esempio è quello del pubblico registro automobilistico e dell’ACI) può liberare risorse.

È, infine, l’utilizzo intelligente della tecnologia che può qualificare la spesa delle risorse del PNRR che al giugno del 2026 saranno ancora non impiegate: vale, ad esempio, proprio per quelle che il Piano destinò alla salute. Il ministero della salute è, oggi, all’ultimo posto per risorse spese (18%): una riprogrammazione intelligente – in termini che vanno negoziati con la Commissione Europea – di quelle non spese in una digitalizzazione dei profili sanitari di ciascun cittadino, può rendere l’intero sistema meno costoso e molto più efficace. Per riuscire nell’impresa c’è bisogno di competenze che non troviamo nei modelli macroeconomici. Serve una valutazione efficace della spesa pubblica settore per settore e il documento di programmazione cita l’utile lavoro che, in questi mesi, sta portando avanti la Ragioneria generale dello Stato. Serve il coraggio di completare riforme che hanno la tendenza di rimanere sulla carta.

Bisogna, infine, dotarsi della capacità di utilizzare tecnologie che già ci sono per spostare l’intera economia italiana su una più elevata curva di produttività: questa missione deve guidare le banche pubbliche (ad esempio, Cassa Depositi e Prestiti) impegnate nello sviluppo di imprese innovative che facciano da volano a altre. Siamo eredi lontani di una civiltà che costruì la sua fortuna sulla costante applicazione dell’ingegno che è necessario per trasformare i problemi in opportunità. Nei numeri della finanza pubblica italiana ed europea c’è una sfida decisiva che si vince solo trovando soluzioni nuove.