Alimentare la crescita con un cambio di paradigma.
Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero e la prima pagina de Il Gazzettino del Nord Est
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“Il patto di stabilità è stupido. Ma necessario. Servirebbe uno strumento più intelligente, ma nessuno ha l’autorità per cambiarlo”.
È una delle citazioni più famose della recente storia europea, perché nell’ottobre del 2002, a pronunciare quelle parole, fu il Presidente di una Commissione Europea arrivata al suo apogeo. L’Unione Europea stava per celebrare il suo “allargamento” più imponente (portando i propri membri da quindici a venticinque) e la firma di una vera e propria costituzione a Roma; mentre, appunto, dodici dei propri Stati membri avevano rinunciato alle proprie monete nazionali per rendere irreversibile il processo sognato da tre esuli a Ventotene. Eppure fu proprio Romano Prodi a ricordare che quella costruzione era resa fragile da un patto che senza rinunciare ai riti dell’unanimità, non aveva alternative. Vent’anni dopo e dopo tre grandi crisi economiche e finanziarie, è arrivato il momento di completare un grande progetto. Anche perché l’autorità ce la fornisce la Storia arrivata ad un bivio decisivo.
La stupidità del patto adottato nel 1997 (e riformato nel 2005 e nel 2011) consisteva nel fatto che esso si era rilevato, paradossalmente, poco compatibile con entrambi gli obiettivi per quali era stato stipulato. Gli effetti sulla crescita di dover evitare come singolo Paese di superare un certo valore predefinito (3%) nel rapporto tra deficit pubblico e PIL, sono evidenti: negli anni “cattivi” di contrazione del PIL (cioè del denominatore del rapporto che, dunque, peggiora) il patto produce una pressione a diminuire la spesa pubblica e ciò può trasformare anche una recessione temporanea in una depressione di lunga durata; al contrario, negli anni “buoni”, un aumento del tasso di crescita diminuisce l’incentivo a ridurre debiti pregressi, proprio nel momento in cui se ne può tentare un rientro. Il risultato è quello sintetizzato dal grafico che accompagna l’articolo: nel 2019 - l’anno prima della pandemia e della sospensione del patto – 15 dei 19 Paesi EURO avevano peggiorato il rapporto tra debito pubblico e PIL rispetto momento in cui il patto entrò in vigore (2000) e più della metà non rispettavano l’obiettivo di dover progressivamente abbassare quel rapporto sotto il 60%.
Grafico - Rapporto Debito Pubblico su PIL (Paesi Zona Euro, %, 2000 e 2019)
Fonte: Vision su dati Eurostat
Il grafico presenta un’analisi che va ulteriormente affinata considerando che 8 dei 19 Paesi aderirono all’euro dopo il 2000 e che, comunque, l’effetto dell’adesione sulla finanza pubblica si dispiega anche prima dell’adozione della moneta unica essendo i parametri da rispettare come condizione per l’ammissione1. E, tuttavia, gli ordini di grandezza sono chiari: paradossalmente i dati EUROSTAT dicono che i nove Paesi dell’Unione che dalla zona euro erano rimasti fuori, avevano contenuto meglio la spesa pubblica.
Eppure, come notò lo stesso Prodi, di un patto l’euro aveva bisogno. L’esperimento mai tentato prima (e stroncato da tutti i premi Nobel per l’Economia – da Milton Friedman a Paul Krugman, anche se per ragioni opposte) di avere un’unica banca centrale per Paesi che conservano autonomia fiscale, è naturalmente poco stabile: forti sono le tentazioni del singolo governo di spendere (per conquistare consenso) creando sulla Banca comune la pressione a monetizzarne il debito e scaricandone il costo sui propri partner. Talmente forti sono queste pressioni che non ha torto Klaus Regling, l’amministratore delegato del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), quando, in una recente intervista, difende il patto che lui stesso negoziò per la Germania. Nel 2005 e nel 2011, i termini dell’accordo furono, in effetti, modificati, per renderli più stringenti e adattarli a ciascun Paese. Le regole sulla definizione degli obiettivi di stabilità sono però affidati ad un “codice di condotta”2 che usa algoritmi così complessi che il Ministero dell’Economia vi dedica articoli scientifici per interpretarlo3 .
Quale potrebbe essere allora un approccio strategico per trasformare quel patto – sospeso da un anno e mezzo e che sarà riattivato - in uno strumento più intelligente? Più capace di orientare governi verso una crescita che non scarichi oneri finanziari o ambientali sulle generazioni future? Più conoscibile dai cittadini che di un progetto di crescita devono far parte?
Un’idea potrebbe essere quella di rovesciare la logica del patto di stabilità e crescita: mentre quell’accordo prevede che gli Stati acquisiscano margini di flessibilità per rispondere a crisi economiche o per fare investimenti che non si ripetono nel tempo, una sua ristrutturazione potrebbe, al contrario, spostare a livello europeo la responsabilità di rispondere a improvvisi shock che investono l’intera Unione (come quello pandemico) e, progressivamente, anche quella di realizzare gli investimenti necessari per accrescere il potenziale di crescita di lungo periodo dei Paesi (ed, in particolar modo, quelli che sono più indietro).
In questa logica, si sposterebbe all’Unione non solo il finanziamento (come è successo con il dispositivo SURE finalizzato a ridurre gli effetti negativi dell’epidemia sul mercato del lavoro) ma la gestione di ammortizzatori in grado di raggiungere cittadini messi in difficoltà da una crisi improvvisa. Ma anche la responsabilità diretta di intervenire su infrastrutture fisiche (alta velocità, metropolitane) e digitali (la realizzazione dello stesso “cloud”) capaci di far crescere tutti di più e in maniera meno diseguale. Si tratterebbe di “rendere permanente il Next Generation EU” ma cambiandone modalità di gestione - sarebbe la Commissione a intervenire direttamente – e gli obiettivi. Un passo avanti verso l’integrazione che oggi si può osare. Accettando che una logica di questo genere può funzionare solo se accettiamo di cambiare l’organizzazione della Commissione, il suo budget, i meccanismi si decide e si risponde ai cittadini.
La visione è di tornare a quelli che furono i motivi che portarono alla geniale decisione di Delors di cercare l’integrazione politica partendo da quella monetaria: un’unione monetaria che non unisca le politiche fiscali non è sostenibile e, proprio per questo motivo, essa può sopravvivere solo se i governi cedano l’ultimo pezzo di potere (appunto quello delle tasse e della spesa pubblica) che ci separa dall’integrazione. Per farlo si potrebbe cominciare portando a livello europeo, la responsabilità di rispondere alle crisi e di guidare modernizzazioni che superano la capacità di Stati concepiti per un altro tempo.
[1] Vedi anche Mileusnic, Marin. "Steps towards a European Fiscal Union: Has the revised Stability and Growth Pact delivered so far?." Journal of Contemporary European Research 17.3 (2021): 409-430.
[2] Revised Specifications on the implementation of the Stability and Growth Pact and Guidelines on the format and content of Stability and Convergence Programmes (Code of Conduct of the Stability and Growth Pact) che è stato rivisto il 27 Maggio 2017 da ECOFIN
[3] Biraschi, Paolo, et al. "The new medium-term budgetary objectives and the problem of fiscal sustainability after the crisis." Government of the Italian Republic (Italy), Ministry of Economy and Finance, Department of the Treasury Working Paper 8 (2010).
