La guerra dei dati. Un cambiamento nella nostra strategia

Da una fase basa su "stare a casa" ad una fondata sui dati e sulla sperimentazione per costruire società più resistenti.

pc coronavirus

 

Link al paper di Vision.

Dobbiamo abituarci a considerare quella contro la PANDEMIA la prima guerra mondiale dell’era INTERNET e non è escluso che in questo momento non stiamo vincendo.

La strategia italiana è stata quella definita da quattro Decreti del Presidente del Consiglio (DPCM) di cui il Premier Giuseppe CONTE si è assunto – in maniera certamente chiara e coraggiosa – la responsabilità. E, tuttavia, dopo due settimane – come il PREMIER- aveva auspicato, bisogna farne un bilancio. Due settimane dopo il decreto (11 marzo) di chiusura sull’intero territorio nazionale (“lock-down”, successivamente rafforzato) qualche dubbio di efficacia viene nell’osservare il grafico che segue.

Grafico 1 – Nuovi contagi di COVID19 (In rosso i giorni di pubblicazione dei DPCM con misure restrittive. Le ultime tre hanno riguardato l’intero territorio nazionale)

trend positivi coronavirus

Fonte: Dipartimento Protezione Civile

 

La curva si concentra sui nuovi contagi [1] che dicono – meglio di qualsiasi altro numero – se l’epidemia sta aumentando o diminuendo la propria forza. In questo senso, il grafico sembra sollevare più di un dubbio sull’efficacia della strategia che stiamo seguendo.

Del virus sconosciuto sappiamo, infatti, quasi una cosa sola. Il periodo di incubazione prima del manifestarsi dei primi sintomi disegna una curva gaussiana la cui media è di 5,2 giorni. Pur essendo vero che c’è un ritardo tra l’insorgenza dei sintomi e la disponibilità di un tampone (alcune evidenze riferiscono di una settimana), è, dunque, probabile che tutti i casi nuovi contati negli ultimi tre giorni (siamo mediamente su valori medi che oscillano attorno ai 5,500) abbiano avuto inizio dopo la dichiarazione del regime di “lock-down”.

È vero che le chiusure sono state parziali e che ci sono infrazioni e, tuttavia, rimane fuori di dubbio che i Decreti abbiano cambiato l’Italia svuotandone le città e che i 1145 casi nuovi registrati, ad esempio, il 7 marzo (data ultima prima della prima estensione delle restrizioni all’intero territorio nazionale) erano riferibili ad un periodo nel quale gli spostamenti di cittadini italiani tra province erano tre volte maggiori di quelli dopo la chiusura [2]. E, tuttavia, anche se si coglie, persino, qualche miglioramento, i nuovi contagi contati il 26 marzo risultano quasi sei volte maggiori rispetto al 7 marzo [3].

Certo, il riflesso condizionato, comprensibile può essere quello di puntare con ancora più forza all’unica strategia che abbiamo, finora, utilizzato - la chiusura con norme omogenee sull’intero territorio: è la scelta del DPCM del 23 marzo fatta dal PREMIER.

Ma, probabilmente, bisogna attrezzarci ad una strategia diversa. Il Ministero dell’Innovazione sta cercando tecnologie; qualche Regione chiede molti più tamponi; altri politiche differenziate per età o per genere.

La proposta di VISION ha anticipato molte di queste idee (quasi sempre a metà) e, però, parte dall’idea di dover concepire una strategia politica che parta da un’intuizione precisa: quella di doverci abituare all’idea che stiamo affrontando un astutissimo nemico partorito dal ventunesimo secolo rispetto al quale nessuno (compreso gli esperti di altre epidemie) sa esattamente cosa fare; utilizziamo noi stessi, le nostre comunità per condurre la sperimentazione di strategie leggermente diverse tra di loro e individuare punti deboli del VIRUS; completiamo l’ultimo miglio dei cantieri interminabili dell’informatizzazione della PA e coinvolgiamo i cittadini per acquisire i dati necessari a capire quale strategia funziona meglio.

L ’approccio giusto è ispirato dagli esempi di ISRAELE e COREA DEL SUD, democrazie liberali abituate a combattere per la propria sopravvivenza e passa attraverso tre scelte.

La prima condizione è utilizzare l’emergenza per creare i presupposti – organizzativi e tecnologici - per un’unica centrale informativa nazionale in grado di confrontare dati comparabili (raccolti, cioè con gli stessi standard [4]) sull’impatto che il VIRUS sta avendo su tutto il territorio nazionale, in tempo reale, ASL per ASL, comune per comune.

Le cartelle cliniche, gli interventi in pronto soccorso, i numeri sui ricoverati a casa e in quarantena (attualmente raccolti presso i dipartimenti di prevenzione delle ASL e i medici generici), le storie individuali e gli stili di vita dei contagiati, devono alimentare in tempo reale un unico archivio nazionale e un fascicolo unico (antica chimera dell’informatica pubblica) per ciascuna persona.

Ciò comporta un progetto di riorganizzazione poderoso ma che il Commissario unico (INVITALIA) potrebbe avere l’occasione – storica – di completare in poche settimane.

Non meno importante è il ruolo dei cittadini a cui deve essere data la possibilità di cedere dati in cambio di sicurezza. In Corea del Sud e in Israele – e non solo in Cina – gli spostamenti di (quasi) tutti sono tracciati dai loro stessi telefoni cellulari. I parametri fondamentali di ogni cittadino sono rilevati a distanza e, immediatamente, se superano certe soglie, ricevono a domicilio il controllo con il tampone. Tutti quelli che sono passati accanto o hanno frequentato soggetti risultati positivi, ricevono attraverso il telefono un allarme.

Straordinaria è l’esperienza cinese con ALIBABA. Pochi lo sanno in Italia, ma nel giro di pochi mesi, utilizzando le informazioni di tutti hanno sviluppato il più straordinario manuale su cosa fare – prevenzione trattamento – per sconfiggere il mostro nato da un pipistrello: si tratta del manuale più avanzato che è attualmente a disposizione del mondo [5].

Esistono – ed è ovvio – problemi di PRIVACY e di sicurezza. E tuttavia, l’osservazione banale è che stiamo già rinunciando a diritti che sono, forse, ancora più elementari della protezione della riservatezza sui nostri spostamenti, visto che, in questo momento, gli spostamenti sono vietati. Peraltro, poi, questi dati sono già usati da decine di aziende private (da GOOGLE a UBER) e si tratterebbe solo di legalizzare, affidare a Stati (appunto democratici e, si spera, trasparenti) il loro utilizzo.

Una possibilità è, comunque, quella di lasciare ai cittadini la possibilità di aderire volontariamente al monitoraggio: l’idea di avere in cambio maggiore protezione poterebbe, probabilmente, molti ad accettare lo scambio.

Infine, se avessimo i numeri e la collaborazione di tutti, potremmo consentirci un ulteriore fondamentale evoluzione: sperimentare – magari qualche giorno dopo l’approvazione del DPCM che sarà varato domani e disporrà la chiusura di tutte le attività produttive non essenziali - approcci deliberatamente diversi nelle divere aree geografiche del Paese (tra le quali non ci si deve poter muovere), in maniera da riempire i buchi di conoscenza che la situazione nuova svela.

Il modello cinese di WUHAN prevede una forma di chiusura che non conosciamo: oltre che il blocco totale di tutte le attività industriali, persino quelle alimentari che creano ulteriori focolai. E, però, le altre province hanno aumentato la propria produzione di cibo e imballaggi. In alcune Regioni ormai isolate (Sardegna ?), con casi e con ritmi di incremento più bassi, si potrebbe provare a riaprire le scuole. In altre (Veneto?), ad utilizzare persone guarite per verificare se hanno sviluppato una immunità che le renderebbe preziose.

In un Paese realmente diviso in aree tra le quali non ci si può muovere, e finalmente capace di leggere grandi quantità di dati (BIG DATA) potremmo usare la diversità come strumento per ottenere conoscenza utile per abbreviare il conflitto.

Certo c’è da fare un grande sforzo di coordinamento e derogare a diritti che non avremmo mai pensato di mettere in discussione. Ma le democrazie sanno difendersi e non siamo già più in una situazione ordinaria. Sul piano economico l’idea potrebbe trasformare un enorme minaccia in una grande opportunità d modernizzazione, i cui risultati potrebbero essere evidenti dopo l’inevitabile crisi economica che taglierà di diversi punti la crescita economica di quest’anno.

Ma ancora di più la grande occasione è quella di concepire, finalmente, un modo di stare insieme all’altezza del ventunesimo secolo: di passare da una logica di “stare in casa” a quella della gestione del rischio; dall’approccio per “esperti” a quello che è necessario per affrontare la complessità che definisce il nostro tempo.

Il metodo scientifico – quello vero - dice che questa è forse l’unica possibilità di minimizzare ulteriori perdite e trasformare questa sciagura in un rafforzamento di società fragili.

 

[1] Gran parte del dibattito si concentra, per la verità, sull’aumento dei contagi attivi e dunque sullo stock che si ottiene sottraendo sul cumulo dei “nuovi contagi” i guariti e i deceduti. Questa misura fornisce un’indicazione di quanto vari il peso dell’epidemia sul sistema sanitario; i nuovi contagi misurano, però, la capacità di propagazione della malattia e, dunque, sono un indicatore di prestazione più diretto dell’efficacia delle politiche di prevenzione.

[2] ISI Foundation & ISI Global Science and Foundation; Mobility changes after COVID-19 lockdown: a first scientific assessment of the Italian Case. Link at https://www.isi.it/en/news-events/mobility-changes-after-covid-19-lockdown-a-first-scientific-assessment-of-the-italian-case-

[3] Non meno preoccupante è il dato sui morti – 4,825, secondo il bollettino del Dipartimento Protezione Civile del 21 Marzo 2020 – che fanno dell’Italia il Paese più colpito del Mondo. E che mostra un tasso di letalità che potrebbe essere esagerato dalla carenza di tamponi (l’argomento è che ci sono molti più contagi non registrati e che, dunque, essi abbasserebbero l’incidenza dei decessi) e che, tuttavia, rimane alto se consideriamo il rapporto (1,25) tra guariti (6072) e morti (4,825) rispetto alla media mondiale (per ogni decesso ci sono 8,1 guariti).

[4] Questo è il problema grosso dei rapporti che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ed è il buco più imbarazzante che l’Unione Europea non riesce a colmare. Vero è che però l’OMS non ha poteri per imporre standard agli Stati membri e che la sanità non è competenza dell’UNIONE

[5] HANDBOOK OF COVID 19 PREVENTION AND TREATMENT, ALIBABA GROUP, https://video-intl.alicdn.com/Handbook%20of%20COVID-19%20Prevention%20and%20Treatment.pdf?spm=a3c0i.14138300.8102420620.download.6df3647fWQPl4z&file=Handbook%20of%20COVID-19%20Prevention%20and%20Treatment.pdf

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