Erasmus e Servizio Civile Obbligatorio: una proposta per la von der Leyen

Editoriale di Francesco Grillo per il Corriere della Sera.

“Si è fatta l’Europa, ma purtroppo non si sono fatti gli europei”. Può essere utile la parafrasi del bilancio che Massimo D’Azeglio – centocinquanta anni fa - dedicava al progetto di costruire l’Italia, per raccogliere il senso della svolta di cui ha bisogno, oggi, l’Europa. Per completare l’integrazione europea non servono nuovi trattati, ma azioni che, deliberatamente, si pongano l’obiettivo di far crescere opinioni pubbliche che si sentano europee. La proposta che può diventare il segnale del cambio di passo che la nuova Presidente della Commissione VON DER LEYEN deve trovare in tempi brevi, è quella di rendere gratuito ed obbligatorio un semestre di studi in un altro Paese europeo sia per gli studenti della scuola superiore, che per completare il ciclo di studi universitari. Un ERASMUS per tutti al quale si potrebbe affiancare un servizio civile europeo per proporre un’idea di cittadinanza forte ed all’altezza di un secolo nuovo.

Certo, molto diverse sono le prospettive e la natura del processo di integrazione europea rispetto a quelle di uno Stato Unitario al quale il senatore D’Azeglio dedicava la sua passione civile. Eppure, anche oggi, proprio come fu all’inizio della storia italiana, è nei doveri di comunità ai quali devono essere collegati i diritti da individui, che l’Europa può trovare quel demos che le manca.

Oggi, le persone, soprattutto giovani, fanno parte dello stesso sistema informativo, condividono esperienze e passioni. E, tuttavia, anche tra gli adolescenti, in media 9 dei 10 amici con i quali maggiormente si interagisce attraverso INSTAGRAM sono della propria nazionalità; secondo l’EUROBAROMETRO, la metà degli Europei (e due terzi degli italiani) non è in grado di tenere una conversazione in una lingua diversa da quella madre; e sono solo 5 su 750 gli Europarlamentari che sono stati eletti in un Paese diverso da quello nel quale sono nati. In definitiva è, ancora, esclusivamente al proprio Stato che si fa riferimento per definire la propria comunità e sono solo nazionali – anche tra gli individui che vivono di globalizzazione - i dibattiti sui problemi da risolvere.

 

Erasmus

È evidente come questo sia l’elemento di maggiore debolezza dell’Europa che siamo riusciti finora a costruire. Con un processo di integrazione che partendo, dalla fine - un’unica moneta, un mercato comune ed un’area di libera circolazione delle persone, scommetteva, come racconta DELORS, sull’inevitabilità del suo completamento politico a ritroso. Quello schema ha esaurito la propria spinta propulsiva. Possiamo discutere nuove integrazioni ma l’esercizio è sterile se non aggiungiamo alle istituzioni un popolo pronto a ridiscuterne il futuro.

La Commissione Europea ha, in effetti, proposto di quasi raddoppiare i fondi destinati ad ERASMUS. A mio avviso, rispetto alla necessità assoluta di cambiare marcia, non è, però, sufficiente l’aumento (da 18 a 30 miliardi di EURO in sette anni che è meno del 3% del budget della commissione) e, soprattutto, non è adeguata l’ambizione. Per renderlo accessibile a tutti gli studenti universitari e a tutti quelli che frequentano la scuola superiore serve un impegno finanziario importante e che può, però, essere coperto, secondo la stima del THINK tank italiano VISION, riallocandovi un quarto delle risorse oggi dedicate alle politiche agricole comuni. Oppure lanciando, in alternativa, una campagna di finanziamento minuto (CROWD FUNDING) che avrebbe il merito di cominciare a rendere la Commissione autonoma dagli Stati che ne condizionano l’efficacia.

Aver studiato all’estero dovrebbe, però, essere non solo gratuito, ma anche un dovere, così come è previsto in tutti gli Stati moderni che prevedono la scuola dell’obbligo. Una delle cause della crisi dell’Occidente è che abbiamo troppo parlato di diritti, dimenticando che essi hanno senso solo se accompagnati dall’assunzione di responsabilità. È nell’interesse di chi si sta preparando per affrontare un mondo che continuerà ad essere globalizzato, studiare fuori dal proprio Paese; ma è anche vitale per quel Paese poter contare su cittadini abituati a non osservarsi l’ombelico.

Coerente con l’idea dell’ERASMUS obbligatorio potrebbe essere, poi, quella di introdurre un servizio civile che, come in Svizzera, impegni tutti e dia a tutti, periodicamente, la possibilità di fare esperienza della solidarietà verso chi è in condizione di disagio.

All’idea di una cittadinanza sovranazionale fatta di diritti e doveri, consegue, anzi, un’idea nuova di identità di cui l’Europa può essere il laboratorio. Litighiamo da anni se la nazionalità debba essere legata al luogo dove si nasce (come vorrebbe chi vuole una società aperta) o a quello dove sono nati i propri genitori (come auspica chi ci crede di meno). È venuto il momento, forse, di superare un dibattito da ventesimo secolo e usare la dimensione europea per introdurre l’idea nuova di cittadinanze che possono essere multiple e che –appunto - si acquisiscono accettandone la responsabilità.

Ricostruire comunità su basi transnazionali: può essere in fondo questa la ricetta – concreta - di cui l’Europa ha bisogno prima di avventurarsi in nuove difficili integrazioni. Nonché la missione che all’Europa può dare un senso all’altezza di modernità che sembrano aver disintegrato qualsiasi legame.

 

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