Duello Trump-Ue/ La vera partita di potere all’ombra della web tax

Non è solo una rivoluzione industriale quella che stiamo vivendo. La mutazione innescata da Internet sta, infatti, producendo soprattutto un'enorme riallocazione di informazione e, dunque, di potere.

articolo di Francesco Grillo per Il Messaggero

web tax

Cambierà la forma dello Stato; si mette in discussione la capacità degli Stati, persino, di tassare e di finanziare la propria stessa esistenza. Quella del ventunesimo secolo è una sfida per la sopravvivenza di uno “stile di vita” che riguarda soprattutto i Paesi europei ed è quella che – più di qualsiasi altra battaglia – può ridare legittimità ad un’Unione stanca.

È questa la vera partita che si gioca sul terreno scivoloso della tassazione dei giganti di Internet.

Una partita che un’Unione Europea divisa affronta competendo con aziende che stanno, letteralmente, fabbricando il futuro,

ma anche confrontandosi con un’amministrazione americana che utilizza armi che erano, fino a qualche anno fa, considerate inammissibili in un mondo dominato dall’egemonia culturale della globalizzazione.

Sono, indubbiamente, cifre rilevanti quelle che il Fisco dei Paesi europei rischia di perdere grazie alla virtualizzazione di un’economia dominata dagli americani e dai cinesi. Nell’ultimo anno Facebook, ad esempio, ha fatturato in Europa circa 16 miliardi di dollari (quasi tutti per pubblicità).

Una cifra che è circa un quarto di quello che l’impresa di Menlo Park vende a livello globale. E, tuttavia, attribuendo i propri ricavi, quasi per intero, alla propria sede in Irlanda, laddove a Dublino la tassazione sulle imprese è più bassa che negli altri Paesi europei, riesce ad ottenere un forte abbattimento delle imposte pagate sui profitti. Bruno Le Maire, il ministro dell’Economia francese, calcola che l’ipotesi di tassare i giganti di Internet non più sulla base delle cifre riportate nei bilanci ma applicando un’aliquota del 3% sui servizi materialmente venduti in Francia, potrebbe generare un gettito aggiuntivo di circa 500 milioni di euro all’anno. Non molto diverse sono le stime che hanno convinto il governo italiano a inserire nell’ultima finanziaria una norma, e persino, quello inglese a intraprendere un tentativo simile.

E, tuttavia, rimangono sulla strada della Web Tax almeno due grossi problemi. Per i quali si intravedono una sola soluzione che ha, però, il difetto ed il pregio di essere ambiziosa.La prima difficoltà è, apparentemente, tecnica e ha a che fare con le metriche stesse che usa l’economia completamente nuova che Internet sta imponendo. Come può un sistema fiscale attribuire ad uno specifico luogo e, dunque, ad uno Stato, la vendita di un servizio che è, per sua natura, non fisico? E come faccio a definire un’impresa che è Internet, a scrivere una legge che è, oggettivamente, pensata avendo in mente Facebook, Google e Amazon evitando di citarne i nomi (circostanza questa che renderebbe il provvedimento legislativo illegittimo)? Come faccio, cioè, a governare un fenomeno completamente nuovo con strumenti – leggi, agenzie delle entrate, finanziarie - concepiti per un secolo che è finito vent’anni fa? I legislatori francesi, italiani, inglesi stanno provando a concepire rimedi al problema che mischiano strumenti vecchi e nuovi, e, tuttavia, il rischio di rispondere alla mutazione con dosi ulteriori di incertezza esiste.

Il secondo ostacolo alla Web Tax è più recente e si chiama Trump. L’alleanza tra i giganti della Silicon Valley e il presidente americano è, in effetti, un ulteriore paradosso. I creatori di una modernità potente e inquietante, si alleano all’interprete più efficace di un pezzo di umanità che dalla globalizzazione sembra spaventata. La combinazione tra vecchio e nuovo può essere, però, micidiale per l’Europa e, in particolar modo, per l’Italia. La metà dei 60 miliardi di euro di avanzo commerciale che costituiscono una delle pochissime voci positive del bilancio del Paese Italia, corrispondono al deficit speculare degli Stati Uniti: se Trump applicasse i dazi del 100% che ha evocato, sul vino italiano, il danno sarebbe assai superiore alle entrate aggiuntive che la Web Tax porterebbe all’Agenzia delle entrate.

C’è solo una possibilità per provare – sul serio - a vincere: ritrovare sul terreno della sfida per il ventunesimo secolo, un’Europa che – su altri fronti più tradizionali – sembra scomparsa.

È solo a livello europeo che si può trovare la forza negoziale per resistere alla abilità di Trump e alla forza di imprese che valgono – ciascuna – più di mille miliardi di dollari. È solo su scala continentale che è praticabile una soluzione che attribuisca – direttamente alla Commissione – una tassa che si applichi a livello continentale. È solo l’Europa che può, più in generale, proteggere la proprietà intellettuale - ad esempio degli editori, ma anche dei cittadini - e l’incentivo a continuare ad esercitare creatività. Solo europea può essere la scala delle piattaforme che, finora, non abbiamo saputo sviluppare per pigrizia. La battaglia del fisco digitale è il nome – forse sbagliato – di una vicenda molto più ampia: l’unica che può ridare un senso ad una società e di istituzioni che si sono ammalate di eccessive sicurezze.

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