L'Unione, lo stallo e il suo futuro

L'Erasmus è un punto di partenza per rilanciare l'Europa

immagine erasmus

Il progetto della realizzazione dell’Unione Politica europea è stato caratterizzato da un approccio tecnico-funzionale. Si è passati dalla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1952), attraverso la Comunità Economica Europea e la Comunità europea dell’energia nucleare (1957), il trattato di Maastricht (1992) fino ad arrivare al trattato di Lisbona (2007) con cui è nata la vera e propria Unione Europea.

Tutti questi passaggi vanno ad ampliare quelle che sono le aree di attività dell’Unione, ma sempre con un comune denominatore: dovevano essere elementi fortemente tecnici e riguardanti ambiti prevalentemente economici. La politica ha avuto poco a che fare con questo processo di integrazione, se non in maniera laterale e per ragioni di potere.

Ciò è dovuto a numerose ragioni le quali, tuttavia, possono essere ricondotte in una sostanziale sfiducia delle élite politiche nei confronti della popolazione: l’idea era che l’Europa fosse una cosa troppo complicata per essere spiegata, che i cittadini europei si sentissero troppo poco europei per approvarla fino in fondo, che era meglio crescere in maniera “incrementale” e senza fare troppo clamore. Tuttavia, questo schema ha oggi terminato la propria forza propulsiva e, anche a causa delle conseguenze della crisi finanziaria del decennio scorso, sono venute a galla le contraddizioni di un’unione caratterizzata da un mercato comune, libera circolazione di merci e lavoratori, perfino una moneta unica, ma senza il coinvolgimento e la totale legittimazione democratica da parte dei cittadini.

Questo appare paradossale da dire solo tre settimane dopo l’elezione dei rappresentati del Parlamento Europeo, ma appare sempre più vero analizzando l’assetto istituzionale dell’Unione Europea, ancora dominato da organismi intergovernativi (Consiglio Europeo), interministeriali (Consiglio dell´Unione europea) o composti da personalità indipendenti scelte dagli Stati (Commissione Europea).

È necessario, quindi, per dare un presente ed un futuro allo sviluppo politico dell’Unione europea, ripartire dai cittadini, questi grandi esclusi dal processo decisionale d’integrazione. Questo è ancora il momento per poterlo fare: il 62% dei cittadini europei ritiene un fatto positivo l’appartenenza del proprio Paese all’Unione (dato più alto dai tempi della caduta del Muro di Berlino e dal Trattato di Maastricht), mentre il 68% ritiene che il proprio Paese abbia tratto dei vantaggi dall’appartenenza all’UE (risultato più alto mai registrato dal 1983) [1]. Tuttavia, accanto a questi dati positivi, vi è anche la consapevolezza che solo il 48% dei cittadini europei ritenga la propria voce rilevante a livello comunitario[2].

Questi elementi ci fanno capire come, mentre esiste una sostanziale fiducia nel progetto europeo, è evidente anche la consapevolezza della sua scarsa democraticità.

Qualora la costruzione di un’Europa politica sia considerata ancora un valore ed un obiettivo desiderabile, è proprio da questo punto che è necessario trovare le energie per poter far ripartire l’integrazione.

ERASMUS OBBLIGATORIO

Non vi può essere una struttura democratica reale senza che vi sia un autentico senso di appartenenza alla stessa. Se infatti, seguendo i parametri visti sopra, si fonda l’appoggio popolare sui semplici elementi dell’utilità e del vantaggio, questi possono velocemente venir meno.

Risulta fondamentale, quindi, costruire il progetto di un’Unione politica democratica sul senso di appartenenza dei cittadini all’Unione stessa. Bisogna “fare” gli europei.

Un modo per poter realizzare ciò coinvolge l’educazione delle nuove generazioni. È necessario farli uscire dalla propria comfort zone fatta dagli amici di quartiere con i quali si condivide sempre gli stessi posti, la stessa lingua, lo stesso orizzonte fisico di vita vissuta, facendoli entrare in contatto con coetanei di altri Paesi. Attraverso ciò si intende allargare la prospettiva di ciò che si considera casa, facendola passare dai posti in cui si è nati e vissuti a quella che chiamiamo Europa. Tutta Europa deve diventare “casa” per le prossime generazioni.

Come? Facendo far trascorre, obbligatoriamente e gratuitamente, un periodo di 6 mesi di studio o formazione all’estero a tutti gli studenti delle scuole superiori e universitari.

Il contatto con ragazzi della stessa età in altri Paesi genererà automaticamente la creazione di una serie di legami, personali e professionali, in grado di allargare l’universo all’interno del quale i singoli individui si muovono.

Carattere fondamentale di questa proposta, nonché conditio sine qua non della sua riuscita, è il fatto di essere obbligatoria. Da ciò, per permettere a tutti di poter realizzare questo tipo di esperienza, deriva la necessità della gratuità della stessa. O in altri termini, dovendo essere gratuito per gli studenti, quindi dovrebbe essere finanziato direttamente dall’Unione Europea.

In termini generali, l’Erasmus obbligatorio dovrebbe coinvolgere annualmente, dando per scontato che scuola superiore e università durino entrambi 5 anni, il 20% del totale studenti a livello europeo.

Prendendo in considerazione l’anno 2017 abbiamo il seguente numero di studenti

  • Studenti scuole superiori: 21.989.900 [3], di cui 4.397.980 da far partecipare all’Erasmus.
  • Studenti università: 18.835.100[4], di cui 3.767.020,00 da far partecipare all’Erasmus.
  • Quindi il numero totale di studenti da coinvolgere in questo progetto sarebbe annualmente 8.165.000.

Sempre nell’anno 2017, l’Unione Europea ha speso per KA1 (Mobilità per l’apprendimento) ed Erasmus Mundus, un totale di € 1.550.140.000,00, supportando la mobilità di 796.885[5] persone. La spesa media per ciascuna era dunque pari a € 1.945,25.

Dovendo allargare il contributo a tutti i partecipanti, si arriverebbe ad un costo annuale per l’Unione europea di € 15.882.960.653,04, che nel settennato che definisce l’orizzonte temporale del budget dell’Unione sarebbe pari a € 111.180.724.571,30. Questo valore rappresenta il 26% di quanto è stato stanziato per le “Sustainable Growth: natural resources” (voce che include in gran parte le politiche agricole) nel settennato 2014-2020 (€ 420.034 milioni).

Questo ci dà una prima prospettiva di quanto, rispetto al bilancio totale dell’Unione Europea, peserebbe un progetto fondamentale per la costituzione della cittadinanza europea.

È ragionevole pensare come il contributo di € 1.945,25 non sia sufficiente per poter garantire ad un soggetto di vivere all’estero per 6 mesi, tuttavia rappresenta un punto di partenza per poter cominciare ad esprimere le dovute valutazioni riguardanti la fattibilità economica di questo progetto fondamentale.

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[1] Eurobarometro, 2018

[2] Ibid.

[3] Eurostat.

[4] Ibid.

[5] Erasmus+ Programme – Annual Report 2017.

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