Il COVID come il chiavistello di una nuova Europa

Il blocco temporaneo della produzione dovuto al COVID19- in paesi come l’Italia- non può essere risolto con la sola politica monetaria. 

 Articolo di Marco Fortuna

monetary

 

L’ex Presidente della BCE Mario Draghi ha esortato a gran voce le Istituzioni europee di utilizzare strumenti non convenzionali per la gestione di questa crisi asimmetrica.[1] Se da un lato la BCE, con a capo la Presidente Christine Lagarde, ha intrapreso una nuova politica monetaria espansiva,[2] dall’altro -secondo Draghi- i Governi non hanno fatto abbastanza. I paragoni con la crisi mondiale del 2009 non reggono e dunque non possono essere utilizzati nemmeno gli stessi strumenti. La Crisi del 2009 era una crisi ciclica degli USA diventata sistemica a causa di inefficienze e mancanza di controlli adeguati all’interno del sistema finanziario.

La crisi che stiamo vivendo in questi giorni, come ha sottolineato lo stesso Draghi, è sostanzialmente una crisi di tipo non ciclico causata da uno shock esogeno.

Il blocco temporaneo della produzione dovuto al COVID19- in paesi come l’Italia- non può essere risolto con la sola politica monetaria. Poiché le politiche monetarie agiscono principalmente sul sistema creditizio, e dunque aumentano liquidità delle banche favorendo prestiti alle imprese a bassi interessi. Infatti, ad oggi, le politiche monetarie hanno garantito un rifinanziamento dei debiti pubblici a bassi interessi. In questo scenario invece, oltre al problema puro di cassa, gli Stati e le aziende si ritrovano con un problema a livello industriale. Il blocco delle attività industriali comporta una diminuzione non proporzionale dell’offerta nel mercato dei beni e servizi, che si aggiunge alla diminuzione della domanda stessa. In condizioni di normalità, le istituzioni lavorano su due fronti per combattere le depressioni a livello economico: politiche monetarie e fiscali. L’Unione Europea fino ad ora ha utilizzato solo uno dei due strumenti, che - ahimè - non ha avuto gli effetti sperati sull’economia reale di tutte le nazioni.


Il messaggio di Draghi, rivolto alle Istituzioni europee prima ed agli Stati membri poi, è di fatto un nuovo “Whatever It Takes”. Tuttavia, l’ex presidente della BCE sottolinea come per uscire vincenti da questa crisi serva un approccio interventista a livello centralizzato. La storia recente dà ragione a Draghi; infatti, nell’ultima crisi finanziaria (2009), abbiamo avuto l’occasione di vedere le funzionalità di un approccio interventista a livello centrale e quello di un approccio decentralizzato. Gli Stati Uniti concludono gli interventi per stabilizzare l’economia post crisi nel 2014, dopo aver immesso nel mercato più di 7 mila miliardi di dollari di debito pubblico [3] ed aver concluso 3 ondate di QE di circa 4 bilioni di dollari.[4] Nel vecchio continente, invece, i primi interventi a livello centrale furono presi da Draghi nel 2015, 4 anni dopo l’inizio della crisi del debito pubblico dei PIIGS del 2011.[5] La decentralizzazione delle politiche fiscali europee ha contribuito all’ aumento del debito pubblico degli Stati membri che, costretti a mantenere fede ai trattati Europei, hanno subito un ulteriore depressione economica. Infatti, sebbene trainata dagli Stati più “virtuosi”, l’UE nel 2020, è ancora sostenuta dai 240 miliardi di euro del piano APP (Asset Purchase Program) di QE partiti nel 2015 (20 miliardi di euro al mese ufficializzati nella Strategic Review di gennaio). L’Unione Europea, così come è strutturata, ha dimostrato di non essere pronta a fronteggiare una simile crisi di livello mondiale. I limiti imposti alla BCE (target unico di inflazione controllata), che rientrano nella sfera monetaria, si sono dimostrati inefficaci per tempistiche e scopi se paragonati all’operato della FED, che ha target sia monetari che reali (Inflazione controllata e raggiungimento del tasso di disoccupazione naturale).[6]

 

Fig.1: GDP VS DEFICIT, ITALY

grafico marco

 

Figura 1. Crescita del PIL Italiano contrapposto al rapporto Deficit/PIL nel periodo 2009 - 2018. Sebbene l'Italia sia stata più virtuosa rispetto ad altri stati come Francia e Spagna, l'imposizione di questo vincolo (deficit/PIL inferiore al 3%) ne ha rallentato la crescita post crisi. Dati EUROSTAT

 

L’utilizzo di strumenti monetari ha un effetto diretto sul mercato, gestendo i flussi di moneta in circolazione e limitando le fluttuazioni dell’EURIBOR. Bassi tassi d’interesse permettono prestiti convenienti per le imprese. Tuttavia, la crisi degli NPL ha avuto effetti negativi per il funzionamento dello strumento in alcuni Stati. Le strette sui prestiti alle imprese non hanno permesso di utilizzare a pieno il beneficio dei bassi tassi d’interesse e dunque non hanno permesso lo sviluppo atteso dell’economia reale. Allo stesso tempo le politiche di austerità attuate hanno di fatto rallentato la crescita economica di stati con un alto debito pubblico. Sebbene il concetto di una politica austera rientri in una logica di imposizione di disciplina di bilancio nei i paesi con un debito/PIL elevato, la strategia Europea adottata nel passato è controproducente in periodi di crisi. La diminuzione della spesa pubblica comporta una contrazione del PIL con un conseguente effetto moltiplicativo sui consumi e gettito fiscale statale
 
(PIL = Consumi + Investimenti + Spesa Pubblica + Esportazioni Nette)
 
 Questa politica è efficace solo nel caso in cui il PIL diminuisca in percentuale minore rispetto al debito. In altre parole, un intervento imminente a livello comunitario è necessario per fronteggiare la crisi ed uscirne in tempi brevi. Ripetere gli errori del passato è fuori luogo e rischioso per l’unità dell’Europa stessa.
La BCE ha già proposto il PEPP, il piano di acquisto di debito pubblico incondizionato da 750 miliardi di euro, mettendo a disposizione tutte le risorse stabilite dal TFUE ed andando oltre i limiti convenzionali di acquisto del debito.[7] Un ulteriore strumento non convenzionale – last resort – è la monetizzazione del debito pubblico, che tuttavia richiederebbe l’abrogazione dell’articolo 123 del TFUE. 
 
Occorre dunque una decisione tempestiva da parte dei politici europei per un altro tipo di intervento, un utilizzo di strumenti volti a strutturare una strategia di recupero ad un livello centralizzato.
 
Tra le varie proposte di intervento nell’economia reale, ritroviamo la diatriba tra utilizzo del MES e/o emissione di bond garantiti dai paesi membri dell’Unione.
 
MES o European Recovery Bonds?
 
MES ed ERB sono due strumenti simili per fine, ma diversi per utilizzo e caratteristiche. Il primo, è una forma creditizia da parte degli stati membri ad uno o più paesi in difficoltà, già in parte finanziato dai paesi dell’Unione in base al loro PIL. Il secondo, strumento non ancora esistente, sarebbe emesso da un governo centrale, finanziato dai mercati e garantito dall’emittente. Occorre sottolineare che entrambi gli strumenti hanno dei pro e contro da considerare prima di un effettivo utilizzo.
Il MES è uno strumento già utilizzabile, con un fondo da massimo 700 mrd di euro finanziabili tramite emissione di bond nei mercati.[8] Sebbene importo significativamente elevato, si parla di un intervento di entità minore del 50% rispetto a quello americano, economia che per storia è simile a quella Europea. Inoltre, le clausole per l’attivazione del MES, attivabile per crisi finanziarie per singoli stati e non per crisi reali della comunità, sono molto restringenti e fanno a capo ad un ente intergovernativo non europeo. Giovedì 9 aprile l’Eurogruppo ha deciso di attivare una serie di garanzie per una copertura massima di mille miliardi di euro suddivisi tra MES, BEI ed il fondo SURE. Inoltre, l’Eurogruppo ha proposta la modifica al MES per quanto riguarda l’azionabilità delle garanzie; quest’ultime verrebbero attivate se uno stato richiedesse i finanziamenti per uscire dalla crisi economica, ma sarebbero esentati per investimenti sul fronte sanitario. Sebbene sia importante ricordare come, in un periodo come questo la tempestività dell’azione sia essenziale, gli strumenti messi a disposizione potrebbero non essere sufficienti ad affrontare la crisi comunitaria. Gli stati membri sono ad oggi troppo concentrati su strategie politiche interne e mancano di una visione Europea. Le garanzie e gli aiuti Europei sono utili per tamponare la crisi sanitaria, ma strategicamente insufficienti per incanalare le risorse necessarie per una nuova Europa. 
 
L’idea degli European Recovery Bond, o più comunemente Eurobond, è quella di affidare ad uno strumento comunitario, direttamente controllato dalla Commissione Europea, l’azione immediata e centralizzata necessaria per fronteggiare il “Recovery” o fase due di una crisi di queste dimensioni. In una visione utopistica, se presi in considerazione i toni delle discussioni europee di questi giorni, questa crisi potrebbe essere la chiavi di volta di una nuova Europa. La Commissione europea, organo ad oggi più vicino ad un esecutivo, dovrebbe utilizzare questo periodo per fare un passo in avanti verso un governo esecutivo comunitario che abbia come obiettivi comuni il raggiungimento di target legati a temi di welfare economico e, sottolineo, sociale. Le garanzie di questi ultimi giorni, se sfruttate a dovere, permettono di prendere tempo per strutturare una proposta solida. L’idea dell’utilizzo di Eurobond per fronteggiare la crisi sanitaria era utopistica visto che sono prodotti da creare ex-novo e che, di fatto, avrebbero limitato l’azione immediata per garantire risorse sanitarie necessarie per garantire un graduale ritorno alla normalità. 
In una visione strategica di medio lungo periodo, gli Eurobond centralizzati sono la soluzione per evitare di esporre gli stati membri ad una depressione dell’economia reale e speculazioni finanziarie nei mercati. Infatti, la creazione di debito a livello regionale aumenterebbe l’effetto leva sugli stati, rischiando di esporli ad un aumento dei tassi d’interesse ed indebolendoli ulteriormente. L’utilizzo di uno strumento di raccolta di capitali comune permetterebbe di spostare il peso del debito pubblico odierno degli stati membri di almeno 5 anni, permettendo a questi di ridare lo slancio economico necessario per far ripartire l’economia nel breve termine (1-3 anni), utilizzando i fondi per riforme strutturali nel medio-termine (3-6), con l’obiettivo di risanare le finanze dei paesi più deboli permettendo il ripagamento del debito contratto dalla commissione nel lungo termine tramite un attento piano di recupero finalizzato a target di coesione fiscale, sociale e monetaria di livello Europeo da parte dei paesi membri dell’Unione. 
Note:
[1] Financial Times: “Draghi: we face a war against coronavirus and must mobilise accordingly”
 
[2] ECB Press Release: “ECB announces €750 billion Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP)”
 
[3] FRED Saint Louis Data on Public Federal Debt 2009-2014
 
[4] FRED Saint Louis Data on FED Total Assets 2009-2014
 
[5] Portugal, Ireland, Italy, Greece, Spain
 
[6] FAQs federalreserve.gov
 
[7] Il Sole 24 Ore: “Bce, acquisti senza limiti: Qe con il turbo contro la pandemia”
 
[8] Il Sole 24 Ore: “MES, cos’è e come funziona il Fondo salva Stati”

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