Supporto alla Formazione 4.0: un’occasione per riparlare di produttività e competitività

Articolo di Silvia Castellazzi

 

Il biennio 2017 e 2018 ha visto in Italia l’avvio e lo sviluppo di successo del Piano nazionale Industria 4.0, pensato per rilanciare i comparti industriali del Paese attraverso le opportunità di quella che è stata denominata la Quarta Rivoluzione industriale (trainata da digitalizzazione, Internet of Things, sensoristica). Con una regia pubblico-privata che ha coinvolto molteplici Ministeri, Politecnici, Centri di ricerca e rappresentanti del mondo del lavoro e datoriale, il Piano è – a detta di chi ha avuto un ruolo importante nella sua progettazione e supervisione, quale ad esempio il gruppo Manufacturing del Politecnico di Milano (link) – un successo: un successo in termini di adesioni, di investimenti, di rilancio e di nuove prospettive e consapevolezza tra gli imprenditori e i manager. Il Piano prevede diverse misure – innanzitutto un importante supporto agli investimenti in macchinari tramite i cosiddetti Iperammortamento e Superammortamento. Congiuntamente a tale supporto, è prevista una misura di credito di imposta applicata agli investimenti in formazione – in particolare, in quella che si potrebbe chiamare Formazione 4.0, dedicata cioé a sviluppare le competenze dei lavoratori nella gestione e nella creazione di valore attraverso nuovi macchinari e processi 4.0. Nelle concitate giornate e settimane di discussione della manovra, la proroga sul 2019 del credito di imposta per la Formazione 4.0 è stata a lungo in forse, sollevando malumori da più parti del mondo produttivo che auspicavano invece il prolungamento di una misura attesa e ritenuta importante per il rilancio produttivo. La discussione avvenuta su questo tema, con importanti prese di posizione anche dal lato datoriale in merito al valore di continuare a investire e a dare segnali sull’Industria e sulla Formazione 4.0, permette di riflettere su due importanti temi. Innanzitutto, permette di ricordare quanto la combinazione nuovi macchinari e nuove competenze sia cruciale, in questo momento, per un Paese dell’Eurozona – l’Italia, l’unico insieme a Grecia e Lussemburgo – che ancora non ha recuperato, in termini reali, il valore di produttività del lavoro per persona occupata che aveva prima della crisi del 2008 (dati Eurostat). Guardando inoltre a dati OCSE sulla produttività per ora lavorata si vede come in Italia, insieme ad altri Paesi quali la Gran Bretagna, la Grecia, l’Ungheria, la crescita di tale valore negli ultimi anni abbia addirittura un segno meno davanti – la produttività per ora lavorata decresce. Economie quali quella tedesca (ça va sans dire), ma anche quella spagnola, turca e polacca, viaggiano a tassi di crescita positiva e superano la media dei paesi OCSE (fonte). La produttività è un proxy importante della competitività di un sistema. In questo senso, investimenti nei macchinari e investimenti nella formazione vanno di pari passo affinché le persone possano trarre valore da tali nuove tecnologie e, attraverso anche nuove forme di organizzazione del lavoro, aumentare l’output a parità di input. Entrambi i fattori (tecnologie e capitale umano) concorrono cioé ad aumentare la produttività del lavoro e ad avvicinare l’Italia alle economie con cui è legata a doppio filo nelle sue filiere – prime fra tutte, la Germania – e a mantenerla competitiva. La discussione svoltasi su questo tema ci permette di non perdere di vista anche un secondo elemento importante. L’investimento in formazione, una volta avvenuto quello nei macchinari e nelle nuove tecnologie, è cruciale non solo per evitare di lasciare improduttivi i macchinari, ma anche per evitare di creare lavoratori non in grado di utilizzarle e quindi esposti – rispetto ad altri lavoratori esterni, magari più giovani e formati altrove – al rischio di obsolescenza delle proprie competenze, e conseguente riduzione della propria occupabilità. Un utilizzo competente ed avanzato delle nuove tecnologie è un tassello in più nel mettersi al riparo dai potenziali rischi delle trasformazioni tecnologiche (chiamate, per la loro portata, non a caso (quarta) rivoluzione industriale). Dopo le incertezze iniziali, la proroga del credito di imposta per la Formazione 4.0 è entrata nel testo della manovra in discussione, sollevando soddisfazione da diversi osservatori (ad esempio, Confindustria – link). Il testo definitivo della manovra viene stabilito nelle ore in cui scriviamo. L’augurio è di mantenere il credito di imposta come segnale di supporto alla produttività, alla competitività e all’apertura sui mercati - all’interno di una serie di misure che sembrano guardare più all’assistenzialismo e al “sovranismo economico” - e di riportare sull’agenda del 2019 una serie di temi che il mondo dell’impresa, e il Paese, non possono più permettersi di rimandare inseguendo le agende di breve periodo del consenso.

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