L’osmosi tra rete e realtà è avvenuta, senza accorgersene

articolo di Riccardo Scarfato

Se nei primi anni 90’ “c’era” la realtà e poi la rete, oggi questo binomio sembra essersi fuso o comunque non è più di facile demarcazione. Gli Stati non riescono a stare al passo, con una buona regolamentazione, di alcuni fenomeni del web creando così difficoltà e rischi evidenti.

Se qualcheduno fosse molestato per strada l'autore sarebbe passibile d’arresto o di ammenda, ma se accadesse in rete? Specialmente su Facebook?

Ad essere onesti il legislatore e la magistratura non hanno perso tempo e, “già” con la sentenza Cass. pen. Sez. I 11-07-2014 n. 37596, la Corte di Cassazione ha chiarito che il reato all’articolo 660 c.p. integra anche la fattispecie su esposta. Tralasciando gli aspetti tecnico-giuridici, possiamo affermare che oramai è sdoganata la percezione, e come in effetti è, del web. Ovvero che la rete, in particolare per quanto riguarda la dignità e l’immagine di un individuo, si sovrappone e si identifica con la realtà. Rete uguale Realtà.

Questa affermazione era da brividi fino a pochi anni fa, e sembrava potesse essere resa solo in un telefilm fantascientifico anni 90’, invece è proprio il fenomeno che ha travolto le nostre vite negli ultimi anni. Mi sembra abbastanza condivisa la preoccupazione di un tweet sbagliato qui e lì, dal Trump di turno, per far sobbalzare i mercati finanziari e mettere in agitazioni le piazze. Senza minimamente aspettare, anche perché nel mondo dell’informazione la velocità è tutto, di sapere se l’account è stato hackerato o ci sia un problema di fondo. Il riferimento a comunicazioni ufficiali di capi di stato e di partito al limite della realtà è puramente casuale.

Facebook, con i suoi 2,41 miliardi di utenti attivi ogni mese, sembra essere l’emblema di questa osmosi tra i bit e le nostre vite. Tuttavia Facebook, tra violazioni della privacy e l’aver prestato il fianco a Cambridge Analytica nella gestione dei dati e profilazione degli utenti, è sempre sotto i riflettori della cronaca senza che nessuno Stato riesca a mettergli delle redini. Non si tratta di accettare o meno una sorta di ultra-liberismo, ma capire se vogliamo davvero sostituire il nostro sistema paese, con i suoi pro ed i suoi contro, con un’azienda privata che ovviamente ha come fine ultimo quello puramente economico e di lucro. Il problema prende piede ogni giorno di più.

Possiamo partire dal settembre 2019 quando Facebook decide autonomamente di oscurare le pagine di CasaPound e Forza Nuova, due dei principali movimenti neofascisti operanti in Italia. Al netto dei soggetti coinvolti, e quindi essere più o meno d’accordo, c’è dell’altro. Ovvero accade che una società privata si sostituisce al legislatore ed alla magistratura nella limitazione della libertà di espressione o manifestazione del pensiero, così come sancito all’articolo 21 della nostra Costituzione.

Già Francesco Grillo, durante un talk della Scuola dei Giovani amministratori organizzata dall’ANCI a Pozzuoli, sottolineava il rischio che stiamo correndo continuando a delegare alcuni aspetti della società, oramai in osmosi con la rete, ad aziende che non solo non sono pubbliche nazionali e/o europee ma addirittura private ed extra UE. Siamo tutti consapevoli dei rischi che ne conseguono.

La stangata è arrivata il 17 settembre quando il colosso dei social network ha presentato le nuove modifiche per limitare i discorsi di odio e di estremismo sulla propria piattaforma attraverso la creazione di una commissione di vigilanza indipendente chiamata “Oversight board”. Zuckerberg ha definito “indipendenti” gli esperti che ne faranno parte, con tutte le difficoltà che derivano da avere un dipendente-indipendente.

Si corre un rischio enorme. Così facendo Facebook, questa volta apertamente, dichiara di avere il potere di influenzare la politica nazionale ed in buona sostanza con la decisione di una sola singola persona: Mark Zuckerberg. Sul sito ufficiale della società, qui il link al documento, si afferma che:

The board will use our values to inform its decisions and explain its reasoning openly and in a way that protects people’s privacy

Il richiamo ai “nostri valori” lascia adito a molteplici dubbi e ovvie critiche. Tuttavia il problema non è tanto l’aspetto propositivo di Facebook, quanto lo status passivo di molti Stati che non sanno come tappare le falle del sistema. Anzi, la PA come tutti, tra imprese e persone fisiche, si informa ed informa tramite Facebook che come ovvio ha un potere immenso sui contenuti che automaticamente gli appartengono. Si badi bene Facebook è un problema al pari di Google e Twitter.

Non si vuole dire che la libertà di espressione debba essere repressa dallo Stato ma anzi che, vista la fortuna di non vivere in uno stato dittatoriale ed in virtù dei principi costituzionali, dovremmo essere tutelati, difesi e se del caso puniti dallo Stato e non da un soggetto privato che non fa nessun’altro interesse che il proprio.

 trust social

 Fonte: Flash Eurobarometer 464, Fake news and disinformation online, EU commission dg communications 2018

Nel grafico precedente si riporta la fiducia dei cittadini dell’UE nella rete ed in particolare nei social network ed applicazioni di messaggistica istantanea. Si nota come, scorrendo verso destra, molti dei i paesi con un’economia migliore (totalmente considerata) hanno una fiducia molto più bassa rispetto agli altri paesi e quindi tendono a non credere alle notizie circolanti online.

Ancora più grave ed urgente è la questione delle fake news, data la sensazione generale nell’Unione secondo i dati della Commissione (figura successiva) vi è un ampio consenso sul fatto che l’esistenza di notizie false in rete è un problema centrale rispetto i problemi del proprio paese. Almeno 7 persone su dieci dicono che è sicuramente un problema ed i picchi si toccano a Cipro (91%), in Grecia e in Italia (entrambi 90%), mentre gli intervistati hanno meno probabilità di vederlo come un problema in Belgio (70%), Lussemburgo, Danimarca ed Estonia (tutti al 73%). In questi stessi paesi il rischio maggiore è legato all’idea stessa di democrazia per quanto riguarda le fake news, non a caso l’Italia ed Ungheria sono simili nei valori così come riportati nel grafico della Commissione.

fake news survey

Fonte: Flash Eurobarometer 464, Fake news and disinformation online, eu commission dg communications 2018

Secondo l’analisi UE, gli attori che dovrebbero fermare questo declino dell’informazione, o quanto meno dovrebbero arginarlo, sono i giornalisti e le autorità pubbliche. Tuttavia non siamo più di fronte a Paul Julius Reuter che, per l’omonimo giornale ed ora agenzia di stampa, utilizzava un servizio di piccioni tra Aquisgrana e Bruxelles e comunicava le notizie in terra tedesca con il telegrafo. Oggi più che mai la velocità è tutto ed i cinguettii corrono veloce in rete, con la conseguenza che alcuni giornali e le stesse pubbliche autorità (non sempre e non tutte) non analizzano con cura ogni fonte prima di rilanciare notizie di dubbia provenienza.

Non c’è mai stato un filtro all’entrata, e per un certo verso il web non è che una vera e propria discarica nella quale tutti gettano tutto e chiunque può raccogliere quello che gli pare. Ed ora sembra mettersi ancora peggio con un controllo all’entrata non da parte di soggetti preposti dalla pubblica autorità, visto che la rete per buona parte non gli appartiene, ma da privati.

Infine un altro caso distopico della realtà sono le regole con le quali FB gestisce l’eredità digitale di un soggetto attraverso il così detto Legacy Contract, che così facendo si sostituisce non solo ai notai poiché presso la piattaforma è possibile decidere a chi lasciare il profilo ed i dati (un vero e proprio testamento) ma allo stesso Stato quando possa ledere per esempio la quota legittima qualora i dati abbiano un valore economico particolare.

Negli Stati Uniti c’è tutto un filone circa l’applicabilità del Amendment I al social network per eccellenza. Il primo emendamento impedisce al governo USA di emanare leggi che limitino anche la libertà di parola, peccato che ai giganti del web questa previsione normativa non venga applicata ipso jure. Un esempio sono state le presunte interferenze russe, durante le quali Google ha cambiato di continuo il flusso di informazioni da siti di dubbia provenienza a discapito di altri, così da alterare le pubbliche coscienze in vista delle elezioni presidenziali. Centrale è la sentenza della Corte Suprema USA nel caso Packingham v. North Carolina, 582 US ___ (2017) che sembra ben definire la questione anche per gli USA. In buona sostanza la Carolina del Nord non ha permesso l’accesso ad alcuni social media a soggetti colpevoli di reati sessuali sui minori, così da violare il primo emendamento (secondo i trasgressori). Il giudice Kennedy, della Corte Suprema, ha invertito la sentenza dei tribunali della Carolina del Nord, sostenendo appunto il principio affermato dal primo emendamento:

“A fundamental principle of the First Amendment is that all persons have access to places where they can speak and listen, and then, after reflection, speak and listen once more

Il giudice ha continuato affermando che mentre in passato i luoghi dove esercitare la libertà di parola erano individuate in senso spaziale, oggi non è più così. Il cyberspazio ed i vasti forum e social network hanno preso il posto delle piazze e quindi anche lì il primo emendamento deve essere tutelato dal governo.

Il problema vero è che da un lato tutto questo movimento d’odio sui social crea astio e tensione nella realtà in tutte le classi sociali, e dall’altro abbiamo un signore che persegue interessi privati e di lucro che vuole decidere autonomamente cosa oscurare o meno su di una piattaforma che, a detta dei giudici, viene reputata alla stregua di una piazza nella quale però è lo Stato a dettar legge e non un privato.

Insomma, c’è molto da ragione ed ancora di più da fare.

braveheart freedom

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