ITALIA: FERMA AI BANCHI DI SCUOLA

Mai come in questi tempi di incertezza, la crescita economica è l’obiettivo di ogni governo.
Articolo di Riccardo Scarfato

La crescita economica è uno dei principali fattori di sviluppo di uno stato, come sottolineato dal Human Development Index (HDI) 2018 delle Nazioni Unite, che posiziona l’Italia al 27° posto al mondo, mentre tutti gli altri Paesi del G7 ricoprono posizioni migliori, con la Germania in testa alle sette nazioni più avanzate al mondo (5° secondo il ranking HDI). Lo studio delle Nazioni Unite, nonostante semplifichi molti aspetti legati alla crescita economica ed allo sviluppo, resta un ottimo proxy per comprendere quanta parte della spesa pubblica viene iniettata nel settore dell’istruzione e della ricerca.

Nel 2006, durante una lectio Magistralis presso la Sapienza di Roma l’attuale Presidente della BCE, Mario Draghi, ricordava come l’istruzione ha sempre avuto un peso predominante nel processo di crescita economica di uno stato da un duplice punto di vista: da un lato l’accumulazione di capitale umano alimenta l’efficienza produttiva e rappresenta la condizione essenziale per innovare ed adattarsi alle nuove tecnologie; dall’altro l’istruzione come fattore endogeno della crescita contribuisce al miglioramento dello stesso contesto sociale.

Già il Premio Nobel per l’economia, Edmund S. Phelps, in alcuni suoi scritti (Mass Flourishing) e nelle teorie economiche sulla crescita l’innovazione sottolinea come l’istruzione aumenti le possibilità che i meritevoli abbiano accesso a funzioni di gestione della cosa pubblica o dei fattori produttivi. L’istruzione, dunque, incide sull'efficienza delle imprese e pone le basi necessarie per una selezione concorrenziale tra imprese innovative. Un buon livello di istruzione porta vantaggi anche ad altri settori, non per forza strettamente economici. È   stato dimostrato, infatti, come un elevato livello di istruzione porti a migliori condizioni di salute e ad un aumento della speranza di vita, in quanto porta a sviluppare maggiori capacità di analisi e di elaborazione dati, utili alla prevenzione di malattie.

A che punto è l’istruzione in Italia?

Secondo lo studio OECD Education at a Glance 2018 (dati 2017) in Italia il 30% dei 20-24enni NEET (persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione) è senza lavoro e la quota di NEET è ancora più elevata per i 25-29enni (34%), rispetto a una media del 16% nei Paesi dell’area OECD. Inoltre, occorre sottolineare come, mentre in Italia, Repubblica Ceca e Arabia Saudita, ci sono più occupati tra i 55-64enni laureati che tra i 25-34enni laureati, nella maggior parte degli altri Paesi del OECD il tasso di occupazione dei giovani laureati è superiore a quello dei 55-64enni.

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Ma vi è di più. In Italia il conseguimento di un titolo d'istruzione terziaria (universitaria, per intenderci) è più elevato per le donne rispetto agli uomini: nel 2017, il 20% degli uomini e il 33% delle donne della fascia di età 25-34 anni aveva conseguito una laurea rispetto alle medie OECD del 38% per gli uomini e del 50% per le donne. In totale invece In Italia, la quota dei giovani adulti (25-34enni) con una laurea è del 26,8 %, ben inferiore rispetto alla media dell’OECD (44,5%). Ciò nonostante, questa quota è aumentata costantemente durante l’ultimo decennio, dal 19% nel 2007 al 26,8% nel 2017.

Senza andare ad analizzare il tasso di occupazione, nelle varie fasce d’istruzione, in Italia è utile chiedere come siamo arrivati ad essere il fanalino di coda per l’OECD nel settore dell'istruzione e quanto investe il nostro paese nella scuola.

L’Italia negli anni ha speso sempre meno in istruzione. Ci collochiamo ben al di sotto sia della media europea che quella OECD. Secondo gli ultimi dati dell’Eurostat, l’Italia nel 2016 ha investito nel settore dell’educazione (che comprende i vari gradi d’istruzione, servizi sussidiari e R&S) il 3,9% del proprio PIL, largamente alle spalle della Francia (5,4%), Regno Unito (4,7%), Germania (4,2%) e della stessa media europea (4,7%) del 2016.

Vero è che negli ultimi 10 anni il trend europeo ha portato ad una diminuzione degli investimenti pubblici nel settore dell’educazione in tutti gli stati dell’Unione: nel 2009 l’Italia investiva il 4,5% del proprio PIL, e la questione peggiore se guardiamo al settore universitario. In particolare, nel settore dell’educazione terziaria, l’Italia investe lo 0,7% degli investimenti totali a fronte di una media europea del 1,5% e di una Germania che investe quasi il 2% delle proprie politiche nel settore universitario.

Uno dei molteplici effetti di questi scarni investimenti in educazione, è il proxy della Commissione europea che analizza dopo quanto tempo dal conseguimento del titolo universitario un neolaureato si inserisce nel mondo del lavoro. Nel 2018 la DG EAC (Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture), nell’analisi Education and Training - MONITOR 2018, ha confrontato il tasso di occupazione dei neolaureati di età compresa tra i 20-34 anni che hanno terminato l’università da 1-3 anni. Se la media europea è del 80,2% nel 2017, l’Italia arranca con un discutibile 55,2% alle spalle della Germania (90,9%), UK (86,6%), Francia (74,4%) e Spagna (71,9%). Solo la Grecia fa peggio di noi in Europa, con un tasso del 52%.

È di facile intuizione che il problema del settore dell’eduzione non è secondario e rischia strutturalmente di lasciare senza “acqua” e priva della linfa vitale dei giovani, ancor più se talentuosi, l’Italia. La situazione è allarmante se guardiamo al mondo del lavoro che cambia e si evolve in maniera esponenziale grazie al progresso tecnologico, e se le politiche di istruzione e formazione non saranno quanto meno al passo potrebbero avere un effetto devastante non solo per l’economia italiana.

Si attendono gli sviluppi della “Buona Scuola”, riforma del governo Lega-M5S, con la speranza che si innesti nuova fiducia nel sistema dell’istruzione italiana. Al momento per il periodo natalizio anche gli studenti avranno tempo per pensare allo stato dell’arte, grazie al Ministro dell’istruzione che ha “decretato” una diminuzione dei compiti per le vacanze per passare più tempo con le famiglie. Speriamo sia solo il primo “importante” atto di una vigorosa ripresa della Scuola.

“Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l'ignoranza. La conoscenza conduce all'unità, come l'ignoranza conduce alla diversità” Cit. Socrate

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