VACCINI, SCIENZA E OPINIONI PUBBLICHE: LA STRADA STRETTA PER VINCERE UNA GUERRA NON FINITA

La corsa al vaccino tra dubbi e certezze

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero

Scansione dell'editoriale cartaceo 

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Quello che si sta consumando sui vaccini, assomiglia allo scontro tra due “medioevi”. Da una parte la tribù dei NO VAX che in Italia – ma anche in Paesi civilissimi come il Giappone – sembra aver sottoscritto un’agenda politica, il cui unico punto è il rifiuto della comunità scientifica dominante. Dall’altra gli stregoni (alcuni sono valenti esperti ai quali l’esposizione ai riflettori della televisione deve aver fatto male) che trattano i primi come un fastidioso ingombro che ostruisce l’uscita dalla grande crisi. Al centro, in una posizione di difficile equilibrio qualche politico che fu scienziato (Angela MERKEL conseguì un dottorato in chimica quantistica a Lipsia) e qualche intellettuale che, come Guglielmo di Occam nel “Nome della Rosa”, cerca di tenere accesa la fiammella della Ragione di cui, oggi, abbiamo un bisogno assoluto.

Non c’è dubbio che, dopo un anno e mezzo di incubo, il mondo occidentale e quello orientale abbiano imparato molto sulle migliori strategie per sconfiggere un nemico dotato di un’intelligenza strategica formidabile. La parte di Asia e di Oceania che condividono il Pacifico, può insegnare il valore di sistemi di identificazione di nuovi casi, di tracciamento dei contagiati e di trattamento a distanza che rendono intere società capaci di adattarsi immediatamente a nuovi attacchi. L’Occidente dimostrando, invece, la superiorità dei propri laboratori, è riuscito, in tempi sorprendentemente brevi, a mettere a punto vaccini che riducono la possibilità di contagio e, come dicono gli studi dell’Istituto Superiore della Sanità, di ospedalizzazione e di morte.

Ma la guerra non è ancora finita e sono, ancora, almeno due incognite da risolvere in quella che sembra essere una partita a scacchi senza fine.

Non conosciamo perché persone diverse, di età e condizioni fisiche simili, reagiscono in maniera differente allo stesso virus e allo stesso vaccino (sia in termini di reazioni immediate che di immunità acquisite). La stessa nuova tecnica del vaccino messaggero (mRNA) adottata da Pfizer e Moderna può abilitare nuovi metodi per avere vaccini e cure personalizzati, abbattendo di centinaia di volte il costo di sperimentazione di nuovi farmaci; ciò, però, mette a rischio la legittimità stessa di un sistema che, per decenni, ha remunerato la ricerca con lunghe protezioni della proprietà intellettuale. Sarebbe interessante ragionare insieme del mondo nuovo nel quale la pandemia può portarci e, invece, siamo bloccati sulla guerra di trincea tra certezze contrapposte.

Non sappiamo, poi, se il virus reagisce agli stessi vaccini accelerando il processo di selezione di varianti che gli possano resistere e non abbiamo, ovviamente, dati su quanto possa durare l’effetto del vaccino. I numeri di questi giorni che vengono dai Paesi che ci hanno anticipato di qualche mese nello sviluppo della campagna vaccinale, dicono che il fantasma può riservarci ulteriori sgradevoli sorprese: nel Regno Unito dove quasi il 90% dei maggiorenni hanno ricevuto almeno una dose, stanno viaggiando, secondo i dati raccolti dall’Università di Oxford, verso il nuovo record di casi giornalieri (il 17 Luglio se ne sono registrati 54,000) e i ricoveri per COVID sono aumentati da quasi 900 a quasi 4 mila in due mesi. In Israele dove hanno quasi coperto l’intera popolazione con una doppia dose di un vaccino diverso (Pfizer, mentre nel Regno Unito è stato utilizzato in maniera prevalente ASTRAZENECA).

La sfida per riprendere il controllo di una complessità che noi abbiamo creato e di cui abbiamo perso il senso, si gioca interamente sulla capacità di aggregare e analizzare informazioni mettendo in discussione strumenti intellettuali concepiti per un altro contesto.

C’è qualcuno che riserva orrore all’idea che stiamo conducendo esperimenti su noi stessi. E, tuttavia, è proprio così che per secoli la conoscenza è progredita. Sfuggendo a certezze premature e prendendoci rischi calcolati. Proprio come succede in battaglia, quando si testa la forza dell’esercito nemico provocandolo con piccoli attacchi. In questo senso, sarebbe probabilmente ragionevole lasciar fuori quote di popolazione poco vulnerabile (i più giovani) da una campagna che, invece, deve essere semi obbligatoria per i più fragili. Ciò può fornire un utile riscontro su come diverse fasce di popolazione reagiscono, nel tempo, a strategie differenti in Paesi diversi.

Non siamo riusciti però a fare neanche l'unica cosa sensata che dovremmo fare per avvicinare le persone ai numeri e dare più forza alla nostra strategia: registrare in un data base accessibile a tutti, quanti sono i vaccinati per vaccini diversi; misurare quanti di essi hanno reazioni avverse e contraggono di nuovo il virus (e con quale variante); quanti vengono ospedalizzati; quanti muoiono. Lo fa periodicamente l’Istituto Superiore della Sanità e studi specifici ma molto più efficace sarebbe rendere ciò patrimonio conoscitivo comune. In maniera da confrontare con i non vaccinati e sostituire con le evidenze, milioni di inutili tweet. E cogliere l’occasione della pandemia per avvicinare scienza e opinioni pubbliche, numeri e media.

Il medioevo fu dominato da filosofi scolastici che costruivano pensiero partendo dall’esistenza di certi criteri che erano stato cristallizzati da alcune autorità. Qualsiasi disputa poteva essere interrotta in qualsiasi momento, ricordando che Aristotele aveva fissato – e per sempre – un certo principio (“ipse dixit”). Accanto ai dottori della Chiesa, viveva un popolo che non aveva conosciuto i libri, preoccupato dalla carestia e da pandemie che erano considerate punizioni divine.

In un certo senso, la società occidentale arrivata al suo apogeo è tornata a questa dicotomia: da una parte il culto dell’autorità; dall’altra quello del suo rifiuto.

La differenza, però, è che nel Medioevo le due classi – l’élite e il suo popolo - vivevano in simbiosi. Oggi, sono entrate in collisione. È questo il cortocircuito che mette a rischio una società la cui complessità è cresciuta con la stessa velocità con la quale è diminuita la fiducia nella nostra capacità di governarne i problemi.

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