Tutela della concorrenza, multa AGCOM e il caso Amazon: il rischio di buttare via il bambino con l'acqua sporca

Paradigmi vecchi che vorrebbero governare la concorrenza del presente

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero e Il Gazzettino del Nord Est

Scansione dell'editoriale cartaceo

“L'apertura di nuovi mercati e lo sviluppo organizzativo della fabbrica illustrano la mutazione che rivoluziona incessantemente la struttura produttiva dall'interno. Questo processo di distruzione creativa è il fatto essenziale di un sistema economico moderno”.

È nelle parole di uno dei grandi intellettuali del secolo scorso, Joseph Schumpeter, la migliore definizione di cosa va davvero inteso per “concorrenza”. Quella concorrenza che le autorità italiane ed europee devono difendere perché essa è essenziale per la competitività dell’economia europea e per accrescere il benessere dei consumatori. Più recentemente quelle autorità hanno ritenuto che la minaccia maggiore venga da quelle piattaforme digitali globali che stanno, letteralmente, cambiando il mondo e, ad esempio, la scorsa settimana quella che è garante della concorrenza e dei mercati in Italia (AGCM) ha inflitto ad Amazon una multa superiore al miliardo di euro, la più alta mai inflitta da una magistratura nazionale dell’Unione. Il rischio, però, è di aver scelto l’obiettivo sbagliato; di ridurre ancora di più l’innovazione in un Paese che ne ha assoluto bisogno; di rinunciare ad un ragionamento su come è possibile governare una trasformazione che richiede strumenti intellettuali nuovi.

È la più grande delle rivoluzioni industriali della storia, quella innescata da internet, il protocollo usato per la prima volta dal Pentagono nel 1969, nello stesso anno della missione sulla Luna. È probabile anzi che stiamo vivendo una vera e propria mutazione biologica, visto che sta trasformando il modo in cui gli esseri umani acquisiscono, elaborano e trasmettono informazioni1. Amazon, fondata nel 1997 da Jeffrey Preston Bezos quando da agente di borsa per primo intuì il potenziale commerciale della rete, è stata l’impresa che più di qualsiasi altra ha utilizzato la tecnologia per rovesciare la struttura produttiva di interi settori mettendoci al centro l’esperienza del cliente finale. Certo ogni rivoluzione tecnologica determina profondi turbamenti, grandi resistenze, la necessità assoluta di riorganizzare le teorie stesse su come i sistemi economici funzionano.

Eppure la questione fondamentale rimane: cosa può fare l’Europa e l’Italia per rientrare in una partita fatta di innovazioni radicali che ci limitiamo a consumare?

La strada delle multe, peraltro nazionali, assomiglia sempre di più ad una somma di reazioni che non fanno una strategia.

Aumentano l’incertezza e rischiano di buttare con l’”acqua sporca” – che è necessariamente associata alle posizioni dominanti che trasformazioni così veloci tendono a creare - anche il “bambino” - del valore che l’innovazione genera per consumatori e imprese. La sentenza dell’autorità italiana si concentra su un aspetto specifico – quello dell’utilizzazione del servizio logistico di Amazon come requisito per poter accedere alle migliori condizioni di vendita sul suo sito – per arrivare, però, alla conclusione paradossale che la piattaforma stia “imponendo pressi”, “limitando gli sbocchi al mercato” e, in definitiva, “impedendo il progresso tecnologico, a danno dei consumatori” (come da definizione di “abuso di posizione dominante” delle “norme per la tutela del mercato”). Ciò ribalta la realtà di quale sia l’impatto netto che naturalmente una piattaforma genera, quando sostituisce lunghe catene distributive con un sito che riorienta la produzione sulla base delle scelte di un cliente. Si possono discutere i passaggi di una sentenza che va rispettata ma il problema di fondo è un altro: pretendiamo di governare un mondo profondamente trasformato, con leggi - quella usata dall’AGCM nel determinare la sanzione è del 1990 – concepiti quando nessuno di quelli che stanno leggendo questo articolo aveva inviato la propria prima posta elettronica. Il problema è che lasciamo al magistrato – per quanto di valore – il compito che deve essere della politica di misurare effetti positivi e negativi di grandi trasformazioni.

Migliore è la scelta di costruire un quadro complessivo di regole a livello europeo.

In questo senso ottima è l’intuizione della Commissione Europea di cominciare da un regolamento generale che protegge i dati di persone e imprese (si chiama GDPR); anche se l’intero regolamento deve produrre strumenti di tutela più conoscibili e utilizzabili dai soggetti i cui interessi vogliamo proteggere. Giusta è l’idea della Commissione di regolare i contenuti che viaggiano sulla rete (con il DSA); tuttavia, va rafforzata il concetto che non può essere Twitter a dover fare da giudice della qualità delle notizie.

Condivisibile, poi, è il principio di dover assicurare la possibilità che i giganti di internet siano sfidati da imprese nuove.

Tuttavia, la proposta della Commissione per una direttiva sui mercati digitali (DMA) sembra mettere in un’unica tassonomia piattaforme digitali molto diverse tra di loro: per mercati nei quali operano, impatti occupazionali e, come dice il grafico che accompagna l’articolo, persino per redditività, laddove commisurare le multe al fatturato per tutti può avere conseguenze distorsive penalizzando chi lavora in settori a basso margine (come appunto Amazon) e impiega più persone, rispetto a chi ha componenti virtuali particolarmente forti (come Facebook/ META). E sembra ignorare che la piattaforma digitale è, in fondo, una modalità organizzativa che tutte le altre imprese stanno adottando. Ciò può portarci all’errore di trattare nella stessa maniera problemi e opportunità diverse.

Cattura 1

Oggi una sola impresa europea (si chiama SAP) è tra le 43 che valgono più di 100 miliardi e che hanno meno di 50 anni. Tra le piattaforme che raggiungono più di 300 milioni di utilizzatori, una sola ha sede in un Paese dell’Unione (Spotify). Lo stesso Draghi ha dovuto ammettere che il nostro Paese non ospita neppure un unicorno (una “start up” il cui valore supera un miliardo di dollari, laddove ce ne sono sette in Estonia che ha meno abitanti di Milano). Come facciamo a essere competitivi, senza inseguire gli altri? Senza pretendere di volerli addomesticare con le multe e coinvolgendoli in un dialogo che conviene a tutti? Imparando lezioni anche scomode e inventando modelli diversi? È questa la partita decisiva ma per vincerla vanno cambiati metodi e protagonisti del gioco. Avvocati, magistrati, esperti di diritto costituzionale sono utili ma non bastano, se dobbiamo cominciamo a costruire un futuro nel quale siamo entrati con i piedi, lasciando la testa in un altro secolo.

  

[1] A questo è dedicato il progetto di VISION “THE PANDEMIC AS THE BIG DATA FAILURE AND THE INTERNET OF BEINGS AS NEXT FRONTIER” al quale è possibile accedere a questo link. “INTERNET OF BEINGS” è, per VISION, la terza fase di sviluppo di INTERNT, dopo una prima era nella quale la rete aveva collegato tutti gli oggetti digitali, ed una seconda che sta vedendo la connessione progressiva degli oggetti fisici e che sta trasformando la stessa manifattura.

Follow Us

Partner

vision and value logo

© 2022 Vision & Value Srl | vicolo della Penitenza 10 – 00165 Roma | P. IVA 04937201004
Credits elmweb