Tra le macerie della ricostruzione c’è lo spazio per un sindacato di tipo nuovo

In uno dei suoi ultimi editoriali Claudio Cerasa ha toccato un nervo scoperto: il rapporto tra Sindacati e Scuola.

Articolo di Riccardo Scarfato per Il foglio

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photo school

 

È evidente che la formazione sia fondamentale per un qualsiasi Paese che abbia l’ambizione di avere un futuro. Quando cerchiamo di concepire il futuro, però, restiamo spesso prigionieri di grumi di potere che proprio sulla Scuola stanno creando contraddizioni con il proprio stesso ruolo. Possono essere i sindacati tra le vittime della discontinuità che l’epidemia ha prodotto. Si sta creando, anzi, lo spazio per un sindacato di tipo diverso, adeguato ad un secolo nuovo.

Gli Stati Generali di Conte dovrebbero tenerne conto, quando tra qualche giorno cercheranno idee nuove. Che i sindacati siano entrati – sulla Scuola – in contraddizione con sé stessi, è dimostrato dallo sciopero di lunedì 8 giugno che, come richiamato da Cerasa, ha, del resto, visto il coinvolgimento di un timido 0,49 per cento degli insegnanti.

La scelta di aver riaperto i parrucchieri e non la Scuola la dice lunga sulle priorità di che il Paese propone.

La vicenda è, del resto, solo la punta dell’ICEBERG di un sistema che spende in pensioni quattro volte e mezzo di più di quanto investiamo in educazione e che, in questa maniera, si sta letteralmente bruciando il futuro. Il Think Tank Vision, sulla base dei dati OSCE - PISA e della Banca Mondiale, dimostra chiaramente come l’unica scelta di politica economica efficace per un Paese che vuole sicuramente crescere nel medio- lungo periodo sia investire nelle competenze dei propri quindicenni.

A vedere le prese di posizione di questi mesi sembrano proprio i sindacati ad essere diventati l’ostacolo all’attuazione di quel principio di EGUAGLIANZA e di diritto/dovere allo studio che è alla base della Costituzione dalla quale i Sindacati stessi traggono la propria legittimità. Ciò apre contraddizioni importanti che possono, letteralmente, mettere il sindacato contro la propria stessa natura.

E del resto, come è possibile che la scuola sia il comparto più sindacalizzato (70% contro il 30% tra i metalmeccanici secondo le stime Vision sui dati delle principali sigle sindacali nazionali) ed allo stesso tempo quello con gli insegnanti meno pagati d’Europa? Quanta forza rimane ad un sindacato, che nasce dalle lotte studentesche ed operaie che portarono allo Statuto del 1970, e che si trova, ora, oggettivamente contro gli interessi di milioni di studenti e di genitori – lavoratori?

Il modello sociale che intravedeva lo Statuto dei lavoratori ha mostrato che i 50 anni (compiuti il 20 maggio scorso) si fanno sentire tutti. Viviamo in un’altra realtà, nella quale l’innovazione- anche tecnologica- detta i tempi della modernità e tutte le buone intenzioni e valori che alcune realtà esprimevano (come appunto i sindacati) sono rimaste incompiute. Thomas Piketty, nel suo “Il capitale nel XXI secolo” lo esprime bene. Nel nostro secolo, il lavoro non diminuisce ma, riducendosene la domanda, le imprese lo acquisiscono a minor costo. Una delle conseguenze è che siamo in un mondo nel quale la quota di ricchezza nazionale assorbita dal lavoro diminuisce a favore di quella del capitale. Secondo Vision, sulla base dei dati ILO, nelle quattro principali economie europee- Italia, UK, Germani e Francia, tra il 1983-2018 la percentuale dei lavoratori sindacalizzati è in discesa costante. Ed inoltre, sempre secondo Vision, sembrerebbe che un terzo degli iscritti ai sindacati siano pensionati. Cosi riesce abbastanza difficile capire come possa davvero un sindacato garantire la difesa efficace dei “lavoratori all’interno dei luoghi di lavoro”.

È proprio a Scuola però che un modello sta andando in crisi. Tornare ad avere coscienza di sé deve essere un imperativo, e comprendere come quegli insegnanti che lavorano e producono più di quello che gli viene richiesto non sono da ammonire, ma da prendere come esempio perché hanno ben compreso lo spirito che dovrebbe avere un settore strategico come quello dell’istruzione. Non si tratta di semplici scelte economiche, che poi nel lungo periodo sono anche fallimentari, ma delle questioni etiche alle quali non possiamo sottrarci se non vogliamo somigliare sempre di più a quelle macchine che – ora- producono per noi. Una nuova struttura di sindacato, nel settore della scuola, sembra necessario per traghettare il nostro Paese nel nuovo millennio in maniera efficace.

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