Settantatré anni di NATO

Le idee per una riforma 

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero e Il Gazzettino del Nordest

Scansione dell'editoriale cartaceo

 

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Oggi, compie 73 anni una delle più vecchie delle organizzazioni internazionali che - dopo la Seconda guerra mondiale – nacquero per garantire un ordine mondiale che nel frattempo si è liquefatto.

La NATO che solo sei mesi fa, dopo la precipitosa uscita dall’Afghanistan, sembrava confermare di essere in uno stato di “morte cerebrale” (come ebbe a dire il Presidente Macron nel Novembre del 2019), ha trovato una seconda giovinezza e sembra che, oggi, tutti chiedano di farne parte.

Certo le “narrazioni” cambiano, di questi tempi, con una velocità tale da togliere qualsiasi spazio alla strategia; e, tuttavia, un ragionamento serio su quale possano essere gli strumenti per governare un mondo mai così pericoloso, rende ineludibile trovare – mentre in Ucraina bruciano palazzi e certezze - una risposta a cinque domande dalle quali può partire la riforma della più potente delle alleanze militari.

Come potranno dividersi il “lavoro” e le aree di influenza Stati Uniti e Unione Europea all’interno della NATO? È, ancora, valida l’idea che il “campo d’azione” dell’alleanza continui a limitarsi all’Atlantico del Nord (Stati Uniti, Europa e Canada) e che essa continui ad avere nella risposta collettiva ad un attacco ad uno dei suoi membri (articolo 5 del trattato) il suo unico impegno giuridico? Ad una NATO che sia più integrata nella condivisione dei dati il cui controllo determinerà l’esito delle guerre del futuro e nei dispositivi di difesa, possono bastare i meccanismi di consenso non vincolanti del Consiglio Atlantico (suo organo di comando)? Può continuare ad essere la minaccia di distruzione nucleare reciproca l’ombrello sotto il quale proteggere gli alleati? E, infine, fino a che punto può la NATO continuare a dover essere un presidio della democrazia (magari liberale), se i suoi bastioni più strategici sono la Polonia l’Ungheria e la Turchia?

Molte sono le “leggende metropolitane” che alzano coltri di fumo ideologico attorno alla NATO. Pochi lo sanno ma l’accordo non nasce dagli Stati Uniti, ma da un trattato che la Francia e il Regno Unito siglato proprio a Dunkirk, la spiaggia sulla quale si era rifugiato l’esercito britannico per difendersi dall’avanzata in Francia degli eserciti del Terzo Reich. Gli Stati Uniti si unirono dopo a quello che, all’inizio, era un progetto europeo perché non ritennero di dover allarmare i russi con i quali avevano vinto la guerra. Inoltre, pochi ricordano che la NATO rimase un inerte, ma ingombrante convitato di pietra fino alla fine della guerra fredda: le sue prime operazioni militari sono quelle in Bosnia, tre anni dopo la caduta del muro di Berlino.

Sono stati proprio i meccanismi sufficientemente informali di raggiungimento del consenso su decisioni straordinariamente importanti, ad aver assicurato alla NATO le flessibilità che l’ha fatta sopravvivere per trent’anni allo scioglimento del suo avversario storico (il Patto di Varsavia). E anzi a crescere: risale a pochi mesi fa l’ingresso della Macedonia del Nord che della NATO è il trentesimo Stato membro e, oggi, l’alleanza rappresenta più della metà della spesa militare del mondo (anche se, in effetti, per due terzi essa è attribuibile agli USA).

È, tuttavia, proprio la dimensione raggiunta dalla NATO che esige di trasformare in riforma, quella che può essere una crisi di crescita.

È la lettura di fenomeni tecnologici potenti che – più della geopolitica – fornisce una prima risposta alle cinque domande.

1. Nel futuro della NATO ci sarà molto più Pacifico e molto di più peserà l’Asia che arriva fino agli Urali. Molto di più andranno potenziate le capacità di presidio della pace nell’Africa del Nord e in Medio Oriente che è, oggi, quasi dappertutto in fiamme (dalla Siria fino alla Libia, passando per lo YEMEN). Sarà quest’ultima l’area nella quale l’Unione Europea verrà chiamata a testare la propria volontà di crescere sul terreno più difficile.

2. Sarà, ancora, l’articolo 5 del trattato (quello sulla difesa reciproca) l’architrave dell’alleanza, ma molto meglio dovremo definire cosa è un attacco (la primissima volta che quella promessa è stata fatta valere, fu in occasione dell’attacco alle Torri Gemelle da parte di un “non Stato”) e, soprattutto, molto di più deve contare la prevenzione e, dunque, la sorveglianza che le tecnologie rendono molto più invasiva.

3. Gli eserciti del futuro avranno meno soldati (su questo fronte l’Italia, come dice il grafico, deve rivedere il proprio dispositivo più degli altri) e molti più droni che sono non solo aerei, ma carri armati, imbarcazioni e, persino, robot destinati, nel tempo, a rendere digitale (“CYBER”) l’intera guerra. In caso di crisi, conterà di più la capacità di mobilitare cittadini e più frequenti saranno i momenti di condivisione di competenze che coinvolgeranno civili e militari.

GRAFICO ARTICOLO

4. Un’alleanza più larga è stata, in questi decenni, anticipata da partnership e “dialoghi” che hanno coinvolto quasi tutti, inclusa la Cina e la stessa Russia. È giusto continuare a pretendere che i Paesi che fanno parte della NATO condividano un approccio comune, ma sarebbe un’ipocrisia insostenibile continuare a richiedere che adottino tutti (non succede, neppure, oggi) lo stesso modello politico. Come per altre organizzazioni internazionali, bisognerà – pragmaticamente – immaginare livelli diversi di cooperazione tra Paesi che presentano diversi livelli di stabile condivisione di determinati valori.

5. Infine, gli stessi deterrenti nucleari rappresentano una logica obsoleta: le vicende di questi giorni che ci stanno portando, come mai prima, vicini all’incidente che la guerra fredda imparò ad evitare, ci dicono che un mondo complesso non può permettersi questo rischio. Attraverso la sorveglianza, la prevenzione (di cui si è già parlato) bisognerà anticipare le guerre prima che diventino incontrollabili.

Aldilà del fumo delle “narrazioni” finte e delle macerie vere tra le quali si aggirano i poveri fantasmi di Mariupol, bisognerà trovare un progetto che ci restituisca stabilità. È un imperativo morale nei confronti di una generazione – quella dei nostri figli – che non vuole vivere più sull’orlo dell’abisso di cui abbiamo una confusa percezione.

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