Scuola: la battaglia dell'autonomia

Ripartire dalla scuola per ricominciare a produrre futuro

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero e Il Gazzettino del Nord Est

Scansione dell'editoriale cartaceo

school

Un milione centocinquemila seicento diciannove dipendenti. Se consideriamo anche i supplenti e il personale ausiliario e escludiamo quella “paritaria”, la Scuola italiana è – secondo i dati del Ministero dell’Istruzione - la diciassettesima più grande organizzazione del mondo per numero di lavoratori.

Subito dopo l’esercito della Corea del Nord e subito prima della multinazionale Taiwanese Foxconn. Bastano questi numeri per dare contezza di quello che è il problema più grosso dell’Istituzione alla quale è affidata la più formidabile leva di crescita economica potenziale che abbiamo a disposizione: basti pensare che la chiusura delle scuole nel 2020 è costata – secondo le stime della Banca Mondiale - in termini di PIL futuro il doppio quasi di quanto il PIL sia diminuito in quell’anno. E di coesione sociale perché è quasi solo la scuola pubblica che tiene insieme un Paese che rischia di spaccarsi in mille diseguaglianze.

Il problema è, infatti, semplice: un’organizzazione così complessa e in un Paese così lungo non può essere gestita da un Ministero, da un bellissimo Palazzo di Trastevere. È questa la realtà evidente che continuiamo a ignorare, persino, quando parliamo di Scuola rispetto all’emergenza COVID-19 come se fosse un blocco monolitico e non la somma di mille realtà diverse e che diversamente vanno gestite.

È questa l’evidenza che, purtroppo, trascura anche il Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (PNRR) quando dimentica che la vera riforma di cui la Scuola ha bisogno è quella di dare sostanza all’autonomia dei singoli istituti scolastici. Il caos che – probabilmente – si sta per scatenare in queste ore tra studenti, insegnanti e genitori è solo il sintomo di una miopia che ci portiamo dietro da vent’anni (i ministri Bassanini e Berlinguer furono i primi a introdurre la nozione di autonomia che mai fu attuata) e che neppure la crisi più buia è riuscita a scalfire.

Due sono gli ordini di problemi che la Scuola si trova a dover affrontare urgentemente: i primi immediati e hanno a che fare con il tentativo di salvare l’anno scolastico; ma essi riflettono questioni più strutturali.

Il decreto legge di venerdì scorso interviene troppo tardi e con forza non adeguata rispetto alla raccomandazione di Mario Draghi di dare alla Scuola priorità assoluta. Troppo tardi perché la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale è arrivata il giorno lavorativo precedente a quello della data prevista per il ritorno nelle aule e ciò significa che, ad esempio, misure come quelle previste per effettuare tamponi gratis e diminuire i contagi non possono essere attivate prima della riapertura. Ma anche con forza non sufficiente perché non riesce a risolvere i paradossi che, di fatto, hanno messo il diritto allo studio di milioni di studenti dietro alla libertà individuale di chi ha deciso di non vaccinarsi.

Pochi sembrano ricordare, infatti, che, per effetto di un intervento del garante della privacy, ad un adolescente viene chiesto di esibire le certificazioni verdi (il cosiddetto “green pass”) per accedere ad una pizzeria ma non per entrare nella propria aula; che non si applicano agli alunni (che, peraltro, nella fascia tra i 12 e i 19 anni, sono vaccinati al 70%) gli obblighi previsti per gli insegnanti e, progressivamente, per tutti i lavoratori; che esistono da anni obblighi vaccinali (per dieci diverse malattie tra le quali difterite che è quasi scomparsa) da adempiere anche solo per iscrivere i bambini alla scuola dell’infanzia e a quella elementare, mentre dopo due anni di un’epidemia che sta producendo danni enormi, siamo ancora costretti a considerare le scuole come possibile focolaio di contagi.

Il decreto affronta il primo problema della “privacy” introducendo per uno studente che voglia accedere in una classe che ha accolto due positivi l’obbligo di dimostrare di essere “immune” e, tuttavia, continua a discriminare il diritto allo studio rispetto ad altre molto meno importanti occasioni di socialità. Più semplice sarebbe stato prevedere che chi può, secondo le nuove normative, continuare ad uscire per andare in palestra anche dopo aver avuto contatti con positivi, possa fare lo stesso con lo studio in aula a prescindere dal numero di casi verificatasi nella classe.

Le difficoltà, però, di chi ha scritto il decreto riflettono, come si diceva, problemi di tipo organizzativo e politico attorno ai quali da anni giriamo.

È, del resto, un errore, persino, parlare di scuola in Italia e di emergenza pandemica come essa sia la stessa in grandi città e in campagna; in regioni che hanno integrato i dati dei sistemi sanitari e dei comuni e altre nelle quali non si parlano, neppure, gli ospedali.

E, però, troppo fragili e troppo poco autonome sono le scuole italiane nella propria struttura dirigente per poter adattarsi a situazioni assai diversificate. I dirigenti scolastici erano quasi undicimila dieci anni fa e oggi sono poco più di ottomila, il che significa che ogni istituto scolastico ha grossomodo un preside per ogni 133 insegnanti e ausiliari e per ogni mille studenti, laddove in qualsiasi altra organizzazione il responsabile sarebbe affiancato da una vera e propria struttura dedicata.

Alla responsabilità corrisponde quasi nessun potere

visto che anche solo per sostituire il vetro di una finestra rotta la scuola deve aspettare l’intervento dell’ente locale (quasi sempre il Comune) al quale appartiene l’immobile che la ospita.

Nessuna possibilità hanno, del resto, i dirigenti di chiamare fior di professionisti che sarebbero disponibili ad insegnare per rispondere ad emergenze o, anche solo, per mettere i ragazzi in contatto con esperienze diverse.

Su questi che sono i nodi il PNRR non interviene, purtroppo, pur citando sei riforme utili ma molto meno centrali.Non arriva la politica ad affrontare i nodi che condizionano la scuola semplicemente perché, nonostante il prestigio di Draghi, a qualsiasi decisione ci si arriva attraverso mediazioni infinite. Perché la politica italiana è strutturalmente debole e, ad esempio, negli ultimi cinque anni, il suo Ministro è cambiato cinque volte (Fedeli, Bassetti, Fioramonti, Azzolina e Bianchi).

In queste condizioni quella che doveva essere una grandissima occasione di innovazione (avremmo, ad esempio, potuto misurare con precisione per quali insegnamenti, per quali fasce di età la didattica a distanza può diventare preziosissimo strumento per integrare quella in presenza) sta diventando una palude.

La memoria dei più prestigiosi Licei italiani ricorda come anche durante la seconda Guerra mondiale, furono intere comunità a stingersi attorno alle proprie scuole per lasciarle aperte (tranne che per tre mesi tra il Novembre del 1942 e il Febbraio del 1943). E come da quell’esperienza l’Italia trasse la forza per ripartire ricominciando dalla scuola. La pandemia non sembra avere, per il momento, prodotto la stessa spinta. E, tuttavia, nessuno dubita che è la scuola l’unico luogo dove possiamo ricominciare a produrre futuro. 

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