Riforma del fisco: una strategia per diventare un Paese normale

Quali sono gli obiettivi principali di una riforma per il fisco? Scopri di più...

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero.

Come per gli aeroporti. Per chiarire quali dovrebbero essere gli obiettivi di un progetto di riforma del fisco, può essere utile far riferimento ai meccanismi di verifica della sicurezza negli scali aereoportuali. Tecnologia e organizzazione sono utilizzate per centrare due traguardi: minimizzare i disagi che i controlli arrecano ai viaggiatori; massimizzare la loro sicurezza. Riuscire è fondamentale perché dal duplice obiettivo dipende l’attrattività dello scalo e, persino, del Paese che ne è collegato. Proprio come per gli aeroporti, un sistema fiscale efficiente deve riuscire a recuperare il massimo possibile dell’evasione (per destinarne il ricavato alla riduzione delle aliquote); minimizzando i costi di adempimento che gravano sui contribuenti normali (allontanando dall’Italia quelli che possono permettersi di cambiare aeroporto). Il successo della riforma che il Parlamento ha delegato al governo con la legge dello scorso 9 agosto, dipende interamente dalla capacità di risolvere un (falso) dilemma che – negli anni – ha bloccato le riforme in logoranti guerre di posizione tra chi sosteneva che “pagare le tasse è bellissimo” e chi, invece, invoca scioperi fiscali.

La legge delega parte da principi condivisibili. Il fisco è visto come leva di “stimolo alla crescita economica” e alla natalità (su entrambe l’Italia è stata, negli ultimi trent’anni, agli ultimi posti nel mondo). Vuole usare le tecnologie per ridurre l’evasione fiscale destinando ciò che venisse recuperato per intero alla riduzione delle tasse pagate da chi non evade. Parte dall’idea che i contribuenti abbiano l’assoluto diritto alla semplificazione (secondo la Banca Mondiale è il tempo consumato nel rapporto con le agenzie, il parametro che più di qualsiasi alto ci penalizza) e alla certezza del diritto. E per riuscirci si promette un Codice unico che, finalmente, abroghi disposizioni tra di loro conflittuali.

È questo il vero cuore della riforma. Molto di più della decisione sul numero delle aliquote sulla quale si concentra la polemica. Il fisco italiano deve, innanzitutto, diventare più semplice, conoscibile perché è la complessità che apre margini per l’evasione e appesantisce i costi delle imprese (soprattutto quelle piccole) alle quali non si può chiedere di inseguire disposizioni magmaticamente in evoluzione e cartelle incomprensibili.

Se questo è, però, l’obiettivo, va anche riconosciuto il punto di partenza. E può servire ciò che mi è capitato di sentire dai commercialisti italiani nel corso di un progetto sul “fisco del futuro” che il Think Tank Vision ha presentato insieme ai tre grandi ordini professionali nel 2019. L’INPS ha il merito di aver fatto arrivare a milioni di cittadini supporti diretti durante la pandemia; ma ci sono richieste di pagamento a imprese per versamenti già fatti che si ripetono identiche più volte costringendo il contribuente a ripetere la richiesta di annullamento. L’agenzia delle entrate è riuscita nella ciclopica impresa della digitalizzazione delle fatture; e, tuttavia, per qualche errore dei sistemi informatici, può fare pignoramenti sbagliati. E, soprattutto, le cartelle sono quasi sempre non comprensibili da parte di un imprenditore senza ricorrere appunto a commercialisti (laddove per lo statuto dei contribuenti, dovrebbe anche poter rappresentarsi da solo).

Il garante nazionale dei contribuenti (introdotto dalla legge) dovrà dotarsi di strumenti per misurare tali disagi. Ma è fondamentale riconoscere la valenza manageriale della riforma del fisco. Ci sono sistemi informativi da riallineare (e uffici da far dialogare). Strumenti di intelligenza artificiale da calibrare in una materia così delicata per poter dare interpretazioni prevedibili, immediate e senza costo. Presidi da rafforzare nell’interlocuzione con utenti più anziani che non vogliono dialogare con una macchina. E stimoli da disegnare che incentivino tutti ad avere responsabilità dei propri risultati.

Un’idea può essere quella di riconoscere ai contribuenti che si trovassero a dover contestare una richiesta oggettivamente infondata un piccolo risarcimento che serva come una concreta ammissione di dover chiedere civilissimamente scusa. Non meno efficace potrebbe essere la proposta di sottoporre le comunicazioni delle agenzie ad una semplice verifica sulla comprensione da parte dei contribuenti: quelle che non passano il test di comprensibilità, andrebbero semplicemente riscritte fino a quando lo Stato e il cittadino non trovano un linguaggio comune.

La più difficile delle riforme è possibile. Nel disegnarla è fondamentale non rivolgersi solo ad addetti ai lavori, troppo abituati ai bizantinismi che vanno semplificati. Ma coinvolgere a gruppi interdisciplinari (occorrono persino linguisti) che – osservano situazioni simili e ciò che succede in altri Paesi – possono identificare le tecnologie, gli incentivi, l’organizzazione per massimizzare la sicurezza e ridurre i disagi. Da questa riforma dipende la possibilità di ricostruire il patto tra Stato e cittadini senza il quale una società perde futuro.

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