Referendum e Riforma della Giustizia.

La Sindrome dell'impianto elettrico. 

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero 

Progetto senza titolo

Un impianto elettrico. A far cambiare idea ad un mio amico, che otto anni fa cercò di tornare in Italia per fare impresa utilizzando i benefici fiscali di una delle tante leggi di “rientro dei cervelli” con le quali diversi governi hanno cercato di attrarre talenti (e finendo con il catturare anche calciatori), fu un impianto elettrico finito in tribunale.

Per rendere abitabile l’ufficio appena fittato al centro di Roma, aveva scelto una tipologia di impianto il cui costo era simile a quello dello sconto sui fitti concesso dal proprietario; ma dopo un anno il locatore aveva preteso, invece, che l’impianto avrebbe dovuto essere di un tipo due volte più costoso. Una divergenza d’opinione banale per dirimere la quale dovrebbe essere sufficiente un vigile urbano e che, invece, è diventato un processo durato in primo grado tre anni. L’appello dopo essere stato fissato alla fine di Maggio 2022 è stato, infine, rinviato al Novembre 2024. Otto anni dopo la prima citazione e in un’epoca, cioè, nella quale si dovrebbero dispiegare gli effetti della più importante delle riforme volute da Mario Draghi:

Entro la fine del 2024, infatti, le liti pendenti dovrebbero ridursi del 65% in primo grado e del 55% in appello rispetto ai valori del 2019; entro la metà del 2026 la durata media di un processo civile dovrebbe contrarsi del 40% rispetto ad una situazione nella quale, oggi, l’Italia sconta un ritardo (come dice il grafico) rispetto a qualsiasi altro Paese avanzato.

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Sono obiettivi importantissimi quelli che abbiamo promesso alla Commissione Europea come condizione per accedere ai 200 miliardi del PNRR. E, tuttavia, la distanza tra le promesse che ci proponiamo di realizzare in tre anni e la realtà vissuta – oggi - nei tribunali italiani impone una vigilanza stretta per evitare che, per l’ennesima volta, le montagne partoriscano topolini.

Il disegno di legge del novembre 2021 con il quale il Parlamento ha delegato il governo ad attuare una riforma del processo civile, sembra puntare ad una modernizzazione realistica attraverso tre leve.

Innanzitutto, una forte riduzione dei contenziosi di cui si occupano i tribunali. Ciò avverrebbe sia attraverso un rafforzamento degli incentivi – per avvocati e cittadini – a mediare prima di ricorrere al tribunale; sia con il potenziamento di filtri che consentano al giudice stesso di interrompere anticipatamente o di non ammettere ai giudizi successivi richieste “manifestamente infondate” o ricorsi che non “abbiano ragionevoli probabilità di essere accolti”.

In secondo luogo, c’è una richiesta rivolta alla Corte di Cassazione di ridiventare la garante di interpretazioni uniformi della legge (quella che, in termini tecnici, si chiama “nomofilachia”), in maniera da ridurre a cascata la creatività (e complessità) alla quale i giudici sono costretti di fronte a giurisprudenze incerte.

Terzo, infine, la tendenza è quella di utilizzare le tecnologie per supportare l’applicazione di norme che diventino – per effetto dei cambiamenti appena citati – meno incerte e per spazzare via alcune delle complicazioni (ad esempio la notifica degli atti alle parti in causa) che sono responsabili di parte non piccola di tempi così lunghi.

In pratica in un futuro assai vicino, ci sarebbero meno cause; più casi gestiti da robot che dovremmo addestrare; più personale di supporto e migliore edilizia alla quale il PNRR destina investimenti; sentenze più veloci ma, anche, meno imprevedibili. Un errore che, forse, fa il PNRR è quello di insistere sul solo elemento della velocità, perché, in realtà, la riforma produrrebbe anche esiti più “giusti” (essendone la prevedibilità uno degli aspetti distintivi).

E, tuttavia, sono sufficienti quattro anni per liberarci da uno dei più antichi “mali oscuri” della società e dell’economia italiana?

Due questioni rimangono irrisolte. Forse perché chiedono l’investimento di un capitale politico di cui neppure Mario Draghi dispone. Una giustizia più giusta richiede che sia lo stesso Parlamento a legiferare meglio e di meno. Per quanto sia giusto chiedere alla Cassazione di uniformare le sentenze e all’intelligenza artificiale di fare il lavoro che gli uomini fanno con molta più fatica (negli uffici del cosiddetto “massimario”), un legislatore debole rischia di mandare in tilt anche gli studiosi più sofisticati. In secondo luogo, manca dalla riforma il pezzo più difficile e importante: trovare un modo per rafforzare l’indipendenza della magistratura, aumentandone la responsabilità sui risultati nei confronti dei cittadini.

Esistono, da tempo, proposte visionarie e pragmatiche che portano, almeno, alla valutazione diversa che si meritano diversi tribunali. E all’affiancamento dei magistrati con manager che si facciano carico – per tribunale – del miglioramento che il sistema giudiziario italiano nel suo complesso promette alla Commissione Europea. Non cambia la giustizia italiana con referendum abrogativi di singole disposizioni. Anche se certi referendum possono avere il valore di un segnale. La strategia vincente deve riuscire, invece, a mettere insieme istanze che si ritengono contrapposte: la velocità di una sentenza e la sua ragionevolezza; la riduzione dei contenziosi che può coincidere con l’aumento dell’accesso alla giustizia per tutti; i diritti umani che i tribunali italiani violano troppo spesso (come dice la Corte Europea che li tutela) e le ragioni di un’economia che non si può permettere più di perdere neppure un talento.

Per colpa di un impianto elettrico che diventa un processo che dura otto anni. Piccoli episodi che moltiplicati all’infinito hanno lacerato un patto tra Stato e cittadini. Un patto che dobbiamo assolutamente rifondare. Se, davvero, crediamo in una società italiana capace di rilanciarsi oltre una crisi che dura da vent’anni. Oltre le contraddizioni che non siamo mai riusciti a sciogliere.

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