Next Generation EU, il rischio Italia e le tre scelte per renderlo permanente

Un Next generation EU permanente apripista di un nuovo modo di governare la complessità

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero

Scansione dell'editoriale cartaceo

ngeu

La conferenza sul futuro dell’Europa è appena cominciata. Indebolita dal veto su modifiche dei trattati di dodici Paesi relativamente piccoli, con l’eccezione dell’Olanda che dell’Unione è uno dei fondatori. Ma rafforzata dall’urgenza di cambiare un’organizzazione nata per governare il secolo scorso e che è imposta da una pandemia che, a sorpresa, ci ha colpito più di qualsiasi altra parte del mondo (appartengono all’Unione sette dei dieci Paesi con il maggior numero di decessi in rapporto alla popolazione). Tra le riflessioni coraggiose non può non esserci quella sul programma Next Generation EU che segna la decisione storica di emettere debito comune per rispondere a crisi sistemiche e che, però, va resa permanente perché queste crisi stanno diventando sempre più rapide e ricorrenti. Sulla struttura del programma va subito avviata una riflessione senza aspettare un esito che ha il difetto di dipendere – quasi interamente – dagli effetti che esso ha in un solo Paese.

Sono quattordici gli Stati che hanno presentato il proprio Piano da finanziare nell’ambito del dispositivo europeo per la resilienza ed il rilancio.

In ritardo sono i frugali olandesi, gli indisciplinati ungheresi, i rumeni e i bulgari, ma i Piani arrivati comprendono le cinque maggiori economie dell’Unione e i Paesi destinatari dell’84% dei sussidi che l’Unione Europea ha messo a disposizione per rispondere alla crisi. La notizia, però, è che (quasi) solo l’Italia ha deciso (come evidenzia il grafico che segue) di ricorrere ai prestiti che il dispositivo metteva a disposizione (la metà dei finanziamenti) con il risultato che il Piano italiano chiede risorse complessive per 191 miliardi di euro che è quasi quanto chiedono tutti gli altri Paesi messi insieme.

Grafico - Piani di ripresa e resilienza ufficialmente consegnati alla Commissione Europea dagli Stati membri, distribuzione finanziamenti per paese (miliardi, euro, all’8 maggio 2021)

Loans Grant

Fonte: Vision su dati Commissione Europea

È vero che il quadro potrebbe essere cambiato dalla decisione che la Spagna potrebbe aver rimandato e tuttavia ciò produce conseguenze già importanti. Si sgonfia la dimensione dell’intera operazione NGEU; se ne ridimensiona l’impatto atteso (l’ipotesi era che ogni Paese sarebbe stato beneficiario di un’accelerazione della crescita simultanea nelle diverse parti d’Europa); e, soprattutto, si finisce con il legare la velocità di quella che doveva essere la locomotiva europea alla rapidità di uno dei suoi vagoni più lenti – l’Italia – con il rischio di creare un pericoloso cortocircuito.

Al di là del romantico compiacimento di qualcuno, un’Europa che si gioca buona parte del suo futuro nella stessa città in cui ebbe inizio la sua storia, dimostra che quest’Unione ha bisogno di più pragmatismo. Di idee che abbiamo il coraggio di restituirle efficienza. Sulla questione delle politiche fiscali comuni di cui il NGEU rappresenta l’esperimento più grande, sarebbe un errore sedersi sulla riva del fiume (magari insieme agli olandesi) ad aspettare le statistiche sull’Italia che arriveranno all’inizio del 2023. Da subito vale invece la pena correggerne la struttura rinunciando a tre pericolose illusioni.

Il primo equivoco che dobbiamo subito superare è che sia possibile per uno Stato indebitarsi senza fine.

Il motivo per il quale sia la linea di prestiti messa a disposizione da NGEU che dal Meccanismo Europeo di Stabilità (il famigerato MES) per la sanità non sono utilizzate è che esse sono “cannibalizzate” dall’intervento della Banca Centrale che ha abbassato il costo di emettere altro debito pubblico. Alla Repubblica Italiana costa oggi lo 0,11% e però bene hanno fatto i navigati dirigenti del Ministero del Tesoro ad aver subito chiesto i 120 miliardi di prestiti che la Commissione offre (allocandovi anche 50 miliardi di euro di interventi già finanziati): in questa maniera si mettono parzialmente al riparo di tempeste che sui mercati nessuno esclude e rafforzano l’interesse dell’Unione a proteggere la nostra solvibilità. E, tuttavia, è importante che ci sia un incentivo anche per gli altri Paesi a usare la possibilità che si indebiti per loro conto un emittente del massimo rating. Per riuscirci la Banca Centrale Europea deve ricordare a tutti però che il suo ombrello protettivo non sarà aperto per sempre.

La seconda illusione di cui l’Europa deve liberarsi è quella di pretendere troppo da sé stessa.

L’idea di voler riformare complessivamente e simultaneamente 27 Paesi con un PIL complessivo che vale 18.500 miliardi di euro all’anno usando una leva che di miliardi ne vale 750 (in sei anni) espone l’Unione ad alimentare aspettative che rischiano di trasformarsi in un boomerang. Un’ipotesi potrebbe essere quella di trasformare le 27 strategie in un portafoglio di riforme/ progetti che non necessariamente vanno presentati nella stessa data e con lo stesso documento. Essi devono essere però capaci di identificare poche priorità sulle quali concentrare risorse manageriali, tecniche, intellettuali che non sono (anch’esse) senza fine. Il PNRR italiano, ad esempio, disperde una dotazione che pure è importante tra troppi interventi dai quali si fatica a leggere scelte nette e capaci di innescare transizioni più ampie.

Infine, l’Europa deve rinunciare all’idea che ci sia già un manuale del “perfetto riformista” in un contesto nel quale le tecnologie stanno mettendo in discussione molte delle teorie che la scienza dell’economia e della politica usava per governare secoli più stabili.

Un Next Generation EU permanente deve cercare sperimentazioni – ad esempio sulla trasformazione organizzativa di comunità locali che decidano di prepararsi, davvero, alla prossima emergenza – il cui obiettivo potrebbe essere quello di generare conoscenza su come si governa una complessità cresciuta. L’Europa è arrivata ad un bivio che la costringe a giocarsi tutto: o va verso l’alto verso nuove forme di integrazione; o scivola verso il basso verso una progressiva disintegrazione che sarà interamente a carico delle generazioni alle quali è dedicato questo momento storico. Più pragmatismo e meno vuota retorica, più visione e meno furbo conservatorismo sono gli ingredienti per riprenderci il futuro.

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