Lo spettro della terza Guerra Mondiale

Come controllare il demone dimenticato 

Articolo di Francesco Grillo scritto per il Messaggero, Il Gazzettino ed Il Mattino 

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Siamo pronti a considerare la possibilità che una nostra figlia possa essere chiamata a proteggere il fronte orientale dell’Unione Europea al confine tra la Polonia e l’Ucraina? Riusciamo a concepire l’ipotesi che la nostra città (fosse essa Varsavia, Roma o Mosca) possa essere volatilizzata anche solo da uno degli undicimila ordigni nucleari, che abbiamo chiuso in un arsenale capace di disintegrare per 22 volte tutte le città del mondo? E, soprattutto, come possiamo difendere quello che resta di una pace precaria fondata su un diritto internazionale che impone di difendere Stati aggrediti e popoli privati di diritti, senza rischiare l’apocalisse? Come riuscirci dal punto di vista di un’Europa che non riesce neppure ad avere un’unica polizia di frontiera? È questo il problema che dobbiamo avere il coraggio di porci. Ed è imperativo morale – proprio nel senso che a questo concetto diede il filosofo dal quale nasce l’Illuminismo – trovare delle soluzioni.

Di una guerra totale stiamo sottovalutando sia la possibilità che la dimensione. Ne sottovalutiamo il pericolo perché abbiamo perso la memoria storica che insegna che le grandi guerre non nascono mai per convenienza. Ma per errore (come quello fatto dagli austriaci a Sarajevo nel giugno 1914): o per ignavia (quella dei francesi e degli inglesi che consentì ad Hitler di invadere la Polonia nel settembre del 1939). Ma del problema ignoriamo anche la dimensione: la stessa idea di prepararsi all’apocalisse distribuendo pillole di iodio, assomiglia alla scelta di farsi accompagnare da un ombrello aperto mentre ci si lascia cadere dal terzo piano.  

Cinque le idee sulle quali può essere utile riattivare quello che una volta si chiamava dibattito pubblico.

Innanzitutto, le sanzioni economiche. Sono imperfette ma valgono di più di quelle militari. Per il semplice fatto che è difficile trovare un soggetto ragionevole che possa contestare che sia minore il danno di una recessione anche dura, ma temporanea; rispetto alle conseguenze di confronto militare diretto; o al “dolce far niente” che ci fa scivolare verso l’abisso. E, tuttavia, le sanzioni – come diceva Romano Prodi da queste colonne – devono diventare più efficienti. La battaglia è, in effetti, tecnologica: a triangolazioni sofisticate (come quelle che consentono alla Russia di farci arrivare persino il petrolio) si risponde con tecniche (ad esempio, di blockchain) che consentano il tracciamento di qualsiasi prodotto e, persino, di qualsiasi suo componente. Ricostruire le “catene produttive globali” significa poter colpire, in maniera precisa e sistematica, non solo le classi dirigenti che violano diritti fondamentali, ma anche chi se ne rende complice.  

In secondo luogo, le spese militari. Qui rischiamo di ridurre una questione cruciale in una polemica infinita tra lobby contrapposte. Spendere il 2% almeno del PIL in difesa, può essere un obiettivo astratto tanto quello della Banca Centrale Europea di dover tenere l’inflazione vicina ad un target arbitrariamente definito (anche in questo caso, al 2%). In realtà, non conta solo quanto spendiamo, ma anche come. Rispetto a sfide che la tecnologia cambia profondamente. Quella in Ucraina, ad esempio, è una guerra combattuta molto di più con droni piccoli e integrati ad intelligenze artificiali; che da costosissimi caccia. Ugualmente irrazionale sarebbe dotarsi di ulteriori armi nucleari, laddove il nemico ha la possibilità di annichilirci numerose volte. Più intelligente sarebbe l’idea lanciata proprio da quel Reagan che con Gorbaciov ebbe il merito storico di ridurre di due terzi il numero di testate in un paio di anni, di sviluppare uno scudo spaziale contro possibili attacchi. Un’idea che – vent’anni dopo – gli Stati Uniti stanno rilanciando utilizzando la competenza di SPACE X (di ELON MUSK).

In terzo luogo, la democrazia. Scelte così difficili non si fanno, se non sono condivise. Dicono che Churchill decise di confrontarsi con suoi concittadini in un vagone della metropolitana, prima di annunciare al mondo che il loro Paese non si sarebbe mai arreso. Di certo c’è che il nostro mondo si difende mobilitando tutti e non prendendo decisioni da luoghi che non abbiamo saputo riconoscere come nostri. Ciò, peraltro, ha anche un importante quarto corollario: l’Europa deve muoversi velocemente e, dunque, senza più pretendere di muoversi tutti insieme: la battaglia per difendere la pace, la si fa con gli Stati che decidono di condividere sovranità, veti francesi e arsenali; o non si fa. E ciò vuol dire concepire uno schema di Unione che non può più essere quello cristallizzato in trattati pensati per tempi stabili.

Infine, la Cina. Fu un errore clamoroso, essersi messi ad aspettare che si saldasse un’”amicizia senza confini” tra due super potenze complementari. La Cina è vicinissima agli Stati Uniti nello sviluppo di intelligenza artificiale; la Russia lo è per vastità degli arsenali nucleari e risorse energetiche. Diminuire le possibilità di guerra, significa, anche, dividere l’avversario e non farsi dividere per rimanerne in balia. La complementarità tra Cina e Russia significa anche grandi differenze (a partire dalla maggiore integrazione della Cina nelle catene di produzione delle tecnologie necessarie per abbandonare il fossile) che l’Europa deve usare, cercando alleanze anche in Asia, per evitare che si moltiplichino i fronti.

È come se stessimo camminando a occhi chiusi verso un abisso. E, di sicuro, ci mancano le leadership intellettuali (quella di Bertrand Russel o di Hermann Hesse) e politiche (fino a Reagan e Gorbaciov) che ci allontanarono da altri precipizi. Quelle leadership riflettevano, però, un istinto alla sopravvivenza che abbiamo perso. E che, normalmente, l’umanità recupera, quando intravede il demone che pensava di aver intrappolato.

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