La società degli spettatori. L’antidoto dell’innovazione sociale

Sperimentare nuove forme di socialità per uscire dalla crisi

Editoriale di Francesco Grillo per Il Messaggero e Il Gazzettino del Nord Est

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“La fantasia abbandonata dalla ragione genera mostri impossibili: unita a lei è madre delle arti e origine delle meraviglie”:

fu lo stesso Francisco Goya a spiegare il senso di un disegno conservato al Museo del Prado e che è diventato la più famosa rappresentazione di cosa ci riserva una società nella quale dilaga l’irrazionale. Il “Sonno della Ragione” ricorda che scienza e umanità devono incontrarsi, altrimenti i sogni si trasformano in incubi. Ed è questo il rischio che corriamo, mentre restiamo sospesi tra un passato che non c’è più ed un futuro di cui non riusciamo ad avere neppure una teoria interpretativa. Parla di “società irrazionale” l’ultimo rapporto del CENSIS. In realtà, però, la diminuzione della fiducia nella scienza è solo il sintomo di un problema più ampio: cresce il numero di persone che sentono di essere in balia di decisioni ed eventi che non possono influenzare e, dunque, si ridimensiona l’idea che la ragione possa essere lo strumento per risolvere i problemi. È questa la sensazione diffusa che va rovesciata e la strada più veloce è quella di chiamare tutti ad essere parte del progetto di trasformazione che la pandemia rende inevitabile.

L’affresco che l’istituto fondato da Giuseppe De Rita ha presentato la settimana scorsa, proietta l’immagine di una società impaurita. Il numero dei ferventi cultori dei miti più folkloristici è contenuto ma un inquietante 19,9% degli italiani continua a ritenere che le reti 5G servono a controllarci. Sono meno del 6%, quelli che sono convinti che il COVID non sia mai esistito e, tuttavia, per il 31,4% degli italiani, il vaccino è “un farmaco sperimentale per il quale stiamo facendo da cavia”, percentuale questa che - per i laureati - si abbassa solo al 24,4%. Sono numeri probabilmente esagerati e, tuttavia, uno dei paradossi che definiscono il nostro tempo è che lo scetticismo nei confronti della scienza cresce nel tempo con il livello di complessità di società sempre più sofisticate; ed è, persino, superiore in Paesi che spendono di più in ricerca e che sono tecnologicamente più avanzati (come dice il grafico che accompagna questo articolo).

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Sono, invece, molto più nette le evidenze su questioni che, forse, precedono la stessa diffidenza che un popolo ha nei confronti del progresso. Tra i ragazzi e i loro genitori, più dell’80% crede che sia difficile vedersi riconosciuto l’investimento di tempo nello studio e nel lavoro (ed è un dato devastante considerando che siamo già agli ultimi posti in Europa per numero di laureati e tassi di occupazione). Ci siamo rapidamente impoveriti: solo nel 2010 eravamo al terzo posto per ricchezza netta pro-capite tra i sette Paesi più sviluppati (G7); dopo solo nove anni siamo scesi all’ultimo. E, soprattutto, la società italiana appare spezzata in più parti e certamente, continua ad essere lontana da chiunque provi ad esserne classe dirigente: per il 57% dei nostri concittadini esiste “una casta mondiale di potenti che controlla tutto”. Certo, possiamo prendercela con i social media e con l’errore di non aver messo la Scuola al centro di una società che si è impoverita di capitale umano. E però è certamente indispensabile capire come concretamente e velocemente uscire da questa situazione di sfiducia nella quale qualsiasi governo è destinato ad annegare.

Un’idea ce la fornisce lo stesso CENSIS tra le pochissime luci che ha visto accendersi (o restare non spente) durante i mesi del grande congelamento.

La società italiana sta sempre di più scoprendo l’utilità e il piacere di auto organizzare reti di solidarietà che, in emergenza, possono sostituire anche lo Stato.

È una grande energia che strutturata bene diventa quella che il sociologo inglese visionario Michael Taylor cominciò a chiamare “innovazione sociale” e che però l’Italia aveva già sperimentato con le cooperative nate dopo la seconda guerra mondiale: una società post pandemica ne avrà bisogno come l’aria per potersi rinnovare. Non solo perché – oggettivamente – la spesa pubblica non può aumentare all’infinito per inseguire bisogni di assistenza sempre più ingenti e sofisticati. Ma anche perché una società nella quale i cittadini sono costretti a fare da spettatori inebetiti di una storia che saranno altri a decidere, è una comunità che finisce con lo svuotarsi di forza.

È fondamentale per la stessa riuscita del Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza trovare il modo per farvi partecipare – non solo come beneficiari finali – il maggior numero possibile di cittadini. E, ad esempio, è importante che lo stesso Ministro Brunetta faccia ripartire il Fondo che presso il Dipartimento della Funzione Pubblica era dedicato proprio a progetti di “innovazione sociale” da realizzare nei Comuni e lo usi come strumento per identificare - sulla base di pochi indicatori - le sperimentazioni che partendo dal basso, ripagano l’investimento iniziale e possono essere replicate dovunque. Tra le novità che la pandemia ha visto crescere c’è quella di giovani che aiutano persone con più di 70 anni a superare il divario digitale che impedisce loro di accedere ai servizi sanitari; mentre altri anziani accompagnano le ragazze e i ragazzi che vogliono costruire imprese nuove: se questi progetti funzionassero andrebbero sistematizzati perché possono essere un antidoto giusto perché rispondono al disagio con l’impegno.

Va bene disegnare politiche sulla base di un modello economico razionale.

Ma la crescita non ci sarà se non sarà anche culturale, di coesione, di fiducia.

E non solo di PIL. Non cresceremo mai se continueremo nell’equivoco che c’è qualcuno – lo Stato o il Mercato – che si occuperà di farlo al posto nostro. Se non ricominceremo a concepire qualsiasi politica come strumento il cui obiettivo principale è cambiare comportamenti individuali. Solo così ragione e fantasia potranno riconoscersi come auspicava Goya osservando, dieci anni dopo la Rivoluzione francese, che l’illuminismo staccato dai bisogni delle persone, può persino generare il suo contrario.

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